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Chi si ricorda di Molenbeek? Il nome non campeggia certo più sulle prime pagine, come quando nel 2016 valeva come sinonimo di casa del diavolo:

 Molenbeek, ossia il quartiere di Bruxelles da cui sono venuti o passati i terroristi di molti attentati jihadisti, tra cui la strage del Bataclan (13 novembre 2015).  Molenbeek-Saint-Jean, il quartiere che allora il ministro degli Interni belga promise di «ripulire», e qualcuno voleva persino radere al suolo. Fu allora che il noto scrittore belga  Stefan Hertmans, prendendo spunto dalla cronaca, scrisse il poemetto in prosa ritmica Antigone in Molenbeek.

Il quartiere Molenbeek di Bruxelles

Eccone l’esordio:

Sopra i tetti della vecchia Molenbeek passano

oche selvatiche in volo.

Nuvole chiare, odore della pioggia al mattino,

e d’un tratto quell’obliquo pallore, vaga

sensazione di speranza

che s’infiltra tra gli strati di nubi, tentatrice e

ingannevole,

perché le strade si svegliano.

 

 La giovane fruttivendola mette fuori le cassette.

Nei vecchi caffè dai tavoli appiccicosi,

occhi, lingue e mani emergono

dal sonno, a tantoni.

 

Il poemetto, come è chiaro dal titolo, riscrive e attualizza il mito portato in scena dalla tragedia di Sofocle. Protagonista è Nouria, una giovane che porta il velo, studia legge, soffre delle contraddizioni e dei fermenti della comunità di fede islamica. Suo fratello minore viene tentato e corrotto dalle sirene dell’ISIS, parte per la Siria, muore in un attentato facendosi esplodere. I suoi resti sono rimpatriati in un sacco di plastica, e portati da qualche parte nell’Istituto di medicina legale di Bruxelles.

Nouria si reca dalla polizia e chiede a un commissario, che la conosce sin da quando era bambina, di poter seppellire quel che resta del fratello. Il commissario, in francese, si chiama Crénom, un’interiezione di sorpresa che suona come il nostro ‘diomio!’, ma in francese chiaramente assonante con il nome greco Creonte. Il poliziotto, ironicamente un ‘dio’ degradato, dapprima rifiuta di dire a Nouria dove si trovi quel ‘sacco’ coi resti a lei cari, poi glielo rivela ma tenta di convincere la ragazza a desistere dal suo proposito.

Nouria torna ripetutamente da lui, ma riceve solo risposte vaghe e promesse: la dolcezza paterna del poliziotto diventa così una ipocrita forma di coercizione e di sottile violenza psicologica.

Crénom/Creonte, che pure è un modesto funzionario, può tutto nella vita di un quartiere problematico; rappresenta il volto bonario ma non meno atroce del sistema. Nouria/Antigone però si ribella e decide di recarsi comunque all’ Istituto di medicina legale per cercarvi il ‘sacco’ con i resti del fratello e sepperlirlo da sola. Riesce a entrare,  a nascondersi nell’edificio; scoperta, viene arrestata.

L’epilogo ricalca il finale della tragedia di Sofocle, ma la solitudine di Nouria è ancora più assoluta rispetto all’Antigone greca.

Immersa in una realtà metropolitana multiculturale e straniante, non ha radici o una religione che la consoli. Studia diritto, perciò conosce bene quelle leggi che pure trasgredisce in base al puro istinto; si considera una folle, una pazza, in preda a impulsi che la snaturano e la inducono a una ribellione scomposta e talora volgare; non condivide le scelte del fratello, né quelle dei suoi parenti radicalizzati, eppure non riesce ad abbandonarne il corpo come fosse un oggetto rotto in un freddo e anonimo istituto di medicina legale. Dappertutto le sembra dominare indifferenza, egoismo, isteria. Non è una donna forte e finisce con lo scontare tragicamente la sua fragilità.

Il poemetto alterna la narrazione in terza persona al monologo interiore, con più registri stilistici: la poesia si accompagna al gergo più volgare, la descrizione paesaggistica alla fotografia verbale delle emozioni, la freddezza della burocrazia alla tenerezza amorosa.  Per darne un esempio qui ne traduciamo, per la prima volta in italiano, uno stralcio. Il testo in francese di Antigone à Molenbeek  è pubblicato da Le Castor Astral, e si può facilmente acquistare qui.

La pièce di Hertmans è stata consigliata come lettura nelle scuole dei paesi del nord Europa, dove il problema del proselitismo da parte degli estremisti islamici presso gli adolescenti pare più urgente che da noi ed è già oggetto di letteratura e infotainement (ad esempio si veda la serie Netflix Califfato, ambientata in Svezia).

Noi abbiamo visto in streaming Antigone a Molenbeek  (in olandese con sottotitoli in inglese) sul sito dell’amburghese Thalia Theater, con la regia di Guy Cassiers, il direttore della Tonelhuuis di Anversa, celebre per la sua lingua teatrale visuale: da questa messa in scena traiamo  le immagini. Antigone a Molenbeek viene rappresentato  in dittico con il monologo Tiresia del poliedrico artista inglese Kae Tempest, premio Ted Hughes per l’innovazione della poesia, già conosciuto in Italia (tradotto nel 2018 da Riccardo Duranti per le edizioni e/o: Hold Your Own / Resta te stessa). Una versione francese del dittico è attesa sulle scene per giugno 2021.

Grazie anche all’intensa interpretazione della protagonista,  Ikram Aouland,  ad un uso non invasivo del video, ma quasi didascalico, agli effetti scenografici che commentano la parola senza sovrastarla, alla musica di Šostakóvič (Quartetto d’archi n. 15), un commiato alla vita che dialoga con il testo, lo spettacolo può dirsi uno dei più riusciti ed emozionanti ripensamenti recenti del mito di Antigone.

A noi il tema di questa riscrittura è particolarmente caro, perché lo abbiamo collegato al mito di Antigone già prima che Hertmans scrivesse il suo poemetto, che prende spunto da un problema reale e molto sentito specie nei paesi francofoni: i corpi dei terroristi, sia di quelli morti durante gli attentati, sia di quelli uccisi dalla polizia, sono – in Europa e nei paesi occidentali - negati alle famiglie, che spesso hanno dovuto eseguire funerali a bara vuota nei paesi di origine.

Inoltre quei corpi sono rimasti per mesi insepolti come oggetto d’indagine o corpo del reato negli istituti di medicina legale; molte città hanno rifiutato di accoglierli nei cimiteri, anche quando erano giuridicamente obbligati a farlo perché si trattava di cittadini francesi, belgi, americani; molti imam hanno negato la sepoltura religiosa a chi aveva disonorato la fede.

Nella maggior parte dei casi conosciuti, quando i terroristi sono stati sepolti hanno ricevuto una tomba anonima e segreta, di nascosto o in piena notte, senza riti funebri o anche solo il compianto delle famiglie. Il rifiuto del seppellimento dei corpi dei terroristi e dei nemici dello Stato ha una storia più antica: esemplare il divieto di sepoltura dei terroristi della RAF suicidi a Stammheim.  

Su tutto questo e sui riflessi nella letteratura, cinema e teatro ho scritto in Antigone ai tempi del terrorismo. Letteratura, cinema, teatro.

Ecco dunque la traduzione  di alcune pagine del poemetto di Hertmans, dal momento in cui Nouria/Antigone decide di andare a recuperare il corpo del fratello.

Buongiorno, commissario Diomio,

rieccomi…

Volevo chiederLe…

 

L’agente sospira, non appena la vede.

Ancora tu? Ah! Amici miei, le donne…

Maledetto l’uomo costretto a vivere sotto la loro

tirannia!

 

Suvvia, commissario,

Lei non la pensa affatto così…

 

Il commissario si alza

tenta con dolcezza di accompagnare

la ragazza con il velo sino alla porta, per liberarsene.

Nouria si ostina a tirarlo per la manica

alza gli occhi verso di lui, quegli occhi

così neri che paiono

incandescenti e sottomessi insieme.

Lui sente una leggera brezza,

una debole angoscia sfiorare

il suo vecchio, logoro cuore

per colpirlo come un coltello affilato.

 

Andiamo, signor agente, mi dà quell’indirizzo?

Non ho diritto di sapere dov’è che lo hanno in custodia?

 

Nouria, una volta per tutte, smettila con le tue geremiadi,

credi davvero di poter…entrare là dentro?

 

Dove? Entrare dove, signor agente?

Come lo chiamate, voi? Istituto medico…

Può ripetere?

…legale? Ecco, si,

Istituto medico-legale?

È lì il mio povero fratello,

signor Diomio?

Lo ritroverò lì?

 

Mi vengono le vertigini.

Un abisso mi si apre dinanzi,

un baratro scuro e gelido di speranza.

Ho capito bene?

Davvero si trova lì, a nemmeno dieci chilometri di distanza?

Lo conosco, quell’edificio; studio giurisprudenza,

Lei lo sa.

All’Università di Bruxelles.

Secondo anno. Si, si.

Secondo anno in corso.

Mio padre era molto fiero quando ho…

---

Mi precipito per strada, stordita,

col cuore che batte.

Devo andare in facoltà, ma non ragiono già

più.

Durante il corso di ‘Storia del diritto’

ho la testa da un’altra parte

gli occhi

vuoti posati sul foglio

mi mangio le unghie;

non sento una parola di quel che dice il giovane

assistente

laggiù in basso, vicino alla lavagna.

 

Un pensiero mi ossessiona:

voglio solo mio fratello

voglio solo il sacco, quello di mio fratello

voglio solo il sacco, quel che ne resta

vorrei che quel sacco -

so che quel sacco… - io, io lo seppellirò…

___

È mezzogiorno, ma il sole lassù

è invisibile dalle nostre fredde città

nascosto da nubi scure

in questo paese eternamente grigiastro.

 

La gente si affretta per prendere il tram,

sul metrò, alla stazione,

nei parcheggi, sulla piazza

mangiano e si divertono

mangiano e ridono

non alzano mai gli occhi

verso le nubi scure

guardano le loro scarpe

e soprattutto non ricambiano gli sguardi.

Mi sento abbandonata da tutti

cammino per strada come una cieca

per ritrovare mio fratello

che non potrò mai resuscitare.

__

Il giorno dopo, non vado all’Università.

Prendo il treno, in meno di mezz’ora

arrivo: vicino ad un vecchio, alto

edificio, niente tradisce

cosa si nasconda all’interno.

Conosco quel posto:

lì ci avevano fatto assistere a un’autopsia

durante il nostro primo anno di università.

Mi ricordo del suo odore…

Quell’odore incancellabile che mi fa battere

il cuore…

 

È vero? Può davvero essere?

Che mio fratello sia lì…?

Cammino a lungo davanti

a quelle mura

il grande portico sorvegliato da guardie…

Che strano obitorio…

Poi appare un convoglio nero

mi metto dietro le uniformi scure

di un gruppo di impiegati

entro dentro, è stato facile.

Non c’è nessuna indicazione;

porte e corridoi, una sala deserta

con tristi sedie in velluto color terra bruciata.

E quell’uomo dilaniato sulla croce,

le magre ginocchia sovrapposte tra loro, simbolo

di dolore, sembra.

Ecco lo sento, come avessi ricevuto una pugnalata:

il dolore.

Il dolore. Mio fratello e il dolore.

 

D’improvviso, sono presa da un irrefrenabile desiderio;

vago tra i corridori, salgo e scendo

per le scale,

nessuno mi chiede niente.

Quando finalmente trovo  le toilettes,

chiudo a chiave la porta.

Mi gira talmente tanto la testa

che mi accascio vicino a un lavandino…

 

Il rumore dell’acqua nei vecchi tubi di

piombo,

il canto di queste vecchie cose…

L’odore del detergente

e di piscio. Il silenzio.

Una porta sbatte, lontano.

Un bambino grida ‘mammaaaa!’,

il suo lungo pianto risuona in fondo

a un corridoio vuoto.

Come sarà entrato?

Cosa viene a fare un bambino in questi corridoi

senza fine

la cui sola eco basta per ghiacciare il cuore?

 

Rimango a lungo seduta.

Tornano le lacrime.

Che ci faccio qui?

Dopo un po’, mi viene

un’idea:

mi lascio rinchiudere qui stanotte.

E quando tutti se ne saranno andati,

andrò a cercarlo.

Lo troverò.

Troverò quel che resta di…

Troverò quel che è il mio fratellino….

 

Facile a dirsi: ma quante ore

passerò qui nella speranza di non essere

scoperta, sino a che un custode

verrà a chiudere?

Ho guardato il telefono: sette messaggi

della mia coinquilina, mi chiede

che fine abbia fatto.

Lamya, dagli occhi così chiari,

dai capelli scintillanti d’argan…

La mia amica. Un cerbiatto spaventato.

Dovevamo pranzare insieme.

L’avevo completamente dimenticato…

 

Su facebook  nuovi messaggi

di ingiurie, postati da uno studente

che mi molesta da mesi,

mi manda selfies minacciosi:

me ne devo andare, io, la faccia di culo nera,

devo tornare da dove son venuta

farmi esplodere come

quel mostro che chiamo fratello.

 

…Vorrei tanto poter parlare ancora

solo un attimo a mio zio.

Non so.

__

Questi vecchi sono pieni anche loro di odio,

dappertutto c’è odio –

vecchi invidiosi della giovinezza e della sua

forza,

seminano l’odio nel cuore dei giovani

perché sacrifichino la loro giovinezza

per un ideale a cui loro stessi, i vecchi,

non credono più.

Soprusi.

Dappertutto soprusi e confusione.

__

Perché i ragazzi di oggi sono così

incazzati?

Nella nostra strada, ad esempio: ogni settimana

un naso rotto, una rissa, grida,

insulti,

ti faccio la pelle, fanculo a tua madre,

figlio di puttana,

a favore o contro, troppo odio, troppa

isteria…

Ed è sempre colpa delle donne.

Delle madri, delle mogli, delle compagne e delle

amanti

che dovrebbero, giorno dopo giorno, lenire

la sofferenza degli uomini, di quei piagnoni.

Poi arrivano sempre gli attacchi isterici

quando ormai è troppo tardi

per porre riparo a qualunque cosa…

 

--

Fratellino mio.

Mio povero fratellino.

Fratello mio, mio, solo mio.

Razza di idiota.

 

--

Non so più dove trovare pace.

 

 

 

 La prima e l'ultima immagine sono del quartiere di Molenbeek. Le altre immagini sono tratte dal sito del teatro diretto da  Guy Cassier, © Kurt Van der Elst. Qui altro materiale video. Per la copertina  © Vincent Delbrouck