Milo Rau al Festival di Salisburgo con una riflessione sulla morte

Di: Sotera Fornaro (a cura di)

Nell’ambito dei Salzburger Festspiele, che festeggiano il loro primo secolo di vita, Milo Rau porta in scena una rivisitazione  del classico di Hugo von Hofmannstahl  Jedermann (Ognuno). Scritto nel 1911, rielaborato nel corso della prima guerra mondiale,  il dramma inaugurò il Festival  nell'agosto 1920, con una memorabile rappresentazione nella barocca piazza del Duomo,  regista Max Reinhardt, e da allora  è stato rappresentato ad ogni edizione (se si eccettuano gli anni tra il 1922-1925 e il 1938-1945).

Quest’anno, il Festival salisburghese presenta due versioni della stessa opera: da una parte una già edita versione orchestrale e danzata, a cura dell’Ensemble 013; dall’altra, con il titolo inglese Everywoman, una rivisitazione con la regia di Milo Rau, protagonista  Ursina Lardi, attrice dell’ensemble della berlinese Schaubühne.  Il titolo inglese, volto però significativamente al femminile,  si giustifica perché  Hofmannstahl  trasse il tema, tra l'altro, da un moral play inglese del XV secolo conosciuto come Everyman: il dramma consiste nella rappresentazione allegorica di un uomo ricco costretto a confrontarsi con la morte. In scena appaiono Dio e il diavolo, la morte stessa, la fede e il demone della ricchezza,  e ancora altre personificazioni di concetti astratti: l’anima del ricco e avaro protagonista viene strappata al diavolo in extremis, poiché l’uomo chiede e ottiene la grazia da Dio.

A Rau è stato affidato un incarico di grande impegno artistico, poiché inscenare a Salisburgo Jedermann significa quasi firmare ogni anno il manifesto drammaturgico del Festival, tanto più in questo 2020 di pandemia, che ha obbligato anche qui a rivedere il programma originario e Rau in particolare a concepire diversamente la sua proposta.  Proprio nella attuale situazione di emergenza, il dramma di Hofmannstahl pone questioni ulteriori sul senso della vita e sul rispetto dovuto alla morte,  sull' inutilità della ricchezza materiale davanti alla malattia, sulla decadenza etica dovuta all’accumulo di capitale e sulla violazione dei diritti umani conseguenti al consumismo, sullo spreco di risorse e sullo scempio della natura: perciò il 5 agosto un convegno interno al Festival  ha cercato di dare una prima cornice teorica al lavoro di Rau.    

Si traduce qui, con alcuni rinvii e specificazioni utili per il pubblico italiano,  un’intervista rilasciata dal regista a Wolfgang Huber-Lang,  in cui si parla dei  progetti di Rau e del teatro in generale ai tempi del Covid 19, pubblicata originariamente sulla Kleine Zeitung (Kleinezeitung.at) l’11 agosto 2020. Segue la scheda di presentazione dello spettacolo dalla pagina web dei Salzburger Festspiele. Dopo Salisburgo, lo spettacolo sarà a ottobre alla Schaubühne di Berlino, che lo co-produce,  e quindi a novembre al NTGent, diretto – com’è noto agli addetti ai lavori -  da Milo Rau. (S.F.)

Milo Rau, 43 anni, uno dei più radicali uomini di teatro europei, e che  sin dai tempi di progetti come I processi moscoviti o Tribunale Congo, pone con il suo teatro questioni politiche urgenti e dolorose,  si trovava in Brasile con Ursina Lardi per condurre delle ricerche finalizzate alla messa in scena del dramma Jedermann di Hugo von Hofmannstahl, per la rappresentazione del quale il regista è stato invitato alla centesima edizione del festival di Salisburgo, quando il Corona virus ha interrotto forzatamente il suo viaggio. “Pensavamo ad una specie di parafrasi di Fitzcarraldo [il film di Werner Herzog del 1982]” – racconta Rau in un’ intervista con l’agenzia di stampa austriaca – “Sarebbe stata una presa di posizione da parte di un grande artista capitalista, che pensa di diventare immortale grazie alla sua opera”.

Due mesi più tardi, dati gli sviluppi della situazione, si decise per qualcosa di radicalmente nuovo: “Ci siamo detti: confrontiamoci con la questione della morte individuale. Perché coloro che stanno per morire sono allontanati e reclusi? Perché non si vuole più vedere la morte? Perché si ha così paura di perdere qualcuno? La grande differenza con Jedermann di Hofmannstahl è che lì c’è la fede – anche se solo come una possibilità di pacificazione, indotta dalla cultura imperante. Ma noi abbiamo perso la fede.  Lo Jedermann di Hofmannstahl resta appena appena un paio di minutini senza risorse, e già arrivano le opere, le madre, la fede… Interessante è che lo stesso Hofmannsthal non ha creduto a tali allegorie. Con Jedermann ha piuttosto scritto un dramma sulle strategie per evitare la morte adottate in un mondo pseudo-cattolico e che sembra falsamente credere a certi valori. Oggi moriamo con tutta un’altra disperazione, abbandonati ben diversamente rispetto allo Jedermann di Hofmannstahl.”

Abbiamo dunque cercato persone, che si confrontano immediatamente con la morte. In un ospizio, abbiamo trovato una paziente malata di cancro al pancreas, che era pronta a parlare davanti a un video della sua situazione e delle sue paure. Ursina Lardi, l’attrice protagonista, interagisce, in scena, con le riprese effettuate. E forse anche la donna potrà assistere alla prima. Originariamente le era stato diagnosticato di vivere tre mesi, ma siamo già due, tre mesi oltre il pronostico. Spero davvero che possa venire”.

All’inizio del suo incarico a Gent nel 2018, Milo Rau attirò l’attenzione con un manifesto che sollecitava un rovesciamento radicale delle condizioni di produzione fino allora vigenti. La chiusura dei teatri conseguente alla pandemia sembra confermare il suo punto di vista: “Siamo stati quasi profetici con il nostro manifesto, perché abbiamo già criticato e abolito tutte le strutture che si sono rivelate, in questa situazione, come non flessibili. Per il momento siamo ancora vittime del concetto di teatro del XIX secolo, che ci impone di dover entrare tutti contemporaneamente in questa sala e di rappresentare un dramma con almeno otto personaggi, tutti che si baciano oppure uccidono” – ride Milo Rau.

Il Corona virus ha invece accellerato la ricerca e la proposizione di alternative: “Abbiamo fondato la School of Resistance, e in essa abbiamo diffuso il discorso (tenuto dall’attrice indigena Kay Sara) per l’apertura delle viennesi Festwochen, ma non nel Burgtheater di Vienna, bensì online. Abbiamo avuto non 200, ma 10 mila spettatori, e non solo a Vienna, ma in undici paesi. [Per la nostra traduzione vedi qui]. Un impatto pazzesco. Il discorso è stato cliccato sinora mezzo milione di volte ed è stato condiviso decine di migliaia di volte – e questo non sarebbe mai successo se l’avessimo tenuto in un ambiente chiuso. E nel discorso si parla di coloro che sono i veri protagonisti”. Ossia quei ‘senza terra’, che lottano contro gli incendi in Amazzonia – di cui, tra altre cose, tratta il progetto Antigone in Amazzonia, che abbiamo dovuto rinviare [verrà rappresentato nella prossima primavera: vedi qui]”.  Il Corona virus esige un'altra presenza e una prassi molto più inclusiva; per questo genere di cose,  si deve sempre cercare di essere riconoscente, come artista e curatore di teatro”.

D'altra parte, la crisi per il Corona virus ha gravemente colpito gli operatori in campo artistico, ammette Rau e fa notare che la sua società di produzione “International Institute of political Murder” ha a malapena potuto evitare il fallimento. “Non abbiamo potuto per mezzo anno andare in tour. Ho cercato di sistemare il mio staff dove potevo. Al festival di Venezia portiamo il mio film su Gesù Il nuovo Vangelo (in cui si vedrà l’attivista Yvan Sagnet come il primo Gesù nero della storia del cinema europeo). Abbiamo anche filmato i drammi Famiglia e Oreste in Mosul, il primo è propriamente un film, il secondo un film documentario [con la regia di Daniel Demoustier, aprirà il festival di teatro olandese ad Amsterdam il 3 settembre]. Naturalmente abbiamo come scopo finale poter tornare a rappresentare nelle grandi sale – e per quel che mi riguarda, vorrei anche tornare ai grandi classici”.

A Salisburgo, Milo Rau con il suo team alloggia in una casa di riposo per anziani: “È molto bello e molto tranquillo, la sera leggo sempre La morte di Vladimir Jankélévitch, afferma il regista sorridendo, l’ambiente è adatto, e poi leggo la bibliografia per le prove di Jedermann. Al Festival di Salisburgo si prendono più seriamente che altrove le misure di sicurezza durante gli eventi culturali, dice ancora approvando. Contemporaneamente ammette di non sentirsi del tutto a casa, come artista politico che “viene dalla piccola borghesia” in un festival così illustre: “Sono sempre un po’ dimidiato: da una parte non mi sento proprio a mio agio in tutto questo lusso, dall’altra per me conta il contesto personale di lavoro, che qui è davvero eccellente. La superficie mi è estranea, ma dal di dentro tutto è così eccitante e piacevole”.

Per il suo prossimo libro, Milo Rau ha posto a 100 artisti influenti e intellettuali la domanda: “Why Theatre?”, Perché il teatro?. Questa domanda si pone ancor più urgentemente se si ha sott’occhio quel che aspetta il mondo nei prossimi mesi e anni: “Dobbiamo vivere con la consapevolezza, che il Covid 19 è un problema globale, che il cambiamento climatico è un problema globale, che la povertà è un problema globale. Un esempio: nell’industria tessile pachistana, durante la crisi del corona virus, sono state stornate tutte le commissioni e così da un giorno all’altro due milioni di persone si sono confrontate con la miseria e la fame. Il conto davvero salato verrà pagato da loro. La vera crisi, in una malattia come quella da Covid-19, consiste in quel che accadrà dopo”.

È ancora possible una redenzione?”

EVERYWOMAN

Mi assali proprio al culmine della vita

e non mi vuoi concedere nemmeno  una proroga?

MORTE

Proprio così. Non serve a nulla singhiozzare, scongiurare.

Devi immediatamente cominciare il tuo viaggio.

EVERYWOMAN

Ma non posso, così da sola.

E poi: chiedi l’impossibile!

Per superare questo confine

si ha pur bisogno di essere accompagnati da qualcuno!

 

Cosa resta, cosa conta alla fine della vita? In Everywoman un’attrice di successo incontra una donna con una diagnosi letale, il cui ultimo desiderio è partecipare ancora una volta ad un dramma di teatro. A partire dal dramma didattico e allegorico Jedermann, che tratta della vita giusta e della redenzione nella fede, si origina un dialogo intimo sul passato e sul futuro prossimo – sulla vita, la morte, la solitudine, la società.

Dopo Compassione. La storia di un’arma (2016), per cui Milo Rau e Ursina Lardi sono stati insieme in Congo, e la produzione Lenin (2017), in cui – a partire dalle ultime settimane del rivoluzionario russo - hanno messo sotto processo le utopie del XX sec., Milo Rau e Ursina Lardi per Everywoman  hanno intrapreso una ricerca filosofica ed esistenziale. Cos’è quel che chiamiamo ‘la morte’? Perché siamo sottoposti a quest’estremo esame, da soli? Perché non c’è “nulla di nuovo da dire sulla morte”, come si dice nel dramma? E quale potrebbe essere una risposta umana, artistica allo scandalo della comune condizione mortale?

 

L'ultima immagine è di Man Ray Illustration for Aurélien by Aragon, 1944, © Man Ray 2015 Trust / ADAGP — Bildrecht, Wien — 2019, Foto: Telimage, Paris, ed è usata sulla pagina web del Festival di Salisburgo come locandina per 'Everywoman'. La prima immagine mostra Milo Rau © APA/BARBARA GINDL. La seconda, dall'archivio del Festival di Salisburg, mostra una foto della prima messinscena di 'Jedermann' con la regia di Max Reinhardt. Al centro abbiamo un'immagine di Ursula Lardi. Le ulteriori foto, tratte dai siti dell'Internationational Institut of Political Murder e dal NT Gent, mostrano un'immagine dal film 'Il nuovo Vangelo' che sarà presentato a Venezia e dallo spettacolo Familie, da cui Rau ha tratto un film in distribuzione in Belgio dall'inizio di settembre.