L'11 settembre ha cambiato la nostra visione del mondo ed ha imposto anche alla filosofia di misurarsi con quell'evento. Il pensiero tragico, che si interroga sul dolore e sulle lacerazioni della realtà, ha dovuto confrontarsi con un’esperienza nuova di distruzione e annientamento. L'imponenza e la drammaticità dei flussi migratori, la violenza in nome della religione, i conflitti interni alle democrazie occidentali dovuti alla mancata integrazione, l’evoluzione scientifica della genetica e della biologia oltre le leggi della natura, sono tutti - oltre al terrorismo - fenomeni ‘tragici’ del presente. Ed infatti nelle descrizioni, resoconti, commenti degli accadimenti ricorre oggi di continuo l'aggettivo ‘tragico’ nel senso comune di ‘luttuoso, terribile, angoscioso’.

In che modo l'arte rispecchia questa diffusa percezione di vivere in un'epoca tragica? In che modo la rispecchia la tragedia, ossia il genere letterario drammatico che al ‘tragico’ dà il nome? Cosa resta degli archetipi del genere, le tragedie greche antiche? Rispondono ancora ad esigenze del mondo contemporaneo oppure la loro messa in scena è solo un intellettualistico esercizio di archeologia teatrale?

Sin da Nietszche, invero, si riflette sulla morte della tragedia, che non è compatibile con la speranza offerta, nella tradizione ebraica e cristiana, da Dio, pronto ad accogliere lo smisurato patire dell’uomo. In un libro famoso di George Steiner, si afferma lo smarrimento ineludibile della tragedia. Forse la modernità conosce solo la satira e la farsa tragica, come affermava il drammaturgo tedesco Heiner Müller? Eppure, i drammi di Eschilo, Sofocle, Euripide, e i loro personaggi (Medea, Antigone, Edipo…) persistono nella memoria collettiva anche come simboli di dolorose ed estreme vicende umane. Non solo: per quanto appaia paradossale, mai, da quando esiste il teatro, sono andate in scena tante tragedie greche come negli ultimi cinquant’anni: basti pensare al rifiorire ed intensificarsi di festival dedicati al teatro greco, a Siracusa, Tindari, Delfi, Epidauro, Pompei. Lo spazio rappresentativo delle tragedie greche si è inoltre globalizzato: esse non occupano più solo la scena dei teatri borghesi europei, ma sono performate anche in contesti culturalmente distanti, dall’Africa all’America Latina, dal Vicino Oriente al Giappone.

Nel secolo scorso, il recupero di testi classici e tragici in particolare (a partire dall’ ‘Antigone’ di Bertolt Brecht, 1948) ha costituito un fenomeno estetico e culturale connesso alla crisi dell’umanesimo europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale: alla necessità, cioè, di comprendere Auschwitz e l’orrore inaudito della storia recente, di prendere coscienza di quel che era accaduto e ristabilire un rapporto non viziato col passato. Proprio al passato classico e all’eroismo ‘tragico’ dei Greci, infatti, si era richiamata la propaganda dei regimi totalitari.

Tali, in sintesi estrema, le premesse storiche in cui dobbiamo leggere i vari ritorni del passato classico dal ‘45 ad oggi: le crisi attuali, a partire da quella economica che ha coinvolto la Grecia, il luogo delle radici della cultura europea, la trasformazione dell’immagine del Mediterraneo come luogo di esodo e naufragio e non più di convivenza pacifica di culture, lo scontro traumatico con l’Islam, riportano intanto la riflessione – oltre settant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale – sul senso del passato europeo greco e latino, sulla validità della categoria di ‘classico’, sulla necessità dell’Europa di servirsi del ‘classico’ antico per definire senza inutile retorica la propria identità e cercare le proprie radici.

Perciò nell’interazione crescente anche se non sempre armonica tra studi sull’antichità, letterature comparate e filosofia, la questione del ‘tragico’ ridiventa attuale, e non ci meraviglia: tale questione, infatti, ha giocato negli ultimi due secoli un ruolo essenziale nel progetto di comprendere la modernità e le sue crisi. La ‘filosofia del tragico’ (Peter Szondi) costituisce insomma uno dei modi più significativi (e fecondi) di appropriarsi dei classici greci, e va intesa come un fenomeno macroscopico della tradizione classica.

La domanda da cui prendiamo le mosse per definire il nostro progetto di ricerca perciò suona: come si pongono le messe in scena della tragedia greca rispetto al ‘tragico’ e alla ‘tragicità’ degli eventi contemporanei?

La nostra ricerca intende nel concreto misurarsi con le messe in scena della tragedia antica in Italia, senza però escludere l’analisi di altri prodotti utili a comprendere il ruolo del ‘tragico’ nella messa in scena contemporanea.

La prima sezione di questa pagina web (Contributi) accoglie interventi critici inerenti al progetto; la seconda sezione (Schede critiche) si occupa di singole messe in scena, offrendone una recensione ed una contestualizzazione; la terza sezione (Spazi teatrali) a cura di Raffaella Viccei si occupa dei luoghi, delle scenografie, delle relazioni tra spazi, gesti e testi; nella quarta sezione (Protagonisti) si dà la parola ad attori, autori, scenografi, registi, a chi 'fa' il teatro, ivi compresi i traduttori dei testi antichi.