Paura e orrore nelle epidemie

Di: Eugenia Tognotti

La paura può diventare essa stessa una malattia, come avvertiva Ludovico Antonio Muratori all’inizio del Settecento: «L’apprensione, il terrore e la malinconia sono anch’essi una peste ne’ tempi di peste».  Lo è diventata, una sorta di malattia, al tempo del coronavirus, in cui il pericolo di contagio ha scardinato le nostre certezze, ha  minato  la sicurezza delle nostre vite,  ha  dato corpo al fantasma  di una malattia breve e di una morte  repentina.

Quest’ultima, invero, è divenuta sempre più rara, grazie al progresso della  medicina  e dei mezzi diagnostici e tecnologici, che hanno spostato la cronologia  della morte sempre più avanti negli anni, morte che adesso  sopraggiunge come al  rallentatore,  per malattie croniche e degenerative che lasciano il tempo, nella  loro lenta evoluzione, di accomiatarsi dal mondo.

Allontanata dal pensiero e censurata nei  discorsi, nascosta negli ospedali,  la morte ha fatto irruzione nel nostro quotidiano, attraverso i numeri dei casi e dei decessi , in continua escalation, che   riempiono i  media , irrompono su tutte le reti,  rimbalzano nelle nostre case,   mostrandoci  il ‘come’ delle morti,  ingabbiati da tubi  e terrore,  in ospedali blindati,  luoghi di contagio e di fine ineluttabile.

Ha diverse facce, al tempo del coronavirus, la paura, che rappresenta il filo conduttore delle narrazioni delle grandi epidemie/pandemie di ogni tempo, a partire dalla peste,metafora di ogni male, che nell’iconografia appare tra i cavalieri dell’Apocalisse, mandati a distruggere il mondo: l’orrore del contatto reciproco e la percezione che chiunque può essere un pericolo e, quindi, la considerazione dell’altro da sé come minaccia;  l’angoscia  dell’isolamento;  l’incertezza sul futuro; lo sconvolgimento dei ritmi della normalità e delle consuetudini;  l’’atmosfera di una guerra contro un nemico feroce e ignoto; i comportamenti emotivi e irrazionali delle masse;la ricerca di un capro espiatorio; le teorie del complotto;la caccia  agli untori. 

Dall’Iliade alle fantasie apocalittiche della science fiction post-moderna,  emerge il ‘virus’ (dal latino veleno)  con tutta la sua forza metaforica. Sullo sfondo ‘contaminazione’ e ‘contagio’ (dal latino tactumcontingo ecc.) in cui si mescolano  i concetti di ‘diffusione’, ‘epidemia’, ‘infestazione’, ‘intossicazione’, ‘infezione’, ‘trasmissione’ che rimandano a fenomeni che hanno svolto un ruolo importante  nell’immaginario letterario e artistico.

Figlia  di una cultura incapace di dare una qualsiasi risposta alle aggressioni di un ambiente gravido di minacce, la paura, che lo storico francese Jean Delumeau definisce «la componente maggiore dell’esperienza umana» lasciava il posto all’orrore.Orrore di fronte alla  morte di massa delle  grandi epidemie, fino all’Ottocento avanzato  soprattutto il colera: un’emozione ancora più violenta, dunque, della paura,  alimentata dall’angoscia  e dal  terrore di morire senza sacramenti, in peccato mortale, data la  repentinità dell’attacco, l’alta letalità della “morte blu”, l’inquietante colore che la disidratazione conferiva ai cadaveri dei colerosi. 

L’orrore giunge fino a noi, fissato nelle lettere e  nella corrispondenza privata, nella memorialistica. Durante la terrificante epidemia  del 1855-1857 , che provocò centinaia di migliaia di morti, sgomenta  il modo repentino con cui si manifestava quel morbo e  il venir meno del conforto delle artes bene moriendi,  la  possibilità  che i corpi morti , resti di umanità, finissero come semplici residui organici nelle fosse comuni, senza bara  e «senza vesti mortuarie di sorta alcuna» –  come esigevano le rigide regole sanitarie del Granducato di Toscana, per fare un solo esempio .

Ancora più del pericolo di essere aggrediti dalla malattia, terrorizzava la possibilità di essere sepolti senza gli onori della preghiera e del pianto,  il  venir meno dell’individualità della morte e  dell’attenzione rituale che  universalmente circonda i defunti. 

Decenni dopo, nel 1918, è l’aggressione della morte provocata dall’agghiacciante pandemia d’influenza, conosciuta come  Spagnola, la prima del XX secolo,  a  far venir meno la caratteristica dell’individualità della morte. Il divieto di celebrare funerali nelle chiese e l’obbligo dei funerali collettivi provoca un orrore che nel paese in guerra e ingessato dalla censura, trova parole solo nelle  lettere private   di congiunti di emigrati all’estero che vivevano in Italia.  «Non più preti, non più croci, non più campane» – scrive desolata  una donna di Troia (Foggia)  – evocando le principali componenti dei rituali funebri nelle tradizioni e nella cultura popolare meridionale, di cui gli studi antropologici hanno chiarito l’intreccio tra la dimensione privata del lutto e quella pubblica.

La  Spagnola  cancellava entrambe, nel loro dispiegarsi tra la casa, la chiesa e i luoghi pubblici, dove, in tempi normali, passava il corteo funebre per l’estremo saluto del morto, espressione della volontà di trasmissione del ricordo. Niente appariva più spaventoso della cancellazione della ‘cerimonia degli addii’ nelle grandi città dove le  salme venivano trasportati su camion.  Come è avvenuto a Bergamo con i cadaveri  prelevati , a centinaia , dagli ospedali -  dove erano morti  in terapia intensiva,  circondati da fantasmi in tuta e mascherina,  in solitudine .  Venivano   portati in altri centri,  ‘esiliati’ anche  dal  cimitero  che rappresenta il primo luogo della  memoria e della  storia  di una città.

Quando, nel futuro,  gli storici della mentalità vorranno indagare su paure,  ansie e angosce del  terzo millennio, assumeranno forse come spartiacque il 2020 e la pandemia covid-19, che ha stravolto le nostre vite e gettato il mondo intero nel caos.

Eugenia Tognotti è professore ordinario di Storia della Medicina e Scienze Umane dell’Università degli Studi di Sassari, saggista, editorialista. Il suo principale filone di ricerca attiene alla storia della medicina e della sanità e allo studio dell’impatto sociale e delle risposte istituzionali alle malattie tra passato e presente. Tra i suoi libri: La «Spagnola» in Italia. Storia dell'influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919); Per una storia della malaria in Italia. Il caso della Sardegna; Il morbo lento. La tisi nell'Italia dell'Ottocento; L' altra faccia di Venere. La sifilide dalla prima età moderna all'avvento dell'Aids (XV-XX sec.), tutti editi da Franco Angeli.