8 maggio 1945, settantacinque anni dopo. Corpi, numeri, casi clinici

Di: Sotera Fornaro

8 maggio 2020, 75 anni dalla liberazione dal Nazionalsocialismo. Abbiamo appena iniziato, su questa pagina web, a discutere sul futuro di scienza, cultura, istituzioni, società, alla luce dell’attuale emergenza sanitaria. In questi giorni, ci siamo quasi abituati ai numeri che significano contagiati, malati, morti, sepolture senza funerali.

Perciò vogliamo celebrare questa data con un contributo storico che ci ricordi l’importanza di una formazione umanistica per le scienze biomediche, almeno perché i pazienti e i morti, anche di questa pandemia, non restino solo ‘numeri’ e ‘casi clinici’.

 

 

Solo da una ventina d’anni sono venuti alla luce documenti e testimonianze sulle attività, durante gli oscuri anni del regime hitleriano, degli Istituti universitari di anatomia ed istologia tedeschi e dei territori occupati dai nazisti.

Gli anni dal 1933 al 1945 rappresentano nei territori del Reich  un periodo molto prolifico dal punto di vista scientifico-medico: sulle riviste di lingua tedesca  furono pubblicati 7.460 articoli su argomenti anatomici, istologici, biologici, grazie all’estrema disponibilità di ‘materiale’ che costituiva l’oggetto di quegli studi.  Le recenti ricerche di storia della medicina hanno chiarito che quel ‘materiale’ fu costituito dai cadaveri di coloro che erano stati condannati a morte dai tribunali nazisti. La pena capitale fu comminata dal regime a piene mani e per i crimini più disparati: alto tradimento, sabotaggio, disfattismo, mercato nero, spionaggio, reati di opinione. Si stima che nei dodici anni del regime hitleriano siano stati giustiziati 16.750 civili e altrettanti  militari.

I dieci Istituti di Anatomia del Reich ricevettero circa 3500 corpi di persone giustiziate per potersene servire didatticamente e scientificamente. Solo 500 tra loro sono stati sinora identificati. 182 di quei nomi indicano le donne decapitate a Berlino nel carcere del Plötzensee: dal patibolo, i loro corpi furono direttamente portati con un ‘trasporto speciale’ all’ Istituto di Anatomia, presso l’ospedale centrale della città, la Charité.

Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso e soltanto allora, dopo un lunghissimo silenzio,  alcuni testimoni hanno ricordato l’abbondanza di cadaveri di cui disponeva l’ Istituto di Anatomia di Berlino durante la guerra, cadaveri di uomini e donne giovani, sani. Alla maggior parte di loro mancava la testa.

Durante la guerra, molti studenti erano soldati che avevano avuto la fortuna di essere allontanati dal fronte per frequentare l’Università, perché le truppe avevano un disperato bisogno di medici. Probabilmente poco impressionati dalla ferocia del regime dopo essere stati, ad esempio, a Stalingrado, quegli studenti di medicina non posero domande, ma sapevano perché  tanti corpi giacessero nei theatra anatomici e perché si presentassero così mutilati. Il numero delle esecuzioni e il nome dei condannati, del resto, non costituiva in quegli anni un mistero per nessuno: le notizie dei verdetti capitali erano diffuse a scopo intimidatorio dalla stampa o da volantini affissi nei luoghi pubblici, almeno all’inizio del regime. La decapitazione era considerata un atto estremo di umiliazione e disonore, riservato perciò soprattutto alle donne. Gli uomini, invece, furono per lo più impiccati. Ai militari, di converso, spettava la fucilazione.

Le lezioni di Anatomia erano tenute a Berlino dal professore ordinario Hermann Stieve, direttore dell’Istituto sin dal 1935.

Le foto ce ne restituiscono l’aspetto autorevole: alto, magro, occhiali sottili, il volto severo dello studioso.  A lezione non si presentava col camice bianco, come allora era usuale, ma avvolto in un lungo mantello di seta nera lucida. Stieve, secondo le testimonianze, magnificava davanti ai suoi studenti non solo la quantità inusuale di ‘materiale’, un vero e proprio tesoro per il ricercatore, ma anche la sua eccezionale ‘freschezza’: i corpi, infatti, potevano essere studiati pochissimo tempo dopo la morte, quindi prima che entrassero in gioco fattori che avrebbero compromesso gli organi e i tessuti.

Stieve – sappiamo -  entrava in aula con espressione corrucciata, frettolosamente alzava il braccio destro nel saluto nazista, come di malavoglia, quasi solo per attenersi alle regole. Si vociferava che non fosse un convinto nazista. Non si iscrisse mai al partito, ma non vi si oppose, né protestò contro le epurazioni dei suoi numerosi colleghi di origine ebraica. Non tenne mai lezione sui discutibili criteri di ‘purezza’ anatomica della razza ariana, ma non li confutò nemmeno. La sua specialità fu l’anatomia ginecologica.

Al tempo divampava la polemica scientifica sull’ovulazione femminile. Hermann Stieve fu il più acerrimo oppositore della teoria del ginecologo austriaco Hermann Knaus (1892-1970), esposta già nel 1929, secondo la quale, come è noto, la fecondità femminile ricorre sempre in alcuni giorni del ciclo mestruale e dunque si può prevedere.

Stieve voleva invece dimostrare come esistano delle ovulazioni imprevedibili, dette ‘paracicliche’, constatate nelle donne sottoposte a stress emotivi particolari ed a situazioni drammatiche: ad esempio quando veniva loro notificata la morte del marito in guerra. A partire dal 1938, Stieve cominciò a studiare gli effetti sugli organi e sulle funzioni riproduttive della prigionia su donne recluse come nemiche dello stato nazista, alle quali, dopo un lungo periodo di carcere duro, veniva improvvisamente annunciata la condanna alla decapitazione.

Alla inappellabile notizia, alcune di quelle donne, dopo centinaia di giorni di mancanza di mestruazioni, avevano improvvise perdite di sangue. Stieve si dichiarò più volte soddisfatto di disporre finalmente di sufficiente ‘materiale’ per le sue ricerche, che era costituito non solo dai cadaveri, ma anche dagli inquietanti diari delle vigilanti presso il carcere femminile di Berlino, le quali registravano meticolosamente il calendario del ciclo mestruale delle donne condannate, le sue variazioni, la sua assenza.

Stieve ricavò da questi documenti e dalle sue ricerche sui cadaveri delle donne oltre 200 articoli, pubblicati nelle più importanti riviste scientifiche di ginecologia tra il 1942 e il 1953, dunque anche dopo la guerra.  In essi, il professore contraddiceva le tesi del metodo denominato ‘Ogino-Knaus’, per mostrare come quest’ultimo non poteva certo essere usato a fini contraccettivi, dato che non teneva  conto della ‘pressione nervosa’ e del ‘sanguinamento’ di tipo mestruale dovuto invece al ‘terrore’ (Schreckblutung, nella sua terminologia). Stieve dette dunque certamente un contributo innovatore alla medicina psicosomatica. I suoi risultati, pare, sono citati ancor oggi negli articoli scientifici.  

Hermann Stieve, nato nel 1886, diresse l’ Istituto di anatomia di Berlino  sino alla morte per ictus nel 1952. Dopo la guerra, nessuna commissione di inchiesta dimostrò una sua correità con i nazisti. Tutt’altro: Stieve fu eletto preside della Facoltà e membro di alcune tra le più prestigiose accademie scientifiche del mondo. 

Stieve ebbe insomma una carriera scientifica luminosa e coerente: interessato da subito alla biologia della riproduzione umana, sin dal 1913 aveva condotto ricerche servendosi soprattutto di animali o del  corpo di donne morte accidentalmente. Negli anni Venti aveva cominciato ad indagare l’influenza degli stress nervosi sulla fecondità maschile, usando per le sue ricerche i cadaveri dei condannati a morte per crimini comuni o politici. Gli mancava però materiale comparativo femminile, perché durante la Repubblica di Weimar le donne non subirono quasi mai condanne a morte. Quel ‘materiale’ gli fu messo invece a disposizione dal Reich nazista a partire dal 1938.

Durante la guerra, l’Istituto di Anatomia di Berlino ricevette all’incirca 200 cadaveri femminili, provenienti quasi esclusivamente dalla prigione del Plötzensee. Al dottor Stieve non sembrò mai eticamente riprovevole usare per scopi scientifici i cadaveri delle donne giustiziate.

Con il personale della prigione, Stieve concordava forse anche l’orario delle esecuzioni, perché i cadaveri giungessero al suo Istituto nelle migliori condizioni utili alla sperimentazione. Riuscì così a pubblicare immagini di alta qualità dell’apparato riproduttivo femminile.  

Il ‘materiale’ di Stieve era costituito da donne in età feconda, tra i 19 e i 43 anni, di diversa nazionalità, ma in maggioranza tedesche, condannate a morte, dopo sommari processi, per aver fatto parte di gruppi politici anti-nazisti.  A  Berlino fu così sterminato tra il dicembre 1942 e l’agosto 1944  un movimento di resistenza in cui le donne svolsero un ruolo di primo piano, dalla  Gestapo denominato spregiativamente ‘Orchestra rossa’. Il ‘materiale’ delle ricerche di Stieve fu infatti costituito primariamente dai corpi delle donne dell’‘Orchestra rossa’. Dopo decenni di oblìo ed anche di diffamazione, gli eroi di quel gruppo sono oggi ricordati nel Museo della resistenza tedesca a Berlino (Gedenkstätte Deutscher Widerstand). 

Un sacerdote protestante, Harald Poelchau (1903-1972), che era stato cappellano della prigione sul Ploetzensee e che aveva cercato di dare l’ultimo conforto spirituale ai condannati a morte, volle dopo la guerra intervistare il celebre dottor Stieve, per capire quali fossero state le sue reali intenzioni.

Nelle sue risposte, il dottore adottò un tono neutrale, senza ombra di rimpianti o sensi di colpa. Si profuse tuttavia in una serie di negazioni. Non aveva mai messo piede in un campo di sterminio, dove altri suoi illustri colleghi avevano tratto ‘materiale’ per le loro ricerche antropologiche e mediche. Non aveva anzi mai incontrato nessuno dei condannati di cui aveva poi eseguito l’autopsia. Stieve ci tenne ad informare che veniva avvisato dell’arrivo imminente di nuovo ‘materiale’ solo pochi giorni prima dell’esecuzione; i corpi gli venivano consegnati con gli atti processuali e della prigionia. Le sue conclusioni sulle conseguenze fisiche degli stress nervosi subiti dalle donne, si basavano sui fascicoli forniti spontaneamente dai medici delle prigioni. Alcuni rapporti, dichiarò ancora, furono redatti dai secondini su ordine di altro personale sanitario, senza un suo personale intervento.

A sua difesa,  Stieve appose il rifiuto del ‘materiale’in un’occasione specifica,  quando cioè il tribunale gli propose di esaminare i corpi dei militari che avevano attentato ad Hitler, fallendo, il 20 luglio del 1944. Parte di essi furono giustiziati al Plötzensee, strangolati con corde di metallo appese a ganci da macelleria, per prolungarne l'agonia che fu filmata per mostrarla al 'Führer'.

Nello studiare i cadaveri di persone condannate a morte, Stieve dichiarò di aver solo seguito una prassi in uso nella scienza anatomica sin dal XVI secolo. Non si vergognava affatto, perciò, della sua attività: aveva anzi acquisito per la scienza risultati notevolissimi, riscattando per una causa più nobile il triste destino di quegli uomini e di quelle donne.

Poiché i registri  della prigione e dell’Istituto erano andati distrutti nei bombardamenti, subito dopo la guerra, su sollecitazione dell’autorità sovietica, Stieve compilò sulla base dei suoi appunti di lavoro una lista con i nomi di 182 donne di cui aveva svolto l’autopsia, lista che è stata poi corretta ed integrata da altre fonti: dietro ogni nome di quelle donne, di età compresa tra i 18 e i 68 anni, c’è una vita che andrebbe raccontata almeno per ripristinarne la dignità umana. La lista coincide in quasi tutti i casi con quella delle donne decapitate al Plötzensee.

Cinque delle donne nella lista quando furono imprigionate erano in stato di gravidanza. Una legge del 1939 imponeva che non fossero giustiziate prima di aver partorito.  Solo in due casi, per la trentaquattrenne Hilde Coppi e per la diciannovenne Liane Berkowitz, due esponenti dell’ ‘Orchestra rossa’, andò così.

Il primo bambino, che si chiama come il padre, Hans Coppi, anche lui giustiziato, affidato ai nonni, sopravvisse e per tutta la vita ha lavorato e lavora attivamente al mantenimento della memoria dei resistenti tedeschi.  La figlia di Liane Berkowitz, Irina, scomparve misteriosamente dall’ospedale in cui era stata portata. Le altre tre donne incinte, Charlotte Jünemann, 33 anni, Luciette Tassin, 20 anni, Elfriede Henkel, 41 anni, furono giustiziate nonostante il loro stato. In quest’ultimo caso, il protocollo della prigione giustifica la decisione con il fatto che non ci si poteva aspettare da quelle donne una discendenza in qualche maniera ‘utile’ al popolo tedesco.

Le donne restarono in  attesa del processo per lunghi mesi. I segni della tortura fisica e psicologica sui loro corpi divennero evidenti, ad esempio nel precoce invecchiamento e nella denutrizione. Hermann Stieve, nei suoi articoli, registra le conseguenze sulla struttura dell’utero o delle ovaie durante la condizione di prigionia; ma non descrive nessun’altra evidente prova di tortura fisica o debilitazione visibile sui cadaveri, perché ne tace consapevolmente.

Alle condannate era permesso di scrivere delle lettere di addio, che venivano recapitate ai familiari e perciò si sono conservate. Alcune di loro esprimono chiaramente il desiderio, poi ignorato, che il loro corpo fosse affidato alla cura della famiglia. Invero il tribunale prescrisse  il segreto sulla data dell’esecuzione e non dava possibilità ai familiari di avanzare formale richiesta di restituzione dei corpi. Tuttavia inviava alle famiglie le fatture per esigere il pagamento dei costi dell’esecuzione e dello ‘smaltimento’ dei cadaveri.

Nel 1944, dopo due anni di estenuante prigionia, fu giustiziata ad esempio Libertas Schulze-Boysen, 29 anni, che nella sua ultima lettera chiede alla madre di seppellirla in un ‘luogo bello, al sole, nella natura’, possibilmente nella tenuta di campagna della sua famiglia, a Liebenberg. Il corpo arrivò invece sul tavolo anatomico 15 minuti dopo la decapitazione. Libertas apparteneva ad una ricca e nota famiglia berlinese: il marito, Harro Schulze-Boysen, ufficiale dell’esercito, era stato giustiziato mesi prima per alto tradimento. Stieve aveva in quel tempo un’assistente, la dottoressa Charlotte Pommer, la quale riconobbe il cadavere di Libertas, tolse il camice e rifiutò di continuare l’autopsia.

Con l’affidare all’Istituto i cadaveri delle vittime, i nazisti volevano cancellarne il ricordo ed il culto della memoria, proibendolo anche alle loro famiglie. Ci riuscirono. Non ci sono d’aiuto gli articoli di Stieve, che non usa i nomi propri del ‘materiale’ di cui si è servito, ma sigle. Inutilmente si è tentato di ricondurre quelle sigle ai nomi della sua stessa lista. Anche il resoconto scientifico ha annullato quegli esseri umani ridotti, contro la loro volontà, ad oggetto di ricerca. Solo nel 2016, Andrea Winkelmann, direttore dell'istituto di Anatomia della Medizinischen Hochschule Brandenburg, ha scoperto e studiato circa 300 preparati microscopici conservati nel lascito di Stieve, provenienti per lo più dalle vittime del Plötzensee, simbolicamente sepolti con un rito interreligioso nel maggio 2019. Il nostro dovere, storico ed etico, consiste invece nel cercare ancora e richiamare alla memoria i loro nomi, i loro volti, le loro vite.

Stieve non fu considerato dai suoi allievi e successori un fanatico nazista, piuttosto un fanatico della scienza. Un’espressione che potrebbe valere come un ossimoro. Su cui bisogna, credo, ancora interrogarsi.

 

Bibliografia essenziale:

Andreas Winkelmann-Udo Schage, Hermann Stieve's Clinical-Anatomical Research on Executed Women During the "Third Reich", Clinical Anatomy 22:163–171 (2009)

Sabine Hildebrandt, Anatomy in the Third Reich: An Outline, Part 2. Bodies for Anatomy and Related Medical Disciplines, Clinical Anatomy 22:894–905 (2009)

Eadem, Research on bodies of the executed in German anatomy: An accepted method that changed during the Third Reich. Study of anatomical journals from 1924 to 1951, Clinical Anatomy 26:304–326 (2013)

Eadem, The women on Stieve's list: Victims of national socialism whose bodies were used for anatomical research, Clinical Anatomy 26:3–21 (2013).

Udo Schagen, Die Forschung an menschlichen Organen nach „plötzlichem Tod“ und der Anatom Hermann Stieve (1886-1952), in: Die Berliner Universität in der NS-Zeit. Band II: Fachbereiche und Fakultäten, Stuttgart 2005. https://elibrary.steiner-verlag.de/book/99.105010/9783515112314

Nicola Montenz, L’eterna primavera. Libertas Schulze-Boysen e l’«Orchestra rossa», Milano, Archinto, 2019 https://www.ibs.it/eterna-primavera-libertas-schulze-boysen-libro-nicola-montenz/e/9788877687371?inventoryId=132430811

Sotera Fornaro, Le ultime ore. Testimonianze sui condannati a morte del nazismo, «Snodi, pubblici e privati nella storia contemporanea», 6: 123-133 (2010)

Rolf Hochhuth, L’Antigone di Berlino, a cura di Sotera Fornaro, Pistoia, viadelvento, 2008 https://www.ibs.it/antigone-di-berlino-libro-rolf-hochhuth/e/9788862260138?inventoryId=47577950

Paolo Valentino, Elise, Véra e le altre. Le cavie del nazismo ora sepolte a Berlino, «Corriere della sera», 19 maggio 1945,  https://www.corriere.it/esteri/19_maggio_13/elise-vera-altre-cavie-nazismoora-sepolte-berlino-1faf8b88-75ad-11e9-ab5b-6e5ae3374c33.shtml?refresh_ce-cp

Siti utili: 

https://www.charite.de/service/pressemitteilung/artikel/detail/symposium_zur_forschung_des_berliner_anatomischen_instituts_waehrend_des_nationalsozialismus/

https://www.gdw-berlin.de/de/home/

https://www.gedenkstaette-ploetzensee.de/