Il contagio di Filottete

Di: Valentina Soro

Una spedizione greca arriva nell’isola deserta di Lemno, dove, durante il viaggio dell’esercito greco verso Troia, i Greci avevano abbandonato uno di loro, Filottete. Sono passati dieci anni, la guerra non è finita, l’assedio continua. Un indovino ha predetto che la città sarà presa solo se Filottete e il suo arco verranno portati a Troia.

A capo della missione greca sta Odisseo: lo accompagna il giovane Neottolemo, il figlio di Achille. Il passato viene ricordato da Odisseo, che racconta le ragioni dell’abbandono: una malattia divorava il piede di Filottete, lo segnava con una piaga gonfia di pus. Filottete gridava per il dolore, si lamentava, bestemmiava; in sua presenza non potevano più svolgersi i sacrifici per gli dei. Era dunque necessario abbandonarlo.

Il malato che turbava la comunità, divenuto insopportabile nel manifestare il suo dolore,  si rivela improvvisamente utile, anzi indispensabile: senza di lui, la guerra non finirà mai. Perciò i Greci mandano una nave per portarlo via da Lemno e condurlo a Troia, capitanata proprio da colui che più di tutti volle abbandonare Filottete. 

Odisseo ricorda, ma non c’è tempo per lunghi discorsi. Vuole piuttosto mettere sull'avviso Neottolemo, giovane e inesperto compagno nell'impresa. Anche dopo dieci anni di solitudine e di dolore, infatti,  Filottete è ancora pericoloso, dato che possiede, come arma, un arco prodigioso, invincibile. Perciò Filottete non deve accorgersi di Odisseo, che è stato l’esecutore pratico del suo abbandono: lo ucciderebbe di sicuro. Ucciderebbe qualsiasi greco: per dieci anni ha continuato a covare odio verso chi lo ha abbandonato, un odio forse inestinguibile.

Filottete può essere catturato solo con l’inganno; il giovane Neottolemo deve perciò farsi il puro esecutore di un piano escogitato da Odisseo. Neottolemo non potrà usare né le armi né la forza, ma solo il discorso: dovrà cioè mentire a Filottete allo scopo di ingannarlo, per potergli prima ‘rubare’ la psyche, l’animo, e poi l’arco.

Nel prologo, Odisseo svela con retorica accurata, per gradi, a Neottolemo quel che deve fare: il giovane è riluttante, non vuole comportarsi da vigliacco e da bugiardo. Ma ecco che da lontano cominciano a sentirsi i lamenti di Filottete, come ‘colpi’ che battono nelle orecchie e nel cuore dei greci.

Perchè Filottete sia indotto ad imbarcarsi per Troia, Odisseo ordisce una complessa macchinazione che dà origine a un ‘teatro nel teatro’: Neottolemo recita a soggetto, finge di essere deciso a lasciare la guerra e a far ritorno in patria, e promette a Filottete di riportarlo in Grecia. I soldati prendono parte alla finzione, gli fanno da spalla, recitano anch’essi, e uno di loro si presta persino a fare la parte di un falso mercante. Filottete è speranzoso, non oppone più resistenza, pensa già di poter ritornare in patria. 

Il progetto di Odisseo sembra dunque realizzarsi, quando c’è un colpo di scena: Filottete ha un attacco del male, e prima di svenire consegna l’arco a Neottolemo, fidandosi di lui.

Neottolemo viene preso da pietà, non se la sente più di ingannare un uomo che soffre così atrocemente, di dargli la falsa illusione di poter tornare a casa, quando invece deve essere, suo malgrado, condotto in guerra. Il giovane vorrebbe restituire l’arco a Filottete, dopo avergli svelato l’inganno: si scontra perciò aspramente con Odisseo. Il conflitto sembra irresolubile. 

Appare però, con un coup de théâtre finale, Eracle.

L’eroe divinizzato si presenta come garante dell’ordinato svolgimento delle cose umane: perciò esorta Filottete a ricongiungersi all’esercito acheo per conquistare Troia, grazie all’arco sacro; inoltre gli annuncia la fine della malattia, che sarà debellata da Asclepio a Troia: così Filottete tornerà nella norma, tornerà ad essere come tutti gli altri. Alla catarsi del corpo corrisponderà la catarsi dell’ animo: Filottete deve smetterla con l’odio.

Alla fine della tragedia, perciò, Filottete conosce la verità su sé stesso. Eracle gli spiega il senso delle sue sofferenze: non sono state inutili, ma il preludio ad una vita gloriosa. I patimenti subiti hanno elevato e redento Filottete,  che come Edipo si avvia verso una finale consacrazione. Eracle svela e sancisce la sua nuova funzione all’interno della comunità: l’emarginato, il soldato che non ha mai combattuto, diventa invece decisivo per vincere la guerra.

Nella tragedia, Eracle non svolge perciò la funzione di un deus ex machina, cioè di un intervento esterno, artificiale, una soluzione di emergenza ad un intreccio giunto ad un vicolo cieco: al contrario Eracle svolge la funzione di una necessità interna alla comunità, e cioè  la necessità di ridefinire tutti i rapporti e decretare un nuovo assetto. Dal ‘margine’ dell’isola deserta, Filottete torna al ‘centro’ della vita comunitaria. Non si tratta, come vorrebbe Odisseo, di operare un semplice trasferimento di Filottete, e meno che mai di portare a Troia solo l’arco e non il suo possessore: ma di rinnovare radicalmente la struttura della comunità.

La politica della parola e dell’inganno di Odisseo risulta cieca ed esce fuori sconfitta dal conflitto tragico, risolto invece dal nuovo ordine sancito dal discorso di Eracle. Se prima Filottete impediva l’offerta dei sacrifici agli dei, dopo l’eroe torna dalla parte dei sacrificanti; se prima la sua esistenza era animalesca e consumata dalle sofferenze, dopo capisce che le sue sofferenze sono la via per ambire ad una condizione divina.

I limiti tra umano e divino, che Filottete aveva trasgredito, vengono  ripristinati. L’arco, alla cui divinità, nel corso della tragedia, si accenna più volte,  tornerà ad essere un oggetto divino, da venerare: per questo Eracle prescrive che Filottete, dopo, offra dei sacrifici in ‘memoria dell’arco’ (v. 1432). Il nuovo ordine sarà basato sul rispetto per gli dei e per gli uomini. Il discorso di Eracle culmina nell’ammonimento finale:

Ma quando devasterete quella terra, ricordatevi di conservare il rispetto dovuto agli dei. Per Zeus padre, ogni altra cosa è secondaria a questa. La pietà non scompare con i mortali: sia che essi vivano sia che muoiano, essa non perisce. (vv. 1452-1468, traduzione di Maria Pia Pattoni)

 

Il Filottete è una tragedia scritta da Sofocle, vincitrice del primo premio nell’agone drammatico del 409 a.C.,  il cui argomento si basa su una delle tante leggende del ‘ciclo di Troia’.  Il protagonista del dramma è un eroe che a Troia non è mai arrivato, e che perciò non compare nell’ Iliade. Anche Neottolemo è un personaggio nuovo rispetto all’epica: appartiene infatti ad una generazione più giovane. La distanza con Omero, però, è evidente nel cambiamento del ruolo svolto da Odisseo: in Omero, Odisseo è il maestro dei racconti, che incanta e dà piacere per giorni interi ad un uditorio che, nell’isola dei Feaci, lo ascolta rapito; nella tragedia, viene rappresentato pur sempre come un oratore abile, ma i cui racconti non sono piacevoli né fantastici. Le parole di Odisseo offrono invece giustificazioni e ragioni per l’azione concreta nel presente e nel futuro: le sue parole guidano gli eventi, con l’ inganno e la ‘macchinazione malvagia’. 

L’intelligenza di Odisseo nell’epica è una virtù e un’ancora di salvezza per i compagni; nella tragedia, invece, la sua intelligenza è al servizio dell’intrigo; l’eroe non ha nessuno scrupolo morale. Odisseo non  combatte per il kleos, la ‘gloria’, come nei poemi omerici;   è un uomo politico, che usa abilmente il potere delle parole per raggiungere i suoi fini. Il Filottete di Sofocle può essere letto anche come una rappresentazione drammatica del ruolo che possono svolgere la parola e il discorso:  la parola nell’epica è dolce come il ‘miele’, seduce e incanta; in Omero,  le parole sono alate come frecce e cadono dolci come i fiocchi di neve d’inverno. Nella tragedia, invece, la parola è una macchina infernale, è sempre temibile: è una parola di cui non ci si può fidare.

Se Odisseo è l’animale politico, Filottete ne è l’antitesi. È l’eccezione alla norma, il diverso. Non è certo un errore provare pietà umana per Filottete, come fa Neottolemo. Ma non tutto, in Filottete, ispira pietà o compassione, quanto paura e orrore.  

Quando entra in scena, Filottete è stato già preannunciato dalle urla, dal rumore,  come se si avvicinasse un mostro.

Filottete è invero un monstrum: puzza come un animale, striscia e non cammina eretto, grida e non riesce più a parlare. Di lui si è impossessata una potenza oscura, che ne ha quasi cancellato l’umanità. Solo la memoria lo tiene legato alla condizione umana: è ancora un uomo, e un greco in particolare, perchè ricorda il suono della lingua greca, ricorda con affetto gli amici, ricorda con odio i nemici. Filottete è dunque un essere al limite tra la natura umana e qualcos’altro di spaventoso, di indefinibile. Proprio l’arco, la sua arma, che gli fu donata da Eracle, simboleggia la sua liminarità: è uno strumento le cui frecce sono intrise dal sangue di un mostro precosmico e preolimpico, l’idra di Lerna. Venendo in possesso dell’arco, Filottete è venuto in contatto con quel mondo mostruoso. L’eroe sofferente incarna nella propria condizione il lato oscuro del sacro, il misterium tremendum.

Perciò la sua presenza è inconciliabile con i sacrifici per gli dei: i sacrifici sono la manifestazione di un cosmo ordinato, in cui divino e umano restano due sfere separate e le relazioni tra uomini e dei sono regolate da leggi precise. Filottete non ha rispettato la distanza che bisogna tenere di fronte al sacro. È andato ‘oltre i limiti’, come dice il coro.

Anche la sua arma, l’arco, ha una natura particolare.  L’arco, nei poemi omerici, non costituisce l’arma abituale dell’eroe e della virtù eroica: l’eroe omerico maneggia la lancia, scagliandola guardando in faccia il nemico. L’arco in Omero rappresenta invece l’arma dei vigliacchi, di chi colpisce alle spalle;  oppure uno strumento di vendetta sanguinosa, come quella di Odisseo, una vendetta privata, fuori dal campo di battaglia, una vendetta che perciò diventa, nella sua efferatezza,  un sacrilegio. L’arco,  ancora, è strumento di strage di massa, come l’arco di Apollo all’inizio dell’ Iliade.  Distruzione, strage, morte, vigliaccheria, sono tutti elementi legati all’arco. Possedendo quell’arco, identificandosi in un certo senso con lui, Filottete ne acquisisce tutte le caratteristiche negative.

Le tragedie greche possono essere lette come riflessi di avvenimenti storici, talora anche come allusione a fatti e a personaggi precisi della vita politica dell’Atene contemporanea. Ma possono anche essere lette come la rappresentazione drammatica di condizioni esistenziali che sono comuni a tutti gli esseri umani, in tutte le epoche.

La tragedia di Filottete è anche la tragedia dell’uomo malato, che però rappresenta un pericolo per la comunità; non è propriamente portatore di un contagio fisico, come un malato di covid 19, ma sembra essere portatore di un contagio morale, perché in sua presenza diventa impossibile onorare gli dei. La scelta dei Greci di abbandonarlo appare disumana, senza pietà: ma obbedisce ad una necessità politica e a una logica, ossia quella di salvaguardare tutta una comunità.

L’abbandono di Filottete non è dunque giusto, perché non si dovrebbe abbandonare nessun essere umano, ma agli occhi di Odisseo, controfigura dell’uomo politico, è giustificabile: ricorda alcune affermazioni che abbiamo sentito in questi giorni, sulla necessità di dover scegliere, nei reparti di terapia intensiva saturi, a chi dare la priorità nella cura. Ricorda anche altre recenti affermazioni di importanti politici che ci hanno scandalizzato: come quelle sulla cosiddetta immunità di gregge, sì che a fare le spese dell’epidemia sarebbero stati i più vecchi e i più fragili. L’abbandono di alcuni per la salvezza di molti, sarebbe la logica sottesa a questo tipo di argomentazione.

La stessa logica, ossia il sacrificio di pochi per il bene della comunità,  induce Odisseo ad andare a riprendere Filottete dall’isola deserta per condurlo a Troia: è ridivenuto utile, quindi può e deve essere usato dalla comunità, dai Greci che devono vincere la guerra. Così, la tragedia di Sofocle mi sembra mettere in scena non solo la solitudine di chi è fragile, e dunque non ‘conta’ più, non può più contare, per la collettività; ma anche e soprattutto il cinismo di chi ha il potere, e giudica gli uomini sulla base del loro valore produttivo o economico.  

Una visione utilitaristica dell’individuo sembra perciò presiedere alla vicenda di Filottete, una visione che è purtroppo certamente quella della società capitalistica il cui imperativo è produrre a ogni costo: chi è ‘malato’, o già solo poco forte, chi non sa reggere i ritmi imposti all’esistenza, soccombe, viene abbandonato, è destinato a restare solo.

D’altro canto, non si può vedere in Filottete solo la vittima inerme.  Si deve anche riflettere sulle origini della malattia di Filottete (come sugli accidenti che accadono a tutti i protagonisti della tragedia greca): causa della malattia è sempre un atto, consapevole o no, di hybris, da parte dell’uomo. La malattia fisica è simbolica di un male morale, che macchia l’eroe tragico, e che contamina la comunità di cui fa parte. Solo guarendo da tale malattia, è possibile all’eroe ritornare nella comunità.

Filottete, come eroe tragico, è in qualche modo causa del suo male: Sofocle fa sì che egli non solo venga abbandonato, ma abbandonato in un’isola deserta, dove diventa alla stregua di un animale.  Di quale natura è la malattia di Filottete? Forse si tratta di una punizione voluta dagli dei per una sua colpa?  Il suo totale isolamento, allora, può essere inteso come una forma di purificazione. La malattia di Filottete potrebbe quindi valere come una metafora per le nostre 'colpe': per una vita che abbiamo vissuto in maniera sbagliata, sfidando la natura e non in armonia con essa, sfidando gli stessi ritmi biologici umani, una vita che ci ha fatto ammalare. Nella solitudine forzata, Filottete ritrova il suo posto nella vita della natura nelle sue manifestazioni più semplici. Filottete si comporta come un animale, torna cioè alla 'nuda vita'. Ma non è un animale, poiché i suoi desideri e emozioni sono legati alla sua vita sociale, ha nostalgia della casa, degli affetti, della patria. Non ha dunque perso le sue caratteristiche di 'animale politico'.  

Perciò solo il suo  ritorno nella comunità sancisce la sua guarigione, ed è segnato dalla fine di ogni sentimento d’odio e di rancore: ma alla fine della tragedia, non è guarito solo Filottete, tutta la comunità è guarita con lui. Filottete ritorna in una comunità profondamente diversa, rispetto a quella che l’ha abbandonato. E soprattutto una comunità in cui non ha avuto la meglio il calcolo spietato di Odisseo, ma l'umana partecipazione e la solidarietà del giovane Neottolemo.

Mi sembra che tutto sommato la tragedia di Sofocle sia il racconto della malattia, delle sue possibili conseguenze sociali, del difficile percorso di guarigione, ma anche della purificazione, individuale e collettiva, a cui un percorso di malattia può portare. Il nuovo ordine che scaturisce dalla guarigione e che interessa tutta la comunità dovrebbe basarsi sull’armonia e l'amicizia: Filottete deve guarire dalla malattia ma anche dall’odio, la bontà e la generosità  di Neottolemo avere la meglio sul cinismo di Odisseo. Solo così la comunità (forse) si salverà. 

 

Valentina Soro studia Scienze dei Beni Culturali all'Università di Sassari.