Antigone, le sardine, Hammamet

Di: Sotera Fornaro

La stagione teatrale 1977-1978 in Germania fu definita l’ ‘anno d’Antigone’, per la presenza massiccia della tragedia di Sofocle e del mito in generale sulle scene tedesche; ugualmente potrebbe etichettarsi la stagione italiana 2020-2021, e ce ne chiediamo i motivi, anche se è ancora presto per comprenderli fino in fondo. Nel 1977 si era nel pieno degli ‘anni di piombo’, e la figlia di Edipo assurse a simbolo della guerriglia urbana dei terroristi e dell’inedito protagonismo delle donne nella lotta armata. Ad una simbolica Antigone venne attribuito un potenziale di violenza sino ad allora sconosciuto, la capacità di scardinare il sistema democratico e capitalistico, erede, nelle forme e pratiche di potere, della mentalità fascista.

I terroristi, e di converso Antigone, avevano molti simpatizzanti, specie tra gli intellettuali di sinistra, che non si resero subito conto delle conseguenze stragiste del diffuso malcontento ideologico. Ci si chiede oggi, dunque, nella specificità della situazione italiana, in tempi di altro terrorismo, cosa rappresenti il mito di Antigone, cosa determini questa sua rinnovata attualità: perciò valeva la pena affrontare un viaggio a Bologna per poter assistere all’Antigone diretta da Massimiliano Civica.

Il regista ha già dato prova, con l’Alcesti di Euripide (Premio UBU 2015 - Miglior regia), di essere capace di una rilettura nuova dei classici, certamente incisiva nella storia del teatro italiano contemporaneo; inoltre la presentazione breve dello spettacolo  (https://www.metastasio.it/it/eventi/produzioni-tournee/antigone.693) lasciava presagire una particolare sintonia con alcune riflessioni che svolgo da qualche anno sul testo di Sofocle e sulle sue ricezioni. Finalmente era ora che venisse portata in scena un’Antigone non «melodrammatica», nelle parole di Civica. Antigone, ho scritto altrove, è un personaggio inquietante, smisurato, votato alla morte, metafora della sovversione di ogni ordine costituito, sulla scia dell’enigmatica lettura della tragedia che ne dette Friedrich Hölderlin. Antigone, dunque, e con questo si intende il personaggio creato da Sofocle, sembra assai lontana dalla vestale della famiglia o dalla martire di tipo cristiano di parte della tradizione, ma anche dalle rivendicazioni femministe e dalle recenti analogie con Greta Thunberg e Carola Rakete. A parte il mio Antigone ai tempi del terrorismo (Lecce, Multimedia, 2016) e altri miei contributi, una discussione consapevole e documentata sul mito di Antigone nell’attualità può leggere nel dialogo tra Livio Pepino e Nello Rossi, Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? (Torino, GruppoAbele, 2019); ne abbiamo discusso in un incontro di studio Antigone 2020. Usi e abusi di un mito greco nella contemporaneità (https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/antigone-2020-usi-e-abusi-di-un-mito-nella-contemporaneita), promosso da ‘Visioni del tragico’, che ha però l’indubbio svantaggio di operare in area insulare e periferica, difficilmente raggiungibile (ma ne pubblicheremo presto i risultati). 

Sul sito del teatro Metastasio di Prato si può scaricare un meditato libretto che accompagna lo spettacolo, un libretto in fin dei conti erede del celebre Antigonemodell, con il quale Bertolt Brecht corredò il suo adattamento della tragedia di Sofocle nel 1948, ‘modello’ epocale nella storia del teatro contemporaneo. Forse nel libretto di Civica andava un po’ sfumata l’affermazione che lo «schema interpretativo» di Hegel sia ancora «dato per scontato» (p. 4), perché anzi, ammesso che si tratti di uno schema, è stato messo in discussione da tempo, rivisto, rifiutato; ma Civica si riferisce probabilmente ad alcune recenti messe in scena, che ancora soffrono della netta contrapposizione tra Antigone e Creonte delineata da Hegel, e sembrano chiedere allo spettatore di prendere parte per uno dei due. Nel libretto, inoltre, si richiama l’attenzione del pubblico sul fatto che il dissidio interno all’Antigone di Sofocle sia tra le famiglie aristocratiche e il governo democratico, nell’Atene del V sec. a C.; dunque le ‘leggi non scritte’ a cui Antigone attiene la sua azione sono le consuetudini ataviche dei ghene, e non leggi che sanciscono diritti umani, sconosciuti, del resto, nel contesto storico in cui la tragedia fu rappresentata. Civica insiste sul fatto che non si può impostare qualsiasi discussione sull’Antigone sul chi abbia ragione o torto tra Creonte o Antigone, essendo i due personaggi, come anch’io ho cercato di scrivere altrove, sullo stesso piano, ossia quello dell’umanità che contiene la barbarie e si confronta con essa.

Massimiliano Civica, dunque, dà prova di essersi impegnato in uno studio profondo e prolungato della tragedia di Antigone, di aver usato alcuni contributi interpretativi per costruire la ‘sua’ Antigone, e si spera di aver la possibilità di confrontarci con lui sia sulle sue riflessioni, sia su alcune sue scelte registiche, che volente o nolente risentono dei due giganti che hanno segnato la ricezione teatrale dell’ Antigone nel Novecento, ossia Bertolt Brecht e Jean Anouilh.  Solo ad esempio: i personaggi sono tutti subito in scena, come in Anouilh;  il corpo di Polinice è presente ed esposto, come in Brecht; alcuni  personaggi vestono in abito da sera, come in Anouilh.  Il ruolo del coro è demandato ad un solo personaggio anziano, che è in intimità con Creonte, gli parla confidenzialmente, mentre in Brecht è costituito da quattro vecchi, che seguono il tiranno nella follia e nella catastrofe, essendo stati prima volontariamente suoi complici. La tragedia di Sofocle diventa, nella resa scenica di Civica, puro  teatro di parola, dando un peso alla sua performatività in senso austiniano (cfr. qui https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/antigone-e-la-performativita-premesse-alla-messa-in-scena-dell-antigone-di-sofocle), e si rinuncia a tutto ciò che rendeva l’Antigone di Sofocle, come qualsiasi altra tragedia greca, spettacolo di musica, danza ed altre espressioni non verbali, che evocavano emozioni, accanto e oltre la parola.

Ma su questi temi si spera, dicevamo, di aver tempo e modo di confrontarci col regista e col suo lavoro. Qui vorrei dire qualcosa sui due elementi che più mi hanno sconcertato della messa in scena, e che sono spiegati dallo stesso regista anche in un’intervista apparsa su ‘Stratagemmi’ (https://www.stratagemmi.it/intorno-ad-antigone-intervista-a-massimiliano-civica/).

Il primo è il costume e il ruolo dato a Creonte, che non è un re, ma un comandante militare, con un fazzoletto rosso alla gola; all’inizio ho pensato a un rovesciamento di Brecht, che a Creonte aveva attribuito tic e manie proprie di Hitler. Avevo cioè pensato che il Creonte di Civica fosse un generale dell’armata rossa, oppure un funzionario della DDR. Civica invece spiega nell’ intervista: «Creonte, democratico radicale intransigente, è nelle vesti di un partigiano, Antigone e Ismene fanno invece parte della famiglia reale italiana e Polinice (fantoccio creato da Paola Tintinelli) è riversato sul palco vestito da Generale nazifascista» (cfr. anche p. 14 del libretto). Lo stesso fantoccio, dice ancora Civica, potrebbe anche essere il corpo di Mussolini esposto a Piazzale Loreto. Meraviglia che nella rappresentazione di una tragedia che Civica afferma essere «anti-politica» (p. 14), nel senso che ha al centro, come tutte le tragedie greche, conflitti che riguardano l’esistenza umana e non schieramenti precisi di parte, vi sia una storicizzazione così palese. Il regista ne è certo consapevole: da una parte vuole dare «un corrispettivo immediatamente chiaro per gli spettatori di oggi della situazione messa in scena da Sofocle» (p. 16), dall’altra, pur «ambientando la vicenda nel periodo finale del fascismo e della lotta partigiana», non intende «fare politica, né tantomeno, uno spettacolo politico» (p. 16). A parte una certa confusione, se Civica permette, tra riflessione storiografica e presa di posizione politica, è facile obiettare che non tiene il «paradosso» per cui le divise storiche dei personaggi rinvierebbe ad un «animo umano universale», ammesso che tale animo sia definibile; il paradosso non può tenere, perché lì dove si tira in causa la storia dei fatti e degli individui è impossibile portare avanti un discorso teorico sull’ «essenza della natura umana» (p. 16). La giustificazione è che, nell’interpretazione del testo di Sofocle data da Civica, non è importante da che parte stia il leader di una comunità, ma quale sia il suo «carattere» (l’ethos), e che qualunque leader (ossia chiunque detenga il potere) deve saper ascoltare la comunità, deve cioè evitare l’arroganza, la superbia, l’incapacità di porre attenzione agli altri.

Si impongono, mi sembra, due considerazioni: 1. nel testo di Sofocle Creonte è un re che detiene il potere assoluto, che dispone «dei vivi e dei morti» (vv. 213-214), e non un comandante subordinato a qualcun altro, quindi è difficilmente immaginabile nei panni di un capo partigiano, così come ad es. di Adolf Eichmann, cioè di chi può far valere l’alibi di aver solo obbedito agli ordini.  2. L’errore di Creonte nella gestione del potere, in Sofocle non è considerato un errore veniale, non è solo arroganza e non è solo dar prova di un’indole tirannica; è una trasgressione dei diritti dell’essere umano, è la vendetta postuma su un cadavere che macchia l’intera città, e questo gesto, che è ovviamente simbolico e non riguarda solo la sepoltura negata a Polinice, pone le premesse per la rovina di tutta la città. Dunque la storicizzazione di Civica potrebbe trovarci d’accordo, se significasse che in tutte le guerre, non solo nelle guerre civili, si commettono crimini contro l’umanità da parte dei militari, crimini che non sono giustificabili con alcuna ideologia o presa di posizione; crimini che perciò andrebbero denunciati dalle Antigoni, anche se queste appartengono per origine familiare ad un’ élite. In un libro ho cercato di dire, semplificando, che oggi siamo tutti dalla parte di Creonte, quando concordiamo col fatto che i corpi dei terroristi uccisi restino insepolti e non siano restituiti alle famiglie.

Purtroppo, però, la conseguenza che Civica trae da tale storicizzazione appare molto differente dalla mia. Civica, infatti, si astiene dall’esprimere giudizi «politici», eppure, sulla base della premessa che la natura dell’uomo, di qualsiasi uomo, «è ambigua e potenzialmente pericolosa» (p. 16), sembra volerci dire che anche un uomo di potere può sbagliare, poiché è umano, troppo umano; e perciò alla fine il coro, ossia il consigliere anziano, tocca il generale sulla spalla e gli dice: «Ora devi governare, ora devi governare!». Sul momento, ho pensato che fosse un’aggiunta ironica al testo di Sofocle, certamente influenzata da Anouilh, nella cui tragedia Creonte è un sindaco di paese, gravato dall’esercizio del potere, che non vuole, almeno in apparenza, governare, e che dopo la morte di Antigone continua stancamente e senza alcuna convinzione ad esercitare la sua funzione. Ma non vi è ironia nell’aggiunta di Civica, che anzi, nella citata intervista, chiosa: «Il corifeo in questo frangente lancia un messaggio rivoluzionario. Infatti il re, avendo scoperto che ha sbagliato, che ha messo in crisi l’equilibrio dell’intero Stato, proprio allora ha il compito di governare! È una tendenza anche dell’oggi quella di allontanare dal potere i politici al primo errore che commettono. Così si deresponsabilizza l’uomo nel prendersi carico delle conseguenze delle proprie azioni scorrette. Invece è proprio nel momento in cui l’uomo sbaglia e capisce di averlo fatto che diventa veramente affidabile» (i corsivi sono miei).

Ci permettiamo di non essere d’accordo con queste affermazioni, sia che vogliano interpretare il testo di Sofocle, sia che vogliano dedurre dal mito un più generale messaggio. La tragedia di Sofocle, infatti, termina con una catastrofe completa del potere impersonato da Creonte, che ha sbagliato e perciò è stato distrutto, come uomo, ma anche e soprattutto come re. Il suo errore è imperdonabile; non solo non gli è più dato di governare, ma diventa un ‘niente’(v. 1325). Forse Civica, nel suo adattamento che dobbiamo ricordare a memoria, ha voluto rendere una certa «vaghezza» (bland vagueness, nelle parole di Mark Griffith) dei vv. 1334-1335: «Questo (cioè la morte di Creonte) accadrà in futuro. Ora bisogna fare qualcosa per il presente. Di queste cose si occuperà chi deve», versi che sembrano doversi intendere: saranno gli dei, e non tu, a decidere quando devi morire, nonostante il tuo desiderio (cfr. vv. 1337-1338). Ora pensiamo al presente, ossia a seppellire i morti (si veda anche il commento di Davide Susanetti, pp. 393-394). La vaghezza di Sofocle sta nel non dire esplicitamente chi siano ‘coloro che hanno il dovere di fare qualcosa’. Anna Beltrametti traduce: «gli incaricati devono provvedere», intendendo dunque chi concretamente deve seppellire i cadaveri, cercando di rendere l’asciutta pragmaticità delle espressioni del coro.  Ma quel ‘qualcosa’ a cui provvedere non è certo continuare a tenere il potere. «Al futuro provvederà chi continuerà a curarsene», traduce Luigi Belloni, dunque chiunque altro, ma non certo Creonte. Il coro anzi, nelle parole sempre di Mark Griffith, tiene a sottolineare la sua distanza emotiva da un Creonte disperato, il cui tardivo pentimento non gli interessa: la vita deve andare avanti, ed anche la città, ma senza Creonte.    

A Creonte, come a Edipo, non è dato decidere il suo destino; ha perso tutto, ivi compreso il potere di cosa fare del proprio corpo, della propria vita.  Ognuno, mi si può opporre, può leggere e adattare i classici come vuole, ed il testo di Sofocle è difficile, molto difficile.   Ma allora ci chiediamo se le stesse battute finali (‘ora devi governare, ora devi governare’) attribuite da Civica al coro avrebbero avuto senso se Creonte fosse stato vestito come un gerarca nazista o fascista, Mussolini o Hitler, Bin Laden, Saddam Hussein, Milošević, un funzionario della Stasi. L’enormità dei loro crimini, crediamo, non avrebbe certo comportato la possibilità che qualcuno di questi personaggi fosse esortato a continuare a restare al potere. «E ci verrà amputata, /perché più non colpisca,/ la mano soggiogabile», sono i versi che Brecht affida al coro, prima di farlo precipitare nel baratro con il suo leader. Ma questo è Brecht.  

La tragedia di Sofocle e il mito invita, scrive Civica, all’«equilibrio» (p. 13), a non eccedere, a non oltrepassare la misura, a non peccare di hybris, in questo conforme a tutta la morale greca. Ma non per questo, aggiungerei, evita di mettere il dito proprio sulla piaga della responsabilità individuale di chi detiene il potere e fa le leggi, che devono ispirarsi alla giustizia, pena la perdita di quello stesso potere che con tanta alacrità si esercita, persino con buone intenzioni. La tragedia di Sofocle mette in campo, credo, una questione vitale nel funzionamento dello Stato: non vi è sempre coincidenza tra legge e giustizia, ma la legge è un prodotto dell’uomo e può e deve essere corretta. Ostinarsi nell’irrispetto dei diritti umani, anche se contro i nemici, significa non avere le caratteristiche del buon re, e votare tutta la comunità alla disfatta. Per l’uomo di potere, riconoscere gli errori commessi non basta; altrimenti si potrebbe dare una para-religiosa assoluzione ex post a chiunque abbia commesso dei crimini o dei reati in nome della politica, perché, si potrebbe dire, sbagliare è insito nella natura umana, e tutti possiamo sbagliare. No, non crediamo che «proprio nel momento in cui l’uomo sbaglia e capisce di averlo fatto… diventa veramente affidabile», se quest’uomo dirige una comunità e ha le responsabilità del potere, e i suoi errori sono gravissimi. Tornando a Sofocle, Creonte esce di scena distrutto, colpevole, desideroso di morire; si può mettere in discussione se continui a vivere e come, ma certo non continua a governare, non gli è più dato, non è più possibile. Vi sono errori politici, e non solo latamente umani, che non possono essere perdonati, se non, per chi ci crede, dal Dio cristiano (ma certo non dagli dei di Sofocle, che segnano invece la sorte funesta delle stirpi, lì dove ci sia anche solo uno che sbaglia). 

La rappresentazione dello spettacolo di Civica a Bologna è avvenuta in contemporanea ad altri due eventi: da una parte l’uscita nelle sale di Hammamet, il bel film di Gianni Amelio in cui Pierfrancesco Favino dà un’impressionante prova di intelligente e consapevole mimetismo attoriale; e il grande raduno delle ‘sardine’ nella piazza di fronte al teatro dove era in scena l’Antigone, e che tra l’altro serviva da base per gli artisti del ‘concertone’, i cui suoni arrivavano in sala,  interferendo con la rappresentazione. Non sono eventi slegati: il film di Amelio, che nella struttura narrativa e in alcuni dettagli presenta un’impressionante analogia con l’Edipo a Colono dello stesso Sofocle, con la figlia di Craxi nel ruolo di un’amorevole ma non passiva Antigone, richiama l’attenzione proprio sull’uomo di potere che ha sbagliato e per questo, come Edipo ma pure come Creonte, ha perso tutto e in primo luogo proprio il potere. L’umana compassione che si prova per un uomo malato, la rivisitazione lucida da parte dello stesso Craxi dei propri errori, non serve certo a ridargli il potere, almeno fintanto che c’ è una legge che va rispettata, perché i reati, come dice un politico nel film, restavano inconfutabili, e la relativa condanna pure. La questione più generale sarebbe: erano (e sono) giuste le leggi che hanno condannato Craxi? Hanno contraddetto le consuetudini di tutti i partiti politici e dunque Craxi è stato piuttosto un capro espiatorio? E il denaro, che nei discorsi del Creonte di Sofocle è sempre chiamato in causa, quello con cui si pagano le ‘salamelle’ alle feste di partito, come dice il Craxi di Amelio, quanto conta nella gestione del potere? Queste sono alcune delle questioni che pone anche l’Antigone di Sofocle, e che sono politiche e non possono che esserlo, perché vanno al cuore delle istituzioni dello Stato (democratico o no) e del suo funzionamento. 

Dunque c’erano anche, nella mite sera bolognese,  le ‘sardine’, in una piazza gremita, non possiamo dire quanto dagli innumerevoli curiosi e shopping addictet che sciamavano lungo via dell’Indipendenza e quanto da convinti sostenitori; una piazza dove pare si volessero esprimere spontaneamente le esigenze di una moltitudine senza partito, dove i singoli individui dichiaravano orgogliosamente di non volersi far inscatolare da alcuna etichetta politica: dunque persone che non potrebbero che avere come riferimento Antigone la ribelle, Antigone che, pur in nome di una sua esigenza sentimentale individuale e non di un diritto generale, afferma di dover dar conto solo alla Giustizia e contrappone le leggi ‘non scritte’ alla legge di Creonte. In quella piazza, con dirompente effetto emotivo, si cantava Bella ciao, canzone partigiana rivista dai Modena City Ramblers, un gruppo che fu all’apice del successo quando la stragrande maggioranza dei presenti al raduno dell’altra sera non era nemmeno nata, quando appunto si compiva l’ascesa e il declino di Bettino Craxi e del Partito Socialista Italiano, le cui premesse storiche e ideologiche affondavano nelle rivendicazioni dei lavoratori, non dell’alta borghesia. La canzone, lo sappiamo tutti, dice: ‘e se io muoio da partigiano tu mi devi seppellir’, rivolgendosi ad una simbolica Antigone che lotta, concretamente, a disprezzo anche della propria stessa vita, contro l’invasore. Dove l’accento, però, non è su ‘tu mi devi seppellire’, ma sul ‘se io muoio da partigiano’: e se muoio invece da fascista? La risposta dell’Antigone di Sofocle sarebbe stata: devi seppellirmi ugualmente, come si devono seppellire i corpi dei terroristi uccisi, che dovrebbero essere ridati alle famiglie che li chiedono, come si deve seppellire il corpo dei migranti, recuperandoli dal mare. E vi sono oggi tante questioni analoghe, che ruotano attorno al problema cruciale nella tragedia di Sofocle: può una legge essere ingiusta? E come correggere tale ingiustizia? E quale dev’essere l’atteggiamento del singolo individuo rispetto alla legge che si ritiene ingiusta? Da qui nasce la «rivoluzione», e non dalle parole finali che Civica attribuisce al messaggio del personaggio/coro: («Ora devi governare, ora devi governare!»). Al contrario, il mito di Antigone ci dice, parafrasando Giuseppe Ungaretti, che bisogna smettere di uccidere i morti; e si deve togliere il potere, qualsiasi potere, a chi non sa esercitarlo, soprattutto se chi esercita il potere ha mostrato irrispetto verso la dignità dell’uomo e nessuna considerazione per i suoi diritti, naturali e storici.   

 

Riferimenti bibliografici:

Sophocles Antigone, edited by Mark Griffith, Cambridge 1999.

Sofocle, Antigone, Introduzione, traduzione e commento di Davide Susanetti, Roma 2012.

Antigone di Sofocle, traduzione di Anna Beltrametti, Siracusa (INDA) 2013.

Sofocle, Antigone, a cura di Luigi Belloni, Pisa 2014