Miti di ieri storie di oggi. La tragedia greca racconta le passioni e il destino del nostro mondo

Di: Giuseppe Zanetto

Si pubblica qui l'introduzione al libro di Giuseppe Zanetto, Miti di ieri storie di oggi. La tragedia greca racconta le passioni e il destino del nostro mondo, appena apparso per Feltrinelli nella collana  FeltrinelliKids. In realtà il libro parla ad un pubblico ben più vario ed esteso di quello dei più giovani, a cui la collana è destinata:  l'autore, grecista di fama internazionale, riesce in uno stile piano e accattivante a mettere in luce come le questioni sollevate dai testi tragici greci riguardino tutti noi, nonché a intrecciare fittamente i temi della tragedia greca con quelli di romanzi e altre opere della contemporaneità. 

 

Oliver e Jenny, due studenti ventenni del New England, si incontrano per caso (ma sarà poi davvero un caso?) in una biblioteca dell’università. Sono molto diversi: lui è un ragazzo di buona famiglia: studia Legge, gioca a hockey su ghiaccio, è destinato a una splendida carriera e a una rispettabile vita di ricco borghese. Lei, figlia di un emigrato, è orgogliosa delle sue umili origini; studia musica, è molto sensibile e apparentemente fragile, ma dentro è forte e determinata. Fra loro nasce un amore travolgente, che segna definitivamente le loro vite. Dopo un breve fidanzamento, decidono di sposarsi, contro la volontà dei genitori di lui. Oliver rompe i rapporti con il padre e rinuncia
ai privilegi che la sua posizione sociale gli garantirebbe. I due mettono su casa, e cominciano a progettare la loro vita insieme: lavoro, viaggi, figli.
   Tutto bene, dunque? L’amore trionfa sulle barriere sociali e gli egoismi? Non proprio. Il destino è in agguato: il medico di Jenny informa Oliver che lei è malata e che le rimane poco tempo da vivere. Disperato, lui va da suo padre e, tacendo la verità, gli chiede il denaro necessario per coprire le spese d’ospedale della moglie. Il male progredisce rapidamente. Il momento dell’addio è straziante; è Jenny a dare forza al marito sconvolto, dicendogli che non deve sentirsi in colpa, perché nessuno è colpevole di quel che è successo: semplicemente, doveva andare così. Oliver all’uscita dall’ospedale incontra il padre, che ha saputo ed è venuto a offrire il suo aiuto: “Jenny è morta,” gli dice. L’altro balbetta un “Mi dispiace…”, ma Oliver l’interrompe: “L’amore è non dover mai dire: mi dispiace”. È la frase che lei gli aveva detto una volta quando avevano litigato, ed era diventata la parola d’ordine del loro amore.
    A questo punto del libro ogni lettore ha gli occhi bagnati di lacrime. È la trama di Love story, un romanzo – divenuto poi film – che ebbe uno straordinario successo negli anni settanta del Novecento: tradotto in oltre trenta lingue, vendette decine di milioni di copie e commosse il mondo intero.
   Perché questa storia piacque, e piace, tanto? Non è un capolavoro letterario: l’impianto è elementare, i personaggi hanno scarsa profondità psicologica, le situazioni sono spesso convenzionali e prevedibili. Tuttavia, la vicenda colpisce profondamente. E la ragione è semplice: racconta la tragica fine di un grande amore; l’intreccio di questi elementi, ossia la purezza del sentimento e la crudeltà del destino, suscita sempre forti emozioni.


   Naturalmente, per confezionare un best seller la qualità degli ingredienti non basta: lo scrittore deve metterci del suo, deve costruire una trama coinvolgente, sorretta da un ritmo che prenda il lettore fin dall’inizio e non lo lasci più; chi legge deve entrare nella storia, deve amare e soffrire insieme ai personaggi.
Nel caso di Love story, l’autore ci riuscì perfettamente: era Erich Segal, non un romanziere, ma un classicista, noto agli studiosi per i suoi lavori sulla tragedia greca e in particolare su Euripide. Nel romanzo di Segal la presenza attiva dei modelli classici è evidente. Sono molte le tragedie che hanno per tema l’amore, e di solito finiscono “tragicamente”, ossia con la morte di uno dei due amanti o di entrambi. Il binomio amore-morte è tipico della tragedia, perché illustra bene il contrasto fra volontà e
destino: l’amante è completamente calato nel suo sentimento e vuole farne il pilastro della sua vita, ma la vita lo delude, portandogli via la persona amata e vanificando così i suoi progetti.
    Possiamo dire allora che Love story è una tragedia greca ambientata negli Stati Uniti di cinquant’anni fa? In un certo senso, sì. O almeno, è una storia che dalla tragedia prende, oltre che la struttura di fondo, moltissime suggestioni. Pensiamo alla scena della morte di Alcesti, nell’omonimo dramma di Euripide: Admeto si vede morire tra le braccia la moglie amatissima, e si dispera, perché si sente responsabile della sua fine; lei, pur stremata, ha la forza di confortarlo e incoraggiarlo a vivere. Così fa anche Jenny con Oliver: è lei a far coraggio a lui, prima di chiudere gli occhi.

   C’è poi un altro punto importante: nell’Atene del V secolo a.C. la tragedia è uno spettacolo popolare. A teatro vanno tutti, o quasi, i cittadini; probabilmente anche le donne, che in linea di massima sono escluse dalle manifestazioni pubbliche. Il teatro di Dioniso, sede di tutte le rappresentazioni, è affollato da migliaia di persone, la maggior parte delle quali ha scarsa cultura filosofica e poca preparazione intellettuale. La tragedia quindi deve essere facile da capire; può affrontare problemi anche complessi (che riguardano la politica o la vita privata), ma deve farlo in modo da coinvolgere tutti.
   La tragedia è “pop”. Dunque non è strano che metta in campo storie forti, dove i sentimenti sono intensi e le posizioni chiaramente delineate. Noi, tendiamo a cercare nelle tragedie la traccia di discussioni elevate, di dibattiti impegnati; questo non è sbagliato, perché i tragediografi sono pur sempre intellettuali di alto profilo, ben calati nel clima culturale del loro tempo. Ma il loro pubblico è costituito dalla massa degli spettatori: le tragedie devono piacere alla gente, perché è il consenso popolare che assicura la fama e il successo.
   Gli spettacoli teatrali fanno parte del programma di grandi feste cittadine e sono concepiti come una forma di intrattenimento. Andare a teatro però non è un passatempo privo di contenuto. La tragedia è uno spettacolo per la città e della città: gli spettatori godono della performance, ma danno anche senso con la loro presenza alla performance. Il drammaturgo sa che i suoi concittadini vogliono passare qualche ora piacevole, ma vogliono anche “portare a casa” qualcosa di utile.
   Il festival è il punto d’arrivo di una lunga preparazione. Si comincia a luglio, con la selezione dei poeti che saranno ammessi al concorso: solo tre, per la tragedia. Nei mesi successivi i drammaturghi prescelti, dopo avere completato i copioni (ciascuno concorre con quattro tragedie inedite), si occupano della regia e della messa in scena; ogni tragedia richiede tre attori e un coro di quindici coreuti: l’impegno economico per le spese generali, i costumi e il compenso degli interpreti è notevole, e viene sostenuto in parte dallo Stato e in parte da sponsor privati. Alla fine di marzo, quando la bella stagione è alla porte, l’intera città celebra con grande gioia la festa in onore di Dioniso (il
dio del vino e del teatro): tre giorni – il cuore della festa – sono dedicati alle rappresentazioni tragiche, che costituiscono l’evento più atteso. Il teatro ha una capienza
di almeno ventimila posti, e quando ci sono le tragedie è pieno come un uovo: ai cittadini meno abbienti il biglietto d’ingresso lo paga lo Stato. Insomma, tutto è pensato e organizzato perché la tragedia sia un’esperienza condivisa: ci si aspetta che la gente vada a vederla, la apprezzi, la ami.

   Da questo punto di vista il mito aiuta. Tutti lo conoscono e ne riconoscono il valore: il mito è la bibbia del popolo greco. Le tragedie, che mettono in scena gli eroi e li fanno parlare e agire, sono paragonabili agli affreschi che nelle chiese medievali illustrano i momenti della storia sacra: gli episodi del mito diventano visibili, e per gli spettatori è più facile capirne il senso. Le vicende di Agamennone e Clitennestra, di Medea e Giasone, di Eracle e Deianira spiegano le difficoltà della vita coniugale; l’esempio di Andromaca insegna che è sempre possibile vivere con dignità, anche quando la sfortuna si accanisce su di noi; la storia di Telefo fa capire che è sbagliato dividere gli altri in amici e nemici in base a una classificazione preconcetta.

   La tragedia è facile, ma non banale; è pop, ma non superficiale né frivola. Usa il linguaggio del mito, che è un linguaggio forte e semplificato, per affrontare i temi del vivere: temi universali, che sono presenti in tutte le culture ed epoche. Queste sono le ragioni per cui la tragedia greca è attuale. Ancor oggi può essere un punto di riferimento: se la conosciamo e la frequentiamo, possiamo capire meglio noi stessi e il nostro mondo.

Il 2020 è l’anno della grande pandemia. Il mondo intero ha dovuto fare i conti con un contagio che ha messo in ginocchio l’economia e ha scardinato i nostri stili di vita. Quando proviamo a immaginare il futuro, lo scenario che si presenta ai nostri occhi è inquietante: un impoverimento generale, una chiusura degli orizzonti, ma anche una possibile crisi nelle relazioni sociali. Questo è quello che più temiamo: lo scatenarsi di una lotta per la sopravvivenza con un imbarbarimento dei comportamenti. È lo scenario prospettato dallo scrittore americano Cormac McCarthy nel suo romanzo La strada: un libro visionario del 2007 che ora si è rivelato per molti aspetti profetico. McCarthy immagina un mondo devastato da una catastrofe cosmica (forse una guerra nucleare): la vita è quasi completamente scomparsa, dalla terra non nasce più nulla, l’umanità è pressoché estinta. Un padre e un figlio si muovono faticosamente a piedi, tirandosi dietro un carrello del supermercato dove sono ammassate poche cose: vecchi vestiti, qualcosa da mangiare. Sopravvivere è difficile, perché non c’è cibo: si può solo sperare di trovare una scatoletta di carne o di conserva in una casa abbandonata. Ma soprattutto bisogna stare in guardia dalle bande di disperati che girano ovunque in cerca di prede: la fame li ha fatti regredire a un livello bestiale, e mangiano carne umana. L’uomo deve difendere il figlio da questi pericoli, ma deve anche rassicurarlo, deve dargli la speranza che l’incubo prima o poi finisca.


Ce la caveremo, vero, papà?
Sì, ce la caveremo.
E non succederà niente di male?
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco?
Sì, perché noi portiamo il fuoco.

 

In questo dialogo tra padre e figlio “portare il fuoco” ha un valore simbolico. L’immagine del fuoco allude all’intelligenza, capace di resistere alle difficoltà e superare gli ostacoli; ma il fuoco è anche una fiamma interiore, una luce di civiltà e umanità.

Dietro questa immagine c’è una lunga tradizione letteraria, che risale alla tragedia greca. Il Prometeo incatenato di Eschilo racconta la storia del titano Prometeo, che viene punito da Zeus, il nuovo signore dell’universo, perché si è dimostrato troppo amico degli uomini. Prometeo però non si pente di ciò che ha fatto: è orgoglioso di avere dato un contributo decisivo allo sviluppo della civiltà umana, e fa un dettagliato elenco dei suoi meriti:

Prima avevano mente di bambini: io ho messo in loro la ragione,nli ho resi padroni dei loro pensieri. Prima guardavano, ma senza capire; la loro vita era un sogno confuso.  Non costruivano case, non sapevano come si lavora il legno: vivevano sotto terra come le formiche, in tane tenebrose. Non sapevano distinguere l’estate dall’inverno e dalle altre stagioni, finché io ho insegnato loro a riconoscere il corso delle stelle. Per gli uomini ho scoperto il numero e ho inventato l’arte di combinare i segni scritti. Ho mostrato come si domano gli animali selvatici, perché aiutino i mortali nelle fatiche più pesanti. Ho insegnato a addomesticare i cavalli, ho costruito per primo le navi che corrono sul mare spinte dalle vele. Infinite e mirabili cose ho regalato agli uomini. Ma tutto, tutto ha avuto inizio dal dono del fuoco: il fuoco che è per gli uomini il maestro di ogni arte, il progresso più grande.

Anche noi oggi, come i due protagonisti del romanzo di McCarthy, dobbiamo tenerci stretto il dono di Prometeo: essere “portatori di fuoco” significa non rinunciare, anche nei momenti più angosciosi, a tutto ciò che ci rende uomini.

Parlando di contagio, e delle reazioni prodotte dalla paura del contagio, altre tragedie propongono situazioni di sorprendente attualità. Nella scena iniziale dell’ Edipo re di Sofocle la popolazione di Tebe supplica il re di trovare un rimedio alla pestilenza che li ha colpiti: “Il dio della febbre, la peste odiosa, si è abbattuto sulla città: le case si svuotano, mentre si riempie la terra dei morti, fra pianti e lamenti”. Questa immagine della folla dei morti evoca ricordi tristi e drammatici: la crescita del numero delle vittime nei momenti peggiori dell’epidemia; l’impossibilità di dare loro degna sepoltura.
  Ancora più forte è il rimando all’attualità quando Edipo entra in azione. La vicenda ci mostra come l’autorità cittadina si faccia carico della pestilenza. Il re interroga l’oracolo di Delfi (l’equivalente delle commissioni di esperti consultate dai governanti di oggi) e prende misure che dovrebbero a suo giudizio eliminare il male. Edipo ha grande fiducia nell’efficacia di questi provvedimenti; davanti alle obiezioni di Tiresia reagisce con rabbia e interpreta le critiche come un tentativo di indebolire la sua autorità. La gestione della crisi diventa quindi un tema politico: la peste non è più un problema di sanità pubblica, ma un pretesto per giochi di potere. Il collegamento con la situazione attuale non potrebbe essere più esplicito.
   La tragedia poi ci può aiutare a riflettere su un altro punto che l’epidemia ha imposto all’attenzione di tutti. Nei momenti di massima congestione degli ospedali si è temuto che non ci fosse posto per tutti i malati gravi; ci si è chiesti secondo quali criteri scegliere chi accogliere e chi escludere. Uno di questi criteri è stata l’età dei pazienti: si è pensato di dare la priorità a chi ha statisticamente più anni di vita davanti a sé e può quindi trarre maggiore vantaggio dalle cure (e dalla guarigione). Non è un problema da poco: si tratta di decidere se aspettativa di vita e diritto alla vita siano correlati fra loro. Più concretamente: il diritto alla vita diminuisce con il diminuire dell’aspettativa di vita?


   L’Alcesti di Euripide può aiutarci a cercare una risposta. Ripercorriamone la trama: Admeto è stato condannato dal destino a morire giovane; potrà però sopravvivere, se troverà qualcuno che accetti, con decisione libera, di morire al posto suo. Quando arriva il momento fatale, Admeto si rivolge ai suoi genitori, che sono molto anziani, convinto che non esiteranno a sacrificarsi per lui. Ma sia il padre che la madre rifiutano, come anche gli altri parenti e amici. Solo sua moglie Alcesti, giovane madre di due bimbi, non si tira indietro: per amore del marito, accetta di morire. Ferete, il padre di Admeto, si presenta per prendere parte al funerale della nuora; il figlio lo aggredisce con un torrente di accuse e di insulti, a cui l’altro risponde con la stessa durezza. Il loro scambio di opinioni è di estrema attualità: si discute infatti se abbia più diritto di vivere un giovane o un vecchio.

ADMETO
Alla prova dei fatti ti sei rivelato un vigliacco, un miserabile. Vecchio come sei, con un piede nella fossa, non hai voluto morire per tuo figlio, e hai lasciato che a morire fosse una donna. Sarebbe stato così bello, se fossi morto tu! Avresti rinunciato a ben poco, visto che ti rimaneva così poco da vivere, e tutti ti avrebbero lodato. Io e mia moglie avremmo potuto vivere insieme felici ancora per molti anni. Tanto più che tu avevi già avuto dalla vita tutto quello che un uomo può desiderare: ricchezza, prestigio, una famiglia, figli. È proprio vero: solo a parole i vecchi dicono di essere pronti a morire. Quando la morte si presenta davvero, nessuno è disposto a prendersela, e la vecchiaia smette di essere un peso!

FERETE
Figlio mio, mai avrei pensato di sentirmi dire da te cose simili. Ma visto che mi rivolgi queste accuse, anch’io ti parlerò senza peli sulla lingua. Io ho fatto per te tutto quello che dovevo: ti ho messo al mondo, ti ho allevato, ti ho ceduto il mio trono, e ti lascerò in eredità tutto quello che possiedo. Di che cosa ti lamenti? Non ti chiedo di morire per me, e non chiedermelo neppure tu. Tu godi di vedere la luce del sole; credi forse che non ne goda anch’io? Tu non ti sei vergognato di cercare qualcuno che morisse per te, tanto eri attaccato alla vita. Puoi ben capire quindi che ci sia attaccato anch’io. Quanto alla tua donna, ti dirò una cosa che non ti farà piacere: tutti la lodiamo per il suo altruismo, per il suo eroismo; in realtà, è stata una pazza!

   Chi ha ragione? Admeto, quando dice che non è la stessa cosa se muore un giovane o un vecchio? Oppure Ferete, quando dice che la differenza di età non
conta, se si parla di vivere e di morire?
   Euripide non dà una risposta. Però il finale della tragedia ci aiuta a tirare delle conclusioni. Eracle, grande amico di Admeto, strappa Alcesti al dio dei morti e la restituisce al marito. Admeto, sbigottito e incredulo, si vede consegnare una donna che è la copia perfetta della sua donna: è lei, non può che essere lei. Ma Alcesti non parla, non risponde alle parole appassionate di lui. Perché Alcesti tace? Forse proprio perché ha capito di essere stata una pazza a dare la vita per un uomo così meschino da accettare, e anzi sollecitare, il suo sacrificio. E se non avesse torto Ferete, quando dice: “Per tutti è dolce vedere la luce del sole”?