Euripide e la Pietà pagana

Di: Valeria Andò

 

 

Resterà nella memoria di tutti noi l’immagine dei camion militari che trasportano le bare dei morti di Covid-19 dagli ospedali verso luoghi lontani dalla città di origine perché vengano cremati. Morti che hanno visto il viso dei loro cari per l’ultima volta al momento del ricovero, e che muoiono da soli, senza uno sguardo amorevole, una carezza, un abbraccio.  E dall’altra parte ci sono i vivi, quelli che restano, increduli che il loro familiare non ci sia più, che non lo rivedranno. Increduli, sì. Perché il funerale è il rito che permette ai vivi di elaborare la morte, di introiettarla, di continuare a vivere pur nella privazione di un congiunto.

Per l’essere umano la morte è un mistero inquietante, tuttora insoluto. Addomesticare la morte è compito del rito funebre, presente in tutti i tempi e in tutte le culture. Ma perché si realizzi il funerale, deve esserci il corpo, presente nella sua miseria, nella sua caducità, con le sue piaghe, ma presente. Un corpo da lavare, da adornare, da esporre e su cui piangere. Un corpo dal quale distaccarsi, per potere ritrovare la propria vita[1].

È questa necessità che Euripide mette in scena con le Supplici, la tragedia in cui le madri degli eroi caduti nell’assalto contro Tebe chiedono al re di Atene Teseo la restituzione dei cadaveri dei loro figli, per consentire loro di compiere il funerale. Creonte, il nuovo re di Tebe, non vuole infatti restituire i loro corpi. Ed ecco che le madri dei caduti, in preda a straziante dolore espresso nel loro lacerarsi le gote, implorano un’altra madre, la regina Etra, madre di Teseo, di intercedere presso il figlio perché marci contro Tebe e ottenga la restituzione.

Nelle loro parole i termini relativi al corpo (demas, soma, nekys, mele) sono ripetuti in maniera martellante, così come lamentano di non avere esposto i loro figli per il compianto né di avere alzato loro un tumulo. Il loro desiderio è di ‘abbracciare le misere membra dei loro figli’ (70 amphibalein lygrà mele paidòs), come è giusto (65 endika), per rispettare l’onore dei morti (78 phthitòn … kosmos). Viceversa l’azione di Creonte viene definita anomos (44), contraria cioè al costume consuetudinario, e in quanto tale, empia. Ed è significativo che sarà la madre Etra a convincere il figlio Teseo a rispettare la volontà degli dei (301 ta ton theòn) e le leggi (311 nomima) di tutta la Grecia, assicurando ai morti gli onori funebri. E Teseo, il mitico re fondatore della democrazia ateniese, la cui isonomia viene esaltata in un celebre discorso, si erge a difensore di questa legge e, attraverso uno scontro armato, riesce ad ottenere la restituzione dei corpi. I cadaveri sono quindi portati sulla scena per essere avviati nella solenne processione funebre al luogo del rituale[2], dove potrà essere eretto loro il tumulo, sui cui versare lacrime e libagioni.

Di fronte ai corpi che sfilano le madri ripetono il loro inesausto desiderio di tenerli tra le braccia (817 en agkosi), mentre le parole del re Adrasto, loro guida, ‘li hai, li hai’ (818 echeis, echeis)[3], consentono agli spettatori di raffigurare nella loro mente, lì, sulla scena del teatro di Dioniso, l’immagine di una sorta di ‘Pietà’ pagana, icona perenne che attraversa culture e religioni. Teseo sottrae alla vista delle madri lo spettacolo dei corpi sfigurati dalla guerra per non infliggere loro un dolore devastante (944 oloint’idousai tousd’an elloiomenous). Solo alla fine della tragedia le madri potranno stringere al seno (1159 amphì mastòn) l’urna contenente ‘un piccolo mucchio di cenere al posto dei corpi’ (1129 spodoù te plethos oligon antì somàton), come per rinnovare l’originaria funzione materna del nutrimento: magra realizzazione del loro bisogno struggente di contatto fisico con il corpo dei figli, cui il poeta dà piena voce in tutto il corso della tragedia. Ma la legge universale del funerale viene rispettata e gli onori funebri eseguiti fino all’encomio funebre, momento solenne in cui la comunità, celebrando i morti, rinsalda i propri valori[4].

Nella tragedia di Euripide dunque, attraverso la voce delle madri e quella di Teseo, vengono espresse due istanze essenziali: in quella femminile il bisogno di mantenere col morto il contatto corporeo, in quella maschile l’esigenza di dare valore ‘comunitario’ alla morte individuale attraverso il funerale.

Ma nella nostra democrazia matura non c’è un eroe fondatore che difenda il principio inderogabile e universale del funerale, né trova espressione specifica il bisogno materno, anzi nella generale sospensione delle abitudini della nostra vita, la più crudele sospensione è quella che riguarda le cerimonie funebri. La più crudele perché i corpi annientati dalla malattia dileguano di notte, nelle colonne di camion guidati da militari con la mascherina, monatti dei nostri giorni. Oggi, magari, non sono le madri a non vedere i figli morti, a non poterli tenere tra le braccia, ma al contrario sono i figli, ai quali sarebbe toccato il compito di piangere sui corpi dei genitori. Le madri supplici della tragedia di Euripide lamentano lo stravolgimento della legge naturale che le porta, vecchie, a piangere le giovani vite spezzate dei figli.

E se Euripide esprime la necessità della presenza dei cadaveri, consentendoci di riflettere sulla disumanità della sospensione dei funerali, dall’altra parte Tucidide narra che durante la peste di Atene, proprio per evitare il contagio, gli ammalati morivano soli e abbandonati, e persino i familiari dei morti alla fine si erano stancati di fare il compianto funebre (II 51.5). La ‘legge comune di tutta la Grecia’ (538 pases Hellados koinòn) di cui parla Euripide viene inesorabilmente violata dall’imperversare della malattia. È quest’ultima che sospende le fondamentali regole del vivere comunitario, nella morte così come nella vita, oggi come ieri.   

 

[1] Mi limito a segnalare al riguardo le sempre efficaci pagine di E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Torino 2000 (1958).

[2] Sui problemi di staging cf. Ch. Collard, Euripides. Supplices, Groningen 1975, I, 26, che ritiene che le salme vengano deposte sull’orchestra.

[3] Queste parole hanno spinto parte della critica a ipotizzare che le madri abbracciassero realmente i corpi dei loro figli, per es. G. Norwood, Essays on Euripidean Drama, Berkeley-Cambridge-Toronto 1954, 158 ss.

[4] Sul contrasto tra i valori delle madri e l’ideologia di Teseo cf. M.S. Mirto, Il lutto e la cultura delle madri: le Supplici di Euripide, Quaderni Urbinati di Cultura classica, 47 (1984), 55-88. Per il rapporto tra le Supplici e la legislazione funeraria ateniese cf. G. Cerri, Legislazione orale e tragedia greca. Studi sull’Antigone di Sofocle e sulle Supplici di Euripide, Napoli 1979.

 

 

 

 

Valeria Andò ha insegnato Lingua e Letteratura greca presso l’Università degli studi di Palermo. Nelle sue ricerche ha affrontato aspetti diversi della cultura e del pensiero della Grecia antica, con un interesse specifico nei confronti della rappresentazione del femminile. In questo ambito ha pubblicato l’edizione di La natura della donna del Corpus hippocraticum (Milano 2000) e il volume L’ape che tesse. Saperi femminili nella Grecia antica (Roma 2005). Ha studiato la rappresentazione della violenza estrema nel volume Violenza bestiale. Modelli dell’umano nella poesia greca epica e drammatica (Caltanissetta-Roma 2013). Sta ultimando l’edizione critica di Ifigenia in Aulide di Euripide: https://www.unipa.it/persone/docenti/a/valeria.ando/?pagina=curriculum 

 http://www.iaphitalia.org/valeria-ando/

L’opera ‘The pity’, insignita del Dobell Drawing Prize nel 2012, è dell’artista australiana Louisa Chircop: https://www.louisachircop.com/works#/2012-dobell-drawing-prize-art-gallery-of-nsw