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Abbiamo ricevuto ieri un regalo preziosissimo: un volumetto che si intitola NIKIFÓROS VRETTÁKOS. Un grande poeta greco esule a Palermo (1970-1974), Navarra editore, a cura di Salvatore Nicosiache ha voluto donarcelo con un pensiero che ci onora e commuove.

Nikiforos Vrettakos (1912-1991), uno dei massimi poeti della Grecia contemporanea visse dal 1970 al 1974 a Palermo, in volontario esilio dal nefasto “regime dei colonnelli”. A Palermo Vrettakos trovò accoglienza nell’ambiente dei filelleni dell’Ateneo palermitano e dell’Istituto Bizantino, prestò la sua opera alla redazione del grande Dizionario greco moderno-italiano promosso da Bruno Lavagnini, trasse ispirazione per molte sue composizioni. A distanza di 50 anni, nell’ ambito del progetto “Palermo laboratorio del dialogo tra le culture”, il gruppo di allora giovani studiosi, che ebbero la fortuna di conoscerlo e collaborare con lui, hanno voluto offrire alla “città dell’accoglienza” un ricordo collettivo del poeta, e la ricostruzione di una esemplare vicenda di collaborazione internazionale e di solidarietà intellettuale e politica svoltasi a Palermo in anni difficili per la Grecia.

Noi di ‘Visioni del tragico’ anticipiamo qui il contributo di Gennaro D’Ippolito sul Prometeo del poeta greco, privo delle note e dell’apparato bibliografico. In fondo all'articolo, riportiamo l’indice del libro che ha in appendice le poesie siciliane di Vrettakos. Chi desidera avere un pdf del volumetto può rivolgersi alla redazione di ‘Visioni del tragico’ attraverso il modulo di contatti.

 

Προμηθέας ἤ τό παιχνίδι μιᾶς μέρας [Promèteo o il gioco di un giorno], scritto da Nikiforos Vrettakos in buona parte durante il quadriennio palermitano (fine estate 1970-estate 1974) fervido di invenzione poetica, fu pubblicato ad Atene nel 1978, e ripubblicato, con qualche variante ortografica, nel terzo volume di Τά ποιήματα [Le poesie], 1991.

Punto di riferimento principale, per l’autore come per il pubblico, è, naturalmente, il Promèteo incatenato (Προμηθεὺς δεσμώτης) di Eschilo. Per ironia della sorte il dramma eschileo più celebrato e amato fino all’Ottocento oggi è giudicato spurio da una parte della critica, che sostanzialmente ne ridimensiona la grandezza. Non sembra però che Vrettakos dubitasse della sua paternità. Il poeta dovette considerare anche altri testi, e senz’altro la trilogia Προμηθέας [Promèteo] di Kazantzakis, sulla quale peraltro non aveva dato giudizi entusiasti. In ogni modo, il mito, sentito in genere come particolarmente familiare da un poeta della Grecia di oggi, che vive una continuità culturale con l’antichità, è nel nostro caso assai lontano da una ripresa in chiave classicistica: al pari della maggioranza degli scrittori greci contemporanei, Vrettakos non pone limiti alla sua dissacrazione, governata dalle sollecitazioni dell’arte.

Le significative innovazioni che il poeta apporta al mito mostrano soprattutto che, mentre il centro vitale della tragedia eschilea è un problema religioso, nel nostro dramma le tematiche importanti non hanno rapporto con la religione.

Marios Viron Raízis sostiene che nel Prometeo di Vrettakos non ci sia relazione neanche con la politica in senso stretto, e che l’opera sia, principalmente, filosofica. L’affermazione appare paradossale, ma in realtà può essere accettabile, se si riflette che, al livello più alto, la politica, come dottrina dei rapporti intersoggettivi, è uno dei settori più importanti della filosofia.

Nel 1978 lo scrittore si era già allontanato dall’ideologia comunista, e il settennio dei Colonnelli (1967-1974) gli aveva insegnato che ai dittatori non abbisognano ideologie ma folle passive da sedurre con atti demagogici. Questo è il vissuto che ha fornito a Vrettakos lo stimolo a comporre la tragedia, così come per Kazantzakis era stata la guerra e l’occupazione. Entrambi i poeti si identificano col personaggio del Titano Prometeo ed esprimono non tanto particolari posizioni sociali o politiche ma tutta la loro visione del mondo.

L’opera è suddivisa in quattro parti più una scena finale sull’Olimpo e un brevissimo epilogo.

Richiamando le linee della trama, il ribelle Prometeo, incatenato sul Caucaso per aver rubato il fuoco dall’Olimpo facendone dono agli uomini, si oppone alla volontà dispotica di Zeus e programma una utopica vittoria. In un primo momento le masse seguono il benefattore che ha loro elargito il fuoco, ma presto l’establishment riuscirà a corromperle, fino a ridurle a servile strumento, operante contro gli stessi loro interessi. La rivoluzione verrà così soffocata e il vecchio ordine ripristinato. Prometeo, ormai isolato, dovrà anche subire l’umiliazione di vedersi offrire la liberazione da uno Zeus camuffato da filantropo, ma egli non si lascerà adescare da tale falsa prospettiva di libertà, e rimarrà in esilio ai confini del mondo.

I personaggi che Vrettakos utilizza sono più numerosi che nel dramma antico, pur se ne mancano due, Oceano e Iò, ma soprattutto, mentre in Eschilo erano quasi esclusivamente religiosi, adesso largo campo è lasciato all’umanità.

Comuni ai due drammi sono: Prometeo, Kratos e Bia, Efesto (Ἥφαιστος), Ermes, e un Coro di Ninfe, in Eschilo Oceanine. Da Vrettakos sono aggiunti: Zeus, Epimèteo il fratello di Prometeo, Deucalione, il figlio, con la moglie Pirra, Eracle, Atena, Efèstio (Ἐφέστιος), Araldi, Soldati, Coro di uomini, una Vecchia.

Zeus, l’antagonista, in Eschilo è assente e parla solo attraverso le parole del suo sgherro Kratos, mentre in Vrettakos se ne ascolta la voce in tutta l’opera senza mai vederlo. Ritengo questa una grande trovata teatrale: l’ignoto incute maggior terrore, ed è la base della fobocrazia.

Un ruolo importante nel dramma di Vrettakos gioca l’elemento corale, costituito da Ninfe e da Uomini. Quanto alle Ninfe, diversamente dalle Oceanine eschilee che, introdotte a conforto del Titano incatenato, accettano di patirne il destino, non parteggiano affatto per chi contrasta Zeus, loro padrone.

Il Coro Umano, ignoto ad Eschilo, appare sotto tre denominazioni diverse: le Molte Voci (Πολλές φωνές), le Voci della Folla (οἱ Φωνές τοῦ πλήθους), le Voci degli Uomini (οἱ Φωνές τῶν ἀνθρώπων).

Rappresentati spesso da un Corifeo, questi tre tipi di voci occupano ciascuno una parte diversa nel dramma e hanno orientamento e funzione differenti. Le Molte Voci iniziali sono atterrite dallo sconvolgimento degli elementi naturali e ripetono nel buio angosciate domande:

Γιατί ἀναστάτωσε τόν Ὄλυμπο ὁ Δίας; (p. 15)

Perché Zeus ha sconvolto l’Olimpo?

 La Folla fa la sua scelta:

Προμηθέα, ὁρκιζόμαστε! (p. 32)

Prometeo, giuriamo!

 

Nella parte seconda, mentre le Molte Voci lamentano la debolezza degli umani –

 Ὤου ὤου, ἀδύνατο ἀνθρώπινο γένος! (pp. 45 e 46)

Ahi ahi, impotente genere umano!

 

– il Coro degli Uomini esibisce il suo ottimismo, rivendicando molti progressi e ribadendo il proprio favore a Prometeo:

 

Προμηθέα, ἡ ψυχή

κ᾽ἡ φωνή σου εἶναι μέσα μας· δέν ὑπάρχει

στιγμή πού νά μήν τήν ἀκοῦμε. (p. 64)

Prometeo, la tua anima

e la tua voce sono dentro di noi: non c’è

momento in cui non l’ascoltiamo.

 

Ma gli uomini, irretiti dal Potere, presto vanno via di scena e non vi faranno più ritorno.

Analogamente alle Ninfe, due personaggi, assenti in Eschilo, Atena ed Epimeteo, esprimono la funzione drammatica di opposizione al Titano. La prima cerca di adescare Prometeo richiamandosi alla propria identità di divinità olimpica, figlia dell’onnipotente padre: la sua ‘tentazione’ consiste nella vita dorata che il Titano potrà godere se accetta di riconoscere la ‘giustizia’ di Zeus.

Introducendo la dea, Vrettakos l’ha vista come simbolo della sottomissione della scienza al potere.

Analoga funzione riveste il vile e cinico Epimeteo, la cui ‘tentazione’, adeguata alla sua personalità amorale, si richiama al latte della madre comune. Ermes nella prima parte funziona come nel dramma di Eschilo, cerca cioè di spaventare la folla al seguito di Prometeo, prospettandole i disastrosi effetti dell’ira di Zeus se il Titano non restituirà il fuoco; nella terza parte, invece, svolge un ruolo più originale: pur ammettendo che Prometeo agì giustamente, trova necessario continuare a servire il dio, certo com’è della sua vittoria finale.

I personaggi allegorici Kratos e Bia ricalcano Eschilo, come fanatici e disumani esecutori degli ordini del potere.

Un paio di personaggi simpatizzano, ma solo inizialmente, con Prometeo: conforme ad Eschilo, Efesto alla fine non osa trasgredire l’ordine del padrone, temendo che, dopo averlo lanciato giù dall’Olimpo, gli infligga una seconda, ancora più spietata punizione; assente invece in Eschilo, anche se forse da lui utilizzato nel perduto Prometeo liberato, Eracle compare solo nella quarta parte per annunciare al Titano, “vecchio amico” (παλιόφιλος), sia pure invano, la grazia di Zeus.

Un ruolo importante gioca nella quarta parte l’originale personaggio della Vecchia: incapace, nella sua ignoranza bigotta e superstiziosa, di capire del tutto la complessità degli accadimenti, essa, pur vittima delle atrocità della guerra gestita dalle milizie di Zeus, continua, con ironia tragica, a invocare il dio, simbolizzando le masse travagliate e disorientate, dominate dal timore della sua autorità invisibile.

Passando ad analizzare le singole parti del dramma, la prima inizia con lo spettacolo di un profondo sconvolgimento naturale prodotto da Zeus. Il dio, irato perché il Titano Prometeo gli ha rubato il fuoco e ne ha fatto dono agli uomini, comunica ai suoi sgherri Kratos e Bia e al figlio Efesto la decisione di dare al disobbediente una straziante punizione, incatenandolo a una rupe ai confini del mondo.

 A far risaltare la distanza tra i sottomessi e gli spiriti liberi e indipendenti come Prometeo, il poeta pone in bocca ad Efesto parole di smaccato servilismo:

 Nessuno è mai sfuggito

ai tuoi Kratos e Bia, o Zeus,

che giudichi rettamente, ed eran sempre giuste

le tue dure punizioni! Io stesso ancora

provo tanta gioia, ogni volta

che penso quanto giusto sei stato a lanciarmi

giù nel baratro e a fracassarmi

un piede quella volta!

 Di contro al servilismo di Efesto, Ermes assolve il ruolo, già eschileo, di portavoce di Zeus e invita la folla, ancora schierata in favore di Prometeo, a restituire il fuoco.

La ribellione di Prometeo al supremo potere si esprime subito:

Nel fuoco che ti ho preso ravvolgerò

l’ingiustizia e spargerò la sua cenere

al vento!

La minacciosa Voce di Zeus gli ricorda i propri “grandi poteri” (μεγάλες δυνάμεις), ma Prometeo ribatte con coraggio:

 Infernali

ed effimeri sono i tuoi poteri!

Li conosco bene, e poiché lo sai,

tanto anche s’accresce

di più la tua paura!

 

E più avanti profetizza un profondo cambiamento:

 

Abbastanza ti han protetto l’ignoranza e la paura!

Non hai, Zeus, su di esse fondato il tuo Potere?

Le fondamenta si sfaldano. Da un momento all’altro

sentirai il grande urlo, sui clivi

del tuo potere inespugnabile,

come tu stesso credevi fino ad ora!

 

In seguito un risoluto Prometeo sollecita gli uomini:

 

Odio più potente e più letale

contro Zeus non esiste, dell’ amore

tra di voi. Per questo proteggete

il fuoco, ma anche quando lo custodiate

nei sacri penetrali, anche allora

temete la bestia!

 

Nella seconda parte, dopo un ennesimo confronto tra la voce di Zeus e Prometeo, dove si riconfermano le contrapposte posizioni, Vrettakos applica il modello ilomorfico delle ‘tentazioni’: l’eroe è messo alla prova dai successivi interventi di Atena e di Epimeteo, che, con le proposte allettanti cui sopra ho accennato, cercano, invano, di convincerlo a cedere alla volontà di Zeus. Al Coro ostile delle Ninfe si contrappone quello degli Uomini, che, pur con qualche inquietudine, sostiene con riconoscenza il suo benefattore.

Si levano le Molte Voci compiaciute:

 

Abbiamo fuso il bronzo, arroventato il ferro,

i nostri aratri pettinano il terreno e sorgono

granai, vigneti, oliveti...

 

E il Titano rivolge loro le parole incoraggianti, che prospettano una utopia di vittoria:

L’anima dell’uomo è un programma

che un giorno diverrà azione nel mondo.

Non guardate al di fuori quante cose accadono

o quante ne possono anche accadere sulla terra:

così perdete la speranza.

La vittoria è dentro di voi.

 

Dopo i ripetuti scontri verbali tra Prometeo e la voce di Zeus, risolti sempre piuttosto positivamente per il Titano, nella terza parte inizia la περιπέτεια, il capovolgimento della situazione. L’invocato amore reciproco non mantiene per molto la coesione fra gli uomini.

Pur continuando ad amare il proprio benefattore e ad ispirarsi, per breve tempo ancora, alla sua condotta rivoluzionaria, la folla già nella voce inizia a denunciare la paura. Più avanti si compie il cambiamento: sotto la pressione del potere, tutti si sottomettono al volere di Zeus e abbandonano Prometeo; i soli a rimanergli fedeli, nella funzione attanziale di aiutanti, sono il figlio e la nuora, Deucalione e Pirra, insieme con Efestio, il “custode del focolare”.

Le parole di Prometeo mostrano la sua fortezza d’animo attraverso l’insistere nell’idea della lotta perenne contro la violenta disumanità del potere. Gli osserva Epimeteo:

[...] Προμηθέα

τά πράγματα δέν γίνονται ὅπως τἄχες

σκεφτεῖ. Τό παιχνίδι τό χάνεις! (pp. 80-81)

Prometeo,

le cose non vanno come le avevi

pensate. Il gioco lo perdi!

 

Ma ribatte Prometeo:

Ὅταν πέφτει ἕνα φύλλο, μένει τό δέντρο.

Ὅταν φεύγει μιά μέρα, μένει ὁ χρόνος.

Κι ὅταν μέσα στήν πάλη χάνει κανένας

ἕνα παιχνίδι, μένει ἡ πάλη. (p. 81)

Quando cade una foglia, resta l’albero.

Quando dilegua un giorno, resta il tempo.

E quando nella lotta si perde

una partita, resta la lotta.

Nella quarta parte assistiamo all’estrema mossa di Zeus.

Nel tentativo di piegargli la mente inviando Eracle a liberarlo, il dio vuole applicare anche a Prometeo il metodo col quale è riuscito ad allettare gli uomini: offrendo indulgenza li ha trasformati in dipendenti asserviti, sicché nei suoi riguardi essi si comportano con servilismo mentre i loro iniziali entusiasmi verso il benefattore si mutano in aperta ostilità.

Indicativo della degradazione morale degli uomini, la cui unica preoccupazione dovrà essere la obbedienza a Zeus, è quel che riferisce, tra l’altro, il Corifeo:

Questo ce lo ha spiegato

poi Zeus. Virtù, per prima cosa,

non ne esistono, ci ha detto, tranne una.

Basta che quando entri nel grande suo Potere

tu cammini sulle ginocchia e avanti a lui

mai stia dritto. Per tutto

il resto ci dice di non preoccuparci:

ci pensa lui.

A spiazzare l’attesa di Prometeo è l’ostentata magnanimità di Zeus.

Assicuratasi una egemonia sulle masse già rivoluzionarie, il dio ingannatore può ormai senza timore apparire clemente, e così decide di liberare l’avversario divenuto innocuo (Raízis ricorda a tal proposito il comportamento del regime dittatoriale dei Colonnelli, i quali, mossisi inizialmente contro gli intellettuali, gli scienziati e gli artisti, con carcerazioni, confini, licenziamenti, quando, tuttavia, si assicurarono abbastanza l’appoggio della maggioranza, non ebbero più motivo di non apparire ‘liberali’ e indulgenti verso di loro, che non rappresentavano ormai un fondato pericolo).

Ma la liberazione proposta da Zeus si configura come palese sconfitta per il Titano, che da vittima apparirebbe un beneficiario della divina magnanimità.

Prometeo, perciò, rifiuta la liberazione, e si ritira volontariamente sul monte in solitudine. Commuove la sua ostinata fermezza. Così lo descrive la fedele nuora Pirra:

Σηκώθηκε σύνταχα. Βγῆκε ἔξω καί κοίταξε

πάνω καί κάτω. Τό γέλιο του, ὅμοιο

μέ μιάν ἀντηλιά, πεταλούδιζε πότε

ἀπό δέντρο σέ δέντρο, πότε ἀνέβαινε

κ᾽ἔτρεχε πάνω στίς στέγες. Θ᾽ἀνηφόριζε,

εἶπε, ψηλά στό ἀσυνόριαστο ἐκεῖνο βουνό. (p. 105)

Si è alzato assai presto. È uscito fuori e ha guardato

sopra e sotto. Il suo riso, simile

a un riflesso di sole, ora svolazzava come farfalla

di albero in albero, ora saliva

e correva sopra i tetti. Sarebbe salito,

ha detto, in alto su quel monte senza confini.

 

Il dramma procede con gli Araldi che vengono ad annunciare la festa che si terrà sull’Olimpo in occasione della vittoria della volontà di Zeus e che vedrà invitati tutti i mostri e le divinità bacchiche della mitologia. Naturalmente Zeus si aspetta che venga anche Prometeo insieme con loro.

La scena sull’Olimpo si apre in un’aula adornata di bandiere che ricordano le Nazioni Unite. Il poeta vi riunisce, venuti a seguire il trionfo di Zeus, molti personaggi la cui presenza storica è stata associata ad atti di violenza: Gengis Khan, Nerone, Attila, papa Gregorio XIII, Stalin. Ma subito si ode la voce adirata di Zeus:

Ὁ Ἑρμῆς ξαναγύριζε! Ὁ Προμηθέας

ἀθέτησε, λέει, τό λόγο του! (p. 112)

Ermes è ritornato! Prometeo,

dice, non ha mantenuto la sua parola!

In effetti Ermes credeva che il Titano si fosse convinto a trasferirsi nell’Olimpo, dove l’aspettava l’‘amico’ Zeus: era stato Epimeteo a nascondergli la verità, per timore della reazione di Zeus.

Così Ermes arriva senza Prometeo, e riferisce a Zeus il disprezzo del Titano per le sue offerte:

E come sempre indifferente, dillo a Zeus,

mi ha detto, che la lotta non è finita!

E che più breve sarà il giorno seguente!

Come vi è passato per la mente, ha detto, come è possibile

che mi abbiate visto sull’Olimpo, seduto

in mezzo a quelli che hanno disonorato

il genere umano!

A questo punto esplode l’ira di Zeus verso un Epimeteo terrorizzato per aver nascosto il rifiuto di Prometeo. Nel successivo brevissimo epilogo Ermes, in abito moderno da cerimonia, rompendo la finzione scenica, dichiarerà al pubblico la fine della tragedia, mentre simultaneamente

s’ode un sordo lontano clamore, che si rafforza e si moltiplica, dando la percezione di una guerra che continua.

Signori, abbiamo finito. Potete andare

ora alle vostre case. Zeus, Kratos,

Bia, Efesto, e tutti gli altri,

piccoli e grandi dèi, si son ritirati di nuovo

ora in consiglio. Domani,

dopo anni, un altro poeta

allestirà per voi un’altra rappresentazione!

 

Queste parole finali di un Ermes moderno concorrono a spiegare il titolo alternativo dell’opera: Il gioco di un giorno.

Vrettakos non colloca le vicende del dramma dentro una cornice temporale storicamente determinata: il predominio di uno Zeus rappresenta un fenomeno ciclico, nel quadro di uno schema circolare dove all’infinito la tirannide succede alla libertà e la libertà alla tirannide, e i futuri poeti, in linea con le strutture del mito ma alternando fatti e personaggi, lo interpreteranno ripetendolo come “gioco di un giorno” per il piacere dei nuovi spettatori.

Dal punto di vista estetico, il Prometeo è un dramma lirico, nel quale molte parti sono qualitativamente all’altezza di tante liriche brevi e semplici di Vrettakos.

Al tempo stesso sono rilevanti i valori scenografici: mediante frequenti didascalie già il lettore, prima che lo spettatore, può immaginare gli elementi scenici, udire voci e rumori fuori scena, cogliere i movimenti dei personaggi singoli e dei gruppi, e, infine, intendere tutto lo spettacolo come un’abile ricostruzione di un dramma simbolico, che si ripete al di fuori di uno spazio e di un tempo definiti.

Si tratta di un dramma lirico, ma al tempo stesso filosofico.

L’opera simboleggia la lotta perenne tra libertà e violenza, rispettivamente incarnate da Prometeo e da Zeus, ma quest’ultimo non è allegoria di un regime particolare. Egli impersona l’idea dell’establishment: domina in ogni tipo di comunità, dalle marxistiche alle capitalistiche, corrompe la coscienza dei dirigenti, decompone le masse, emarginando la classe intellettuale impersonata da Prometeo e dai pochi che lo seguono. La ‘colpa’ del Titano è la fiducia riposta nell’uomo, nella inalterabilità del suo attaccamento agli ideali. Gli uomini, però, si lasciano sedurre dalle lusinghe dell’establishment.

A salvare il futuro dell’uomo da un pessimismo assoluto sta la fede incrollabile del protagonista, e certamente anche di Vrettakos, nella ‘legge eterna’ della ‘lotta’ contro le prevaricazioni che oppongono gli interessi materiali dei singoli allo sviluppo morale dell’umanità.

Il suo Prometeo non può non essere figlio del Prometeo romantico, e dunque ci si presenta più umano del Titano eschileo. Questi si mostrava irriducibile solo nella tragedia sopravvissuta, la prima della trilogia: l’interpretazione classica del mito crede però in una finale composizione positiva delle forze contrapposte rappresentate dagli antagonisti, Prometeo, la saggezza, e Zeus, la forza.

Ma nella mentalità romantica di poeti come Byron o Shelley la conclusione compromissoria del mito antico violava i loro ideali e non era per questo accettabile. Più realisticamente Vrettakos ripone la sua speranza nell’idea della perenne ‘lotta per la lotta’ sostenuta dal fuoco-amore, l’arma più micidiale contro l’odio di Zeus.

La potenza dell’amore ritorna in una delle più belle poesie del periodo siciliano di Vrettakos, Risposta, dedicata a Jannis Ritsos:

Ero su letto straniero ma fraterno

in un ospedale di Sicilia da dove

guardando un cielo senza rondini

seppi della tua lettera. E dissi che è bello

andarsene al canto di usignoli, quali

ne nascono in Grecia, nei boschi

quando non arde, e quando è in fiamme

dalla cenere e dalle pietre. Nella Grecia

le cui stelle sono musica all’orecchio,

i cui mari ti empiono le vene

di sale divino, frammenti di luce

e di suoni dall’eternità.

E allora, Janni,

notai che gli eleagni fiorenti in mezzo

a zefiri di Laconia spiravano e coprivano

col loro profumo l’Europa. E dissi allora

vedendo il nostro sole comune

visitarmi da solo a solo e deporre

un fascio d’oro sul mio lenzuolo

che la cosa più forte in questo mondo

non è come crediamo la morte. È l’amore.

Perché anche il sole non ci sarebbe se all’universo

mancasse l’attrazione delle estremità

verso il centro. Perché armonia in tutte le cose,

dalle piccole alle più grandi, dall’umile

geranio dell’ospedale fino a tutto

lo spettro del creato, vuol dire amore.

E dissi

per questo che la cosa più splendente in questo mondo

non è come crediamo il sole. È l’amore.

 

Del resto lo stesso Vrettakos conferma il senso della sua opera in un’intervista televisiva di Ilias Gris trasmessa il 9 Febbraio 1990 dalla Televisione greca:

«Prometeo rappresenta lo spirito combattivo che cerca di dare un ordine al mondo [...] ma continua ad essere legato alla sua rupe. Cioè, fino ad oggi non è riuscito a vincere lo spirito del male, il quale rappresenta lo sfruttamento e la mancanza di rispetto nei confronti dell’uomo».

Il succo dell’opera sta dunque nei quattro versi che ho già indicato e che torno, in chiusura, a proporre:

Quando cade una foglia, resta l’albero.

Quando dilegua un giorno, resta il tempo.

E quando nella lotta si perde

una partita, resta la lotta.

 

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Le foto di Vrettakos sono parte dell'appendice fotografica del volume. Nella prima e nell'ultima, sul dondolo, Vrettakos con Salvatore Nicosia. Prima della poesia dedicata a Ritsos, un'mmagine del poeta greco tratta dal web. Alla fine la targa commemorativa a Largo Esedra del luogo dove il poeta visse a Palermo, posta nel 2016. Al centro le immagini celebri del 'Prometeo' eschileo di Luca Ronconi (2002/2003), tratte da: https://lucaronconi.it/scheda/teatro/prometeo-incatenato