Diotima, l'eros, la peste

Di: Elena Sofia Capra

Diotima, la sacerdotessa, veniva da Mantinea, ed un tempo fu maestra di Socrate, destinato a divenire maestro di tanti. Il filosofo ancor giovane la interrogò su cosa sia, e come sia, l’Amore.

L’amore «povero, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, dorme sotto il cielo sulle soglie o per vie»- insegnava Diotima.  L’amore manca di bellezza e bontà, tuttavia le cerca e desidera costantemente. L’amore, indispensabile, sussume ogni desiderio, anche di verità e di conoscenza. Attraverso il confronto con Diotima sull’amore, il filosofo giovane si era avviato alla virtù e alla conoscenza.

Socrate lo racconta nel Simposio. L’allievo divenuto maestro trasmette con il discorso l’amore per il sapere, nel ricordo dell’antica maestra, unica voce femminile in un convivio di uomini.

Diotima di Mantinea, dunque straniera, come Aspasia, la manipolatrice della retorica del potere nell’Atene democratica, come la Medea di Euripide: donne e straniere, due volte diverse, portatrici di saggezza che inquieta per la sua diversità, ma  pur sempre saggezza.  

Ed è a quella donna che Socrate cede la parola, per rendere attuale una gioia passata: la scoperta della natura di Eros, e con essa della strada della sapienza. Gioia che la parola rinnova con l’insegnamento:  come lui ha imparato da Diotima, ora i suoi amici impareranno da lui. Diotima, dunque, sapiente nell’amore e in molte altre cose. Socrate così la presenta:  

Una volta, per gli Ateniesi che celebravano sacrifici durante la peste, rese possibile un rinvio di dieci anni del morbo, e fu la mia maestra nelle questioni d’amore. (Simposio,  201d)

La peste di Atene, forse la più simbolica di tutte le epidemie, a cui Tucidide ha eretto un monumento letterario per sempre. Epidemia come orrore, inspiegabile dalla ragione umana, con cui Tucidide ribalta l’orgoglio della città di Pericle. Che lascia un segno nel teatro tragico e nella coscienza di un’intera generazione di Ateniesi: un punto di non ritorno che rivela le debolezze della strategia basata sulla potenza imperiale, devasta il corpo della città, abbatte il corpo del leader prima nella sua discendenza, e poi nella sua stessa vita.

Un’immagine per noi tanto lontana e improvvisamente tanto vicina, mentre una malattia, che sembra incontrollabile come quella antica, pone in questione le norme del vivere democratico, rivela le carenze del supposto progresso e di nuovo spoglia dell’arroganza i leader politici, riducendoli a corpi sofferenti in lotta per respirare. Malattia reale che vale come metafora della debolezza di uno Stato.

Platone, nato tre anni dopo la grande peste, che pure ancora a lungo serpeggiò per l’Attica, giovane pieno di ambizioni nell’Atene del disastro, si trova a diagnosticare la malattia metaforica che affligge la città, dedica la sua riflessione e i suoi dialoghi a cercare una cura.

Della pestilenza dei corpi che aveva afflitto Atene,  parla solo qui, in un inciso,  ma certo non per caso, poiché il caso non esiste quando la mano che tiene il calamo è di Platone.

La sacerdotessa straniera che conosce la vera natura dell’amore, che sa insegnarla e con essa insegnare la strada infinita del desiderio di conoscenza e di perfezione, quella sacerdotessa non ha potuto allontanare la peste per sempre, ma ha saputo almeno tenerla a distanza per dieci anni.

Diotima, che misteriosamente rese possibile quel prodigio durante cerimonie sacre, resta  una grande immagine di esorcismo del male.

Molti secoli dopo, un’erede della sacerdotessa di Mantinea con lo stesso nome, Diotima, insegnerà all’amato, un giovane greco, entusiasta, idealista e alla ricerca della libertà, una nuova via dell’amore: gli insegnerà che la morte non significa nulla, è solo divenire. Eppure in tale divenire si nasconde la vita vera, la vita divina, nella quale non esistono disuguaglianze, né padroni né servi, e «le nature vivono l’una per l’altra come gli amanti; condividono tutto: lo spirito, la gioia, e l’eterna giovinezza» (Friedrich Hölderlin, Iperione, II, 103).  

 

Elena Sofia Capra si è laureata in Antichità classiche e orientali presso l’Università di Pavia.