default_mobilelogo

Newsletter

Vuoi ricevere una notifica quando sono disponibili nuovi contenuti sul nostro blog? clicca qui

Il primo settembre 2020, quando già si temeva che ci sarebbe stata una nuova e ancora più terribile ondata epidemica da Covid 19, un articolo a firma di Elif Batuman nella pagina culturale del New York Times osava chiedere: ‘La tragedia greca ci può aiutare a venir fuori dalla pandemia?’. Domanda strana, in tempi in cui si chiudono i dipartimenti di studi classici perché inutili o perché ideologicamente scorretti.

Eppure si tratta di una domanda per nulla oziosa, che prende le mosse da uno specifico progetto di una compagnia teatrale newyorkese che, sin dal primo lockdown, ha proposto una versione via Zoom dell’Edipo Re di Sofocle.

La compagnia in questione si chiama Theater of War, fondata e diretta da Bryan Doerries, e sin dal 2009 porta in contatto la tragedia greca con comunità sconvolte da problemi sociali, medici, culturali, etici molto gravi, dai militari in preda a stress post-traumatico, a chi soffre di dipendenze, a chi è vittima di emarginazione per motivi economici e per pregiudizi di razza o di genere.  

Le produzioni di Theater of War si distinguono innanzitutto per  la novità delle traduzioni tutte dello stesso Doerries, alcune già raccolte in volume; poi per il coinvolgimento nella messa in scena di artisti e musicisti di punta, ma anche di altre figure che svolgono un ruolo sociale o culturale e non lavorano in teatro, nonché di gente comune presa a testimone della propria esperienza.

Lo scopo della compagnia è interagire con i differenti pubblici a cui si rivolge attraverso dibattiti, confronti e un comune lavoro sui testi delle tragedie, prima e dopo la loro messa in scena. Non si tratta, dunque, di spettacoli, o solo di spettacoli, ma di progetti, artistici, sociali, etici, culturali.  Abbiamo già segnalato in questo blog alcune delle attività di Theater of War. Le idee che ispirano il gruppo si trovano, tra l’altro,  in un interessante libro di Bryan Doerries del 2015 che si chiede, forse troppo ambiziosamente,  ‘cosa la tragedia greca ci insegni oggi’ (vedi la bibliografia alla fine di quest’articolo).

Per dirla in sintesi, Theater of War usa la tragedia greca e i suoi linguaggi, verbali e performativi,  per insegnare a comunicare i disagi e le esperienze individuali, ma si serve della tragedia greca anche come cura e terapia. La compagnia è molto radicata nella variegata realtà newyorkese. Tuttavia, proprio in occasione della pandemia e grazie alla rete, si è aperta al mondo e ha acquisito notorietà oltre gli Stati Uniti.

Con lo scoppio dell’epidemia, Theater of War si è infatti adeguata al digitale e ha usato Zoom per la realizzazione del suo progetto-Edipo, avvalendosi di un cast eccezionale, che ha saputo dare una delle interpretazioni più intense della traduzione inglese del testo di Sofocle, grazie alle prove attoriali di interpreti come la quattro volte premio Oscar Frances McDormand (Giocasta)John Turturro (Creonte), Jeffrey Wright (Tiresia), Oskar Isaac (Edipo), David Strathairn (il messaggero). Il difensore pubblico eletto della città di New York, Jumaane Williams, ha interpetato la parte del coro, istituendo già solo con la sua presenza un legame ineludibile con la popolazione di New York che Williams rappresenta giuridicamente, e che nella versione della tragedia di Sofocle data da Theatre of War è chiaramente identificata con i Tebani che si recano a chiedere aiuto al loro Re.

La prima dell’Oedipus the King è andata in streaming in uno dei momenti più critici di incertezza, paura e sconcerto di fronte alla pandemia a New York e negli Stati Uniti, mentre imperava un generale senso di abbandono da parte delle istituzioni e mentre il Presidente Trump pubblicizzava improbabili modi di guarire dal virus, minimizzandone la pericolosità.

Vediamo in cosa è consistito questo Edipo via Zoom: la piattaforma era volutamente in modalità ‘speaker’, cioè mostrava solo un attore per volta, e non la galleria di tutti gli attori. Tale scelta puntava  a enfatizzare la reazione emotiva e le scelte individuali dei personaggi della tragedia. L’idea alla base sembra essere quella di dimostrare come ognuno, secondo il proprio ruolo, dev’essere responsabile delle proprie azioni e decisioni.

Non si può dire che si sia sentita la mancanza di scenografie o costumi perché la mimica facciale, i pochi oggetti di scena e il trucco, la maniera di porsi di fronte alla web cam, gli accorgimenti di luce, oltre naturalmente alla voce, sono bastati per creare un’atmosfera emotiva simile a quella che si avverte in teatro.

Il colore della pelle di Wright (Tiresia), i cui occhi erano invisibili dietro gli occhiali da sole a specchio, illuminati da un faro accecante, è divenuto di per sé un atto di accusa verso la leadership, colpevole di pregiudizio, rea di avere dentro di sé l’errore e averlo tramandato per generazioni.

Lo studio colmo di libri da cui parlava Turturro (Creonte) esprimeva il disorientamento degli uomini di studio e di cultura davanti ad una sin troppo facile profezia, che svelava le colpe terribili di chi era a capo della comunità.

Il viso senza trucco della ineccepibile McDormand (Giocasta), che tanto materiale avrebbe dato al gossip intorno alla cerimonia dell’ultimo Oscar, esprimeva la disperazione nuda di chi suo malgrado si trova corresponsabile del potere e dei suoi crimini. Una donna, del resto, sofferente perché lei stessa merce, data in sposa a uno straniero come premio, e prima costretta a disfarsi del proprio figlio. Una donna che pure, senza egoismo, cerca fino all’ultimo di evitare un conflitto di potere che non può che nuocere ad una comunità che sta soffocando nella stretta della malattia. Una donna pragmatica, che vuole indirizzare politicamente Edipo, ma non ci riesce.

Molti di noi hanno usato nei mesi scorsi – e continuano ancora a farlo – la piattaforma Zoom per interagire con gli altri durante lezioni, convegni, seminari: nel caso dell’Oedipus the King di Bryan Doerries,  nessuno spettatore poteva intervenire nello spettacolo ed entrare in relazione con gli attori, né via chat né in altro modo. I singoli volti si alternavano sullo schermo secondo il volere di un’occulta regia (il fato?), senza che i partecipanti alla riunione potessero avere un qualsivoglia potere sulla visualizzazione, come normalmente accade con Zoom. Dal canto suo, nemmeno il regista poteva interagire con i numerosissimi spettatori, circa 15.000 da tutto il mondo.

Oltre all’intreccio teatro-piattaforme digitali, Oedipus the King mette in scena un altro legame, quello fra generi, teatrale e cinematografico: gli attori di Theater of War, che hanno interpretato Oedipus the King di Doerries, sono celebri star holliwoodiane. Soprattutto per il pubblico cinefilo, è stato quasi naturale sovrapporre i ruoli cinematografici più noti di molte di loro alla parte che hanno recitato nell’Oedipus: ad esempio, è stato immediato accostare l’immagine della risoluta Giocasta di Frances McDormand alla madre afflitta, ma decisa, di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, interpretata dalla stessa attrice.

La relazione fra teatro e cinema è stata ricercata dagli attori stessi. Nel caso di Oskar Isaac, che ha impersonato Edipo, è evidente la maestria nel servirsi di tutte le possibilità della cam e come questo uso abbia inoltre contribuito ad attualizzare efficacemente il testo di Sofocle e non solo da un punto di vista ‘tecnico’, ma anche ‘politico’. L’attore, interprete di un personaggio che è un re, un leader, ha infatti usato la cam proprio come un leader politico contemporaneo, abituato a trasmettere messaggi, compresi quelli video, attraverso i social media: impossibile non pensare a Trump che, in piena fase pre-elettorale, imperversava con continui e spesso deliranti tweet, post, video su facebook. L’analogia era immediata, anche per un pubblico non statunitense.  

Sfruttando al meglio cambi di luce e inquadrature, Isaac ha saputo rappresentare il crescere della paranoia di Edipo e la progressiva perdita di controllo, da parte del personaggio, del mezzo di comunicazione sino all’accecamento finale, quando il volto dell’attore si è mostrato con le orbite insanguinate, incapace dunque di vedere e anche ormai impossibilitato a farsi vedere.

I versi di Sofocle sono stati ascoltati, il 7 maggio 2020, il giorno della ‘prima’ di Oedipus the King, in una di quelle giornate innaturalmente silenziose per il lockdown. Quei versi sono risuonati come un’eco del presente: senza dubbio ogni spettatore ha stabilito connessioni tra la mitica epidemia di Tebe e la pandemia di Covid 19 che andava mietendo vittime e che, in quel momento, non faceva vedere nessuna reale soluzione all’orizzonte.

Nel dibattito pubblico seguito alla performance, alcuni rappresentanti di associazioni sociali e mediche e sette spettatori hanno riletto i temi della tragedia dal loro punto di vista. Più precisamente, hanno partecipato alla discussione alcuni rappresentanti di associazioni attive nel sociale, che lavorano con persone fragili, dai senza tetto agli immigrati alle vittime di discriminazioni di ogni tipo, persone dunque colpite in modo più drammatico dalla pandemia; ma hanno animato il dibattito anche esponenti del personale medico e paramedico in prima linea. Tutti si sono identificati con i Tebani che chiedono aiuto a chi è al potere.

Così è stata ovviamente la pandemia a guidare sia la discussione che l’interpretazione di Oedipus the King. Tutti gli altri temi della tragedia, soprattutto quello dell’incesto, non sono stati nemmeno menzionati nel dibattito e, secondo Krishni Burns, questa focalizzazione sull’epidemia può persino aiutare a capire quale sia stata la ricezione della tragedia di Sofocle quando fu rappresentata ad Atene. Quello che si è discusso al termine dell’Oedipus di Doerries è stato piuttosto se quello di Edipo sia stato il miglior comportamento possibile in occasione dello scoppio della peste, se ‘the King’ abbia preso le decisioni migliori; ci si è chiesti perché il re non abbia voluto e saputo ascoltare subito Tiresia.

Edipo, dunque, come abbiamo già accennato, è parso subito una controfigura del Presidente, di Trump, e così nel maggio del 2020 l’autoaccecamento in scena è stato visto e inteso non con orrore, ma come giusta autopunizione per il non aver saputo tenere testa alle proprie responsabilità politiche e di governo. Nell’America del 2020, il pubblico di newyorkesi/americani chiedeva cioè, attraverso Oedipus the King di Sofocle, che Trump ammettesse le proprie colpe e andasse via, per il bene di tutti: era ancora da venire la perdita delle elezioni da parte di Trump e il connesso attacco al Campidoglio. L’esilio del ‘Re’ pareva una speranza, e la tragedia di Sofocle venne così interpretata addirittura con ottimismo, come un messaggio di speranza: tutto si aggiusterà, anche la peste andrà via, e chi ha sbagliato pagherà.

E probabilmente era questo il messaggio finale che la compagnia voleva dare: perché anche la traduzione è stata adattata per renderla più efficace rispetto all’attualizzazione focalizzata proprio e solo sulla pandemia e sulla sua gestione da parte della leadership di Tebe. Così l’Oedipus di Theater of War si interrompe con l’accecamento di Edipo (al verso 1366 della tragedia sofoclea, che ne conta 1530), espungendo dunque tutta la sofferenza di Edipo verso il quale, come ha dimostrato la discussione successiva alla performance, nessuno del pubblico sembra aver sentito un qualsiasi moto di compassione o simpatia. Nessuno, insomma, ha pensato che Edipo potesse essere non colpevole.   

Il momento della discussione collettiva dopo la rappresentazione costituisce uno dei capisaldi di tutti i progetti di Theater of War. Attraverso la discussione, i partecipanti possono liberamente mettere in contatto quel che hanno visto rappresentato con la propria esperienza, oppure possono raccontare di sé stessi e della propria sofferenza anche indipendentemente dalla tragedia vista. Il racconto, come in molte comunità terapeutiche, è uno strumento di autoconsapevolezza e anche di guarigione. Così il confronto tra difficili esperienze individuali e le vicende rappresentate nelle tragedie assume un valore catartico.  Secondo il regista Bryan Doerries anche nell’antica Grecia la tragedia ‘guariva’ dai mali fisici e psichici, e la celebre catarsi a cui accenna Aristotele va intesa in questo senso medico.

Ora, qui non si tratta di discutere se questo sia vero per l’Atene del V sec. a.C., discussione del resto secolare (sul valore catartico della tragedia greca si veda ora il recente libro di Mario Telò e sulla storia della catarsi in senso medico il libro di Gherardo Ugolini). Importa invece segnalare che le esperienze di Theater of War mostrano che la messa in scena della tragedia greca oggi può avere una funzione anche terapeutica e talora catartica e questo processo di guarigione, o di aiuto alla guarigione, ha ugualmente funzionato nel teatro virtuale della piattaforma Zoom.

La platea della prima del 7 maggio 2020 si è nel frattempo ampliata. L’Oedipus Project di Theater of War ha concretamente aiutato migliaia e migliaia di persone a superare il trauma dell’isolamento, della paura, dell’angoscia dovuto alla pandemia, ed è perciò stato più volte replicato nei mesi successivi sino a rappresentare, nell’epoca del distanziamento e della virtualità, la voce della scienza e della letteratura: è stato infatti portato al summit per il premio Nobel, con il coro costituito da tutti i premiati, e il cast leggermente variato. Detto in altri termini, i versi di Sofocle hanno saputo raccontare il mondo che si interroga, e che interroga chi è al potere, sulle cause della catastrofe e sulla possibilità di venirne fuori.  Ma quale catastrofe?

Sin dall’inizio della pandemia, si è detto e ripetuto che quest’ultima non è che un aspetto, largamente prevedibile, di un rapporto falsato dell’uomo con la natura e che in questione non c’è solo la necessità di trovare una soluzione alle crisi provocate dalla diffusione del Covid 19, ma di cambiare direzione all’epoca che definiamo antropocene. Il progetto Edipo di Theater of War continua, perciò, come leggiamo nell’intervento di Bryan Doerries apparso su Project Syndicate del 18 maggio 2021, e che qui traduciamo, per richiamare l’attenzione sulla crisi ecologica e climatica.

Non più tragedia del potere responsabile della pandemia, l’Edipo Re diventa metafora del potere dell’essere umano sulla natura e sull’ambiente male esercitato, della tirannia dell’anthropos sul resto dell’ecumene. Gli stessi temi sono alla base di un altro progetto su Edipo, quello di Alexander Eisenach e il Teatro dell’antropocene dell’Università Humboldt di Berlino, su cui abbiamo già richiamato l’attenzione e su cui torneremo in questo blog.

Una piccola nota personale: nel giugno 2020 il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) italiana ha bandito dei fondi speciali per progetti correlati al COVID, progetti non solo di medicina e scienze fisiche o naturali, ma anche delle scienze cosiddette ‘umane’ che potessero aiutare a superare la situazione pandemica. Ispirandoci a Theater of War, e correttamente citando il loro lavoro, abbiamo proposto un’iniziativa che ricalcasse la loro e si adattasse a specifiche realtà italiane,  pur  non potendo disporre di attori hollywoodiani. Dopo un anno (a crisi pandemica che sembra finita) abbiamo ricevuto un diniego; tra le giustificazioni, il fatto che nel progetto «manca una chiara definizione del ruolo assunto dal sapere pedagogico» (da un anonimo referaggio). Ci consola sapere che anche un progetto come Theater of War manchi di tale definizione. Il nostro intento era collaborare, come già facciamo, con compagnie italiane che analogamente a Theater of War usano il linguaggio della tragedia greca per esprimere realtà di disagio e problemi collettivi, di cui abbiamo segnalato, e continueremo a segnalare, il lavoro.

BRYAN DOERRIES, LA TRAGEDIA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

“È tremendo conoscere, se questo non dà nessun vantaggio a chi conosce”, lamenta il profeta cieco Tiresia nell’Edipo re di Sofocle. Edipo lo aveva mandato a chiamare per fargli rivelare la causa della pestilenza e del disastro ecologico che stava devastando Tebe. Ma Tiresia sapeva che il re non avrebbe accettato la verità. Gli odierni climatologi ed epidemiologi si possono paragonare a Tiresia.  

Come Tiresia, gli scienziati moderni sanno in che direzione sta andando il pianeta e perché. Lo hanno scoperto non attraverso le profezie, ma con innumerevoli esperimenti ‘a doppio cieco’, studi randomizzati e rigorose revisioni tra pari. Le loro prove sono irreprensibili e il consenso tra loro assoluto. Ma la loro profezia laica non sembra superare l’ostinata indifferenza dei politici o della maggioranza della gente. La conoscenza non serve loro a nulla, perché sono ascoltati da pochi.

Se esiste una maniera per gli scienziati di entrare in contatto con le persone e i loro leader, bisognerà cambiare non ciò che dicono, ma come lo dicono. Il linguaggio della scienza vuole essere appositamente privo di passioni. Per contrasto, le molteplici crisi davanti alle quali si trova il nostro pianeta sono urgenti e profonde e le decisioni individuali e collettive che stanno alimentando tali crisi hanno un’alta posta in gioco emotiva ed etica. Una pandemia virulenta ha tolto la vita a tre milioni di persone. La Terra è alle prese con una sesta estinzione di massa. E i problemi sono destinati ad aumentare.

Abbiamo bisogno di un linguaggio per comunicare la gravità e la complessità della tragedia globale che si sta svolgendo, e gli antichi greci ce lo forniscono. Le loro tragedie sono storie di persone che imparano troppo tardi (di solito in millisecondi). I loro personaggi perseguono ostinatamente ciò che credono sia giusto, capendo poco o niente delle forze a cui si oppongono: il caso, il destino, le abitudini, i governi, gli dèi, il tempo. Nel momento in cui finalmente capiscono, i personaggi della tragedia greca hanno inconsapevolmente commesso un errore irreversibile e devastante.

Per secoli, le tragedie greche sono state viste come espressioni pessimistiche di una società fatalista, che rappresentano l’inutilità di combattere il destino. Ma, per i Greci, l’effetto di queste storie potrebbe essere stato controintuitivo. Mostrando alle persone quanto ristretto e fugace fosse il loro potere di determinare il proprio futuro, le tragedie hanno scoraggiato l’apatia. Evidenziando quanto catastrofico possa diventare l’essere delusi nelle proprie convinzioni, hanno indotto a curare la consapevolezza di se stessi e delle cose e fornendo un linguaggio per descrivere le esperienze difficili hanno rafforzato la capacità di agire e decidere.

 Si pensa che l’Edipo re sia stato rappresentato nella primavera del 429 a.C., ovvero tra la prima e la seconda ondata di una pestilenza che uccise quasi un terzo della popolazione ateniese. Per una comunità che stava elaborando un trauma condiviso e che si chiedeva in che misura quelle perdite erano inevitabili, la storia di una leadership arrogante e di un volontario accecamento avrebbe probabilmente colpito nel segno.

Ma non solo gli antichi Ateniesi sono stati ispirati dalle tragedie greche. Nell’ultimo decennio, ho diretto più di 1.000 rappresentazioni di opere teatrali di Sofocle e dei suoi contemporanei in luoghi apparentemente improbabili, come rifugi per senzatetto, ospedali, carceri, basi militari, case di cura, centri per anziani e parchi pubblici in tutto il mondo.

Nelle discussioni post-performance, le persone tra il pubblico sono state nuovamente in grado di raccontare le sfide che avevano superato e i loro sacrifici. Ad esempio, dopo aver presentato a un pubblico di 400 marines statunitensi alcune scene dall’Aiace e dal Filottete di Sofocle – due tragedie che si svolgono durante la guerra di Troia – quei soldati, che rappresentano la versione moderna dei guerrieri storici, sono stati in grado di aprirsi e parlare pubblicamente dei loro turbamenti etici, emotivi, spirituali seguiti al loro ritorno dalla guerra.   

Dire ad alta voce ciò che prima era considerato indicibile può già essere un sollievo, ma nominare un problema è anche il primo passo per affrontarlo. Molte persone del pubblico in seguito mi hanno informato che avevano continuato a fare delle scelte, nelle loro vite, ad esempio entrando in un programma di riabilitazione dalla droga.

Proprio come il linguaggio della tragedia può aiutare a determinare un cambiamento personale, così può anche stimolare un cambiamento del sistema. “Le persone stanno soffrendo”, ha detto Greta Thunberg ai leader mondiali, con la voce rotta dall’emozione, al summit sull’azione per il clima delle Nazioni Unite 2019. “La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno crollando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui parlate sono soldi e il racconto della bella favola di una crescita economica eterna. Come osate!”

Quello di Greta, poteva essere un discorso in una tragedia greca, l’avvertimento da parte di un profeta disperato e irato, di qualcuno che sa, come tutti del resto sappiamo, che il disastro sta arrivando e che ci resta poco tempo – tempo prezioso – per evitarlo.

Thunberg e molti dei suoi colleghi attivisti per il clima sanno che il linguaggio della tragedia è l’unico modo per esprimere il cataclisma che stiamo affrontando. Ma, come Thunberg sa in prima persona, i giovani possono essere facilmente liquidati come eccessivamente sensibili e melodrammatici. Ecco perché gli adulti – soprattutto scienziati e leader mondiali – devono unirsi con urgenza al coro dei giovani e parlare il linguaggio della tragedia.

Gli scienziati potrebbero reputare che esprimersi diversamente che con un tono calmo, misurato, cauto, potrebbe minare la legittimità delle loro scoperte, ma gli uomini sono esseri emozionali che si confrontano con crisi esistenziali. Il linguaggio della tragedia è la nostra migliore e forse ultima possibilità di aprire gli occhi al mondo prima che sia troppo tardi.

 

Bibliografia

About Us: Overview”,  Theater of War Productions: The Oedipus Project, https://theaterofwar.com/about

E. Batuman, Can Greek Tragedy Get Us Through the Pandemic?, https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/can-greek-tragedy-get-us-through-the-pandemic

K. Burns, Leadership in the Time of COVID: Responding to Theater of War’s The Oedipus Project, Didaskalia 16, 2020-2021, http://www.didaskalia.net/issues/16/3/

B. Doerries, The Theater of War: What Ancient Greek Tragedies Can Teach Us Today, Alfred A. Knopf, New York 2015¹

Theater of War Productions to Create Digital Amphitheater. NobelPrize.org. Nobel Media AB 2021, https://www.nobelprize.org/theater-of-war-productions-to-create-digital-amphitheater/

The Oedipus Project Premiere Discussion”,  Theater of War Productions: The Oedipus Project https://theaterofwar.com/projects/the-oedipus-project

M. Treu, Il teatro come antidoto – Edipo e la peste, https://www.stratagemmi.it/il-teatro-come-antidoto-edipo-al-tempo-della-pandemia/