La ferita di Filottete: in margine al dramma di Heiner Müller

Di: Sotera Fornaro

Pochi anni prima della rappresentazione del Filottete di Sofocle, nel 415 a.C., Euripide aveva rappresentato nelle Troiane le atrocità e la barbarie a cui porta la guerra, quando i vincitori si abbandonano all’orgia del saccheggio, travalicando ogni limite e perdendo il senso della pietas verso i nemici e verso gli dei.

Sia Sofocle che Euripide, servendosi del mito, sembrano ammonire i cittadini ateniesi dal commettere crimini di guerra: le due tragedie sarebbero dunque anche un atto di accusa contro i responsabili di una politica imperialista, che nel 416 portò all’assedio dell’isola di Melo,  e poi al massacro di tutti i maschi adulti e alla riduzione in schiavitù delle donne e dei bambini. Grazie anche al celebre dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i Meli del quinto libro di Tucidide, la vicenda di Melo diventa simbolica delle atrocità e delle ingiustizie compiute in nome dell’imposizione dell’impero.

Non è perciò un caso che Heiner Müller  (1929-1995), nello scrivere un suo dramma intitolato Filottete, all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, nella Germania dilaniata da un muro che l’aveva appena divisa in due Stati, la Repubblica Democratica Tedesca e la Repubblica Federale Tedesca,  renda l’eroe greco, contro la tradizione mitologica, proprio «uno di Melo». All’inizio del dramma, parla Odisseo, rivolgendosi al giovane Neottolemo:

Questo è il posto, Lemno. Qui, figlio di Achille,

ho abbandonato l’uomo di Melo,

Filottete, ferito mentre era a nostro servizio

e non più utile, veniva fuori pus

dalla ferita e puzzava, i suoi guaiti

accorciavano il sonno e suonava male

nel silenzio prescritto dei  sacrifici.

 Come è evidente sin dai primi versi, Filottete, nella riscrittura di Heiner Müller, rappresenta l’individuo a servizio di una collettività, che viene abbandonato nel momento in cui, per una ragione fisica, smette di essere produttivo, quindi non può più costituire una forza-lavoro. Il Filottete di Heine Müller rappresenta dunque una dei primi prodotti letterari post-bellici che si servono della paradigmaticità del mito greco per portare in scena una critica corrosiva della versione capitalistica dell’imperialismo politico.

Secondo una più tarda esegesi (1982) dello stesso Müller, i tre protagonisti del dramma sono emblematici di altrettanti modi di rapportarsi «alla storia e alla politica: Odisseo è il pragmatico, Neottolemo l’innocente, Filottete è al di là della storia, perché è vittima della politica». In contesto storicamente e culturalmente lontanissimo, Müller coglie però questioni centrali anche nella tragedia di Sofocle, ossia quelli  del rapporto individuo/società, dell’emarginazione del singolo dalla struttura politica e delle possibilità della sua reintegrazione.

 L’interpretazione dei miti tragici greci secondo categorie marxiste non è certo una novità di Müller, ma una costante, non solo in Germania, degli anni della guerra fredda: secondo questa interpretazione, le tragedie greche metterebbero in scena i conflitti in una società di transizione dai clan familiari al sistema democratico, la polis. Interessante è allora anche vedere come lo stesso mito di Filottete, che Müller dichiara di conoscere sin dagli anni ginnasiali, venga sottoposto a significative revisioni nel corso della vita (e della poetica) di questo autore di teatro.

Subito dopo la guerra, com’è noto, i tedeschi scelsero in quale dei settori di influenza continuare a vivere, se l’occidentale, protettorato degli Stati Uniti, o l’orientale, protettorato dell’Unione Sovietica. Müller abbracciò convintamente l’adesione al nascente Stato sotto l’influenza sovietica, la Repubblica Democratica Tedesca, nella quale pareva dovesse realizzarsi l’uguaglianza delle classi e degli individui, con una sconfitta radicale del fascismo e delle sue propaggini nella società capitalistica.

Per costruire il nuovo Stato, diventava necessario il contributo di tutti, e bisognava recuperare anche chi si era perduto o era stato abbandonato. Di questo processo diventa simbolico anche Filottete: in una poesia scritta nel 1950,  Müller vede nel ritorno di Filottete un’immagine simbolica del richiamo delle forze individuali disperse dopo la guerra, che vanno riportate nella comunità per contribuire alla costruzione del nuovo Stato socialista.

Così nella poesia, da lui stesso definita «una versione stalinista» del mito, si «pone il singolo individuo dalla parte del torto» e comunque in posizione subordinata rispetto alla collettività. Nella poesia si tratta insomma, dichiara Müller nel 1977, di «mettere in secondo piano le esigenze del singolo, rappresentato da Filottete, rispetto alla necessità storica e politica».

Filottete, tra le mani l’arma di Eracle, malato di

lebbra relegato a Lemno, deserta senza di lui,

dai capi con poco cibo, allora non mostrò

alcun orgoglio, ma gridò, sino a che la nave scomparve, non trattenuta dal suo grido.

E si abituò, padrone dell’isola, anche suo schiavo

incatenato dai flutti del mare intorno, vivendo d’erbe

e prede di caccia, fu sufficiente per dieci anni.

Ma nell’ultimo inutile anno di guerra i capi ebbero nostalgia

dell’abbandonato. Di come usasse l’arco, che uccide

da lontano. Mandarono navi, per andare a prendere l’eroe

perché li coprisse di gloria. E allora lui  mostrò la sua parte

più orgogliosa. Dovettero trascinarlo a bordo

per soddisfare il suo orgoglio. Così recuperò quel che aveva perso.

 In questi versi, la vita dell’individuo ha valore solo in rapporto alla sua funzione rispetto alla società intera. Egli deve porsi a disposizione della comunità, e deve accettarne le decisioni, mostrando stoica sopportazione persino dell’emarginazione, se questa è dovuta a motivazioni politiche superiori. La fiducia in un nuovo Stato socialista, che appianasse e risolvesse i conflitti di classe, e risarcisse degli orrori del nazismo, è nel 1950 ancora intatta, se non altro come speranza.

 Nello stesso contesto storico,  Odisseo, in una poesia contemporanea di Müller a lui intitolata, diventa invece il traditore dello Stato:  tornato in patria come reduce di guerra, non riconosce più la Germania,  e la abbandona per cercare prospettive altrove, finendo per bruciare nelle fiamme dell’inferno: così la figura del molto sapiente Odisseo finiva per simboleggiare le forze di lavoro specializzate, tecnici oppure medici e scienzati, che abbandonarono la zona d’influenza comunista subito dopo la guerra.

 Nel 1961 viene però costruito il muro di Berlino, che scinde la Germania in due.  Il nuovo Stato non si rivela la soluzione dei conflitti e delle contraddizioni, tutt’altro, e si mantiene su una fitta rete di controllo e di spionaggio dei singoli. Lo stesso Heiner Müller, che così entusiasticamente aveva preso parte a quella che si credeva la realizzazione di un’ utopia storica, nel 1961 fu invece espulso dal sindacato degli scrittori, con l’accusa di anticomunismo, il che implicò anche il divieto di rappresentazione per i suoi drammi. Il Filottete  nasce durante questo gravissimo momento di isolamento e di perdita del lavoro, e certamente attinge alla memoria di Troia per dare una chiave di lettura del proprio presente.

 Sarebbe però semplicistico pensare che il Filottete di Heiner Müller nasca da una situazione biografica, e decisamente sbagliato pensare che l’autore si identifichi con il suo protagonista. Se vogliamo trovare un appiglio biografico, la figura di Filottete è piuttosto legata alla prima moglie di Heiner Müller, la poetessa Inge Meyer (1925-1966), che non supererò mai i traumi vissuti durante la guerra, e delusa anche dal nuovo Stato, in cui aveva creduto con tutta sé stessa, dopo vari tentativi riuscì a darsi la morte. Il poeta invece si tiene a distanza dai suoi personaggi, e invita anche il suo pubblico, in un prologo recitato da due clown, a tenere la stessa distanza, a non imparare nessuna lezione dal suo dramma, ma a riconoscervi la serietà del conflitto rappresentato, e il senso opprimente della morte che è il presupposto della vicenda.

Prologo
(Attore che impersona Filottete, con una maschera da clown)

Signore e signori, dal tempo presente

Il nostro dramma ci porta nel passato

Quando ancora l’uomo era nemico mortale dell’uomo

la strage abituale,  vivere un pericolo.

E dobbiamo subito dichiararlo: è fatale

quel che mostriamo qui, non ha morale,

non potrete imparare nulla da noi che vi sia utile per la vita.

Chi vuole, può subito andar via.

(Si aprono le porte della sala)

Siete stati avvisati.

(Le porte si chiudono. Il clown si troglie la maschera: la sua testa è una testa da morto).

Non avete niente da ridere

per quello che adesso facciamo l’uno con l’altro.

Come il Filottete di Sofocle, il Filottete di Heiner Müller è preda di una radicale crisi di identità. Vive sul limite della morte, senza però morire; vive come un animale, ma è ben consapevole della sua natura di essere umano; è circondato dal deserto di uomini, ma non smette di desiderare il ritorno alla comunità.  Una ferita lo ha allontanato dagli altri uomini e dalle loro consuetudini sociali, e lo rende a loro insopportabile, seppure egli non smetta di sentirsi parte di quell’esercito che lo ha orrendamente esiliato e abbandonato: il linguaggio (ossia la poesia), come in Sofocle, rappresenta un legame indissolubile con gli altri. Perciò Filottete dice:

 Suono, che mi fu caro. Lingua, a lungo desiderata.

Fu quella la lingua con la quale dalla mia bocca uscì la prima parola,

con la quale incitavo i miei mille rematori

e guidavo in battaglia mille lance.

Tanto a lunga odiata e anche desiderata.

 Ma la ferita che lo piaga esternamente ed interiormente è inguaribile, al punto che Filottete si è così assuefatto ad essa da non voler più lui stesso guarire. Afferma dunque:  

 Io ero la ferita, io la carne che gridò

dietro la flotta e il canto della vela

io, che mangiai gli avvoltoi con i denti rapaci,

abitando gli anni. Io e io e io.

 Il Filottete di Heiner Müller ha una storia complessa: scritto tra il 1959 e il 1964, non potè essere rappresentato proprio perché l'autore era stato censurato nel proprio paese; la prima pubblicazione del testo, sulla rivista ‘Sinn und Form’, nel 1965, fu la conseguenza di un riavvicinamento al governo autoritario della Repubblica Democratica Tedesca, nel senso che Müller dovette accettarne la lettura datane dalla redazione, lettura che più tardi definirà un «non senso»: per tale interpretazione, la tragedia rappresentava conflitti antichi, preistorici, ormai superati nella Repubblica Democratica Tedesca e l’uso del mito greco si giustificava proprio perché i conflitti rappresentati erano caratteristici di una fase arcaica (e dunque non socialista) della storia umana. Müller accettò comunque che il testo venisse pubblicato con tali premesse.  

La prima rappresentazione avvenne a Monaco, quindi nella Germania occidentale, a luglio del 1968. Müller commentò la messa in scena con «tre punti», asserzioni di tipo teorico, che vogliono mostrare come il mito sia da intendere come un’astrazione, come un «modello» di tipo filosofico, e non abbia nulla a che vedere con la «storia» evenemenziale.

Müller dovrà aspettare il 1977, per vederne una ‘prima’ in patria, giustificata anche da alcune sue considerazioni didattiche e esplicative sul dramma, ancora con categorie marxiste e anti-bellicistiche: il dramma sarebbe un dramma contro la guerra, che mostra la preistoria della lotta di classe in un’economia di rapina. La figura di Filottete, come nella poesia del 1950, non è un esempio positivo, tutt’altro. «Si deve impedire al pubblico – dichiarava Müller nel 1974 – di identificarsi con la figura di Filottete almeno a partire dal punto in cui trasforma il suo odio contro i Greci in  odio contro l’umanità, perché non vede alternative.» Neottolemo, d’altro canto, in questa forzata lettura tesa a che la piéce fosse ammessa nei teatri e superasse la censura, rappresentava il giovane incorrotto, che preferisce uccidere invece che mentire, indiretto esempio, dunque, di correttezza dei funzionari dello Stato socialista.

 Solo nel 1983, con la rappresentazione a Sofia da parte del regista Mitko Gotscheff, a cui Müller rivolge una complessa Lettera che lo porta a una reinterpretazione del suo dramma, il Filottete raggiunge infine a notorietà. Noi qui non ci occupiamo della Lettera di Müller, in cui si trova anche il suo punto di vista più generale sul ‘tragico’. Sottolineiamo però che, quando questa lettera è scritta, sono passati più di vent’anni dalla stesura del dramma e che il contesto storico è radicalmente mutato: non si è più nell’immediato dopoguerra, la critica al regime socialista della Repubblica Democratica Tedesca si è fatta, per certi versi, aperta, il terrorismo ha sparso sangue in Europa e in Germania soprattutto. Neottolemo che è incolpevole, ma diventa un assassino, poteva essere pericolosamente avvicinato ai terroristi della Rote Armee Fraktion, le cui premesse ideologiche avevano trovato non pochi simpatizzanti tra gli intellettuali di sinistra. Vogliamo perciò tornare al contesto in cui il Filottete fu scritto, gli anni immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, con l’acuirsi della guerra fredda e la costruzione del muro. 

 L’innovazione radicale da parte di Müller rispetto al mito antico e rispetto al Sofocle consiste nel far morire Filottete: a ucciderlo è Neottolemo, che pensa così di risolvere la questione. Inoltre Müller cancella il coro greco e la terza figura del falso mercante, che in Sofocle interviene per corroborare le bugie di Neottolemo. Scompare anche, e non potrebbe essere altrimenti in una tragedia che si riferisce tutta ai rapporti di forza ed economici tra gli uomini, la figura di Eracle ex machina.

 Protagonista del dramma di Müller, però, non è l’eroe Filottete, e nemmeno il suo arco, che rispetto al mito greco perde ogni sacralità e diventa un puro strumento di sopravvivenza, un mezzo per procacciarsi il cibo. Protagonista del dramma di Müller è la ferita, sia quella di Filottete sia quelle – diverse, ma ugualmente terribili – che dilaniano Odisseo da una parte e Neottolemo dall’altra.

 Odisseo, Neottolemo e Filottete sono, nel dramma di Müller, sullo stesso piano, proprio come esemplificazioni di tre diversi atteggiamenti rispetto alla storia: ma al contrario di quanto afferma Müller, nessuno dei tre, nemmeno Filottete che è la vittima, è totalmente incolpevole, ma partecipa anche lui, come gli altri, di un sistema che poi finisce per stritolarlo. Il riferimento alla guerra, indispensabile anche nel modello greco, resta ineliminabile, e i tre personaggi  agiscono come generali prussiani nei drammi di Kleist, o come gerarchi fascisti, o ancora come militari di uno Stato autoritario. Tuttavia la guerra diventa un riferimento metaforico, e i personaggi, specialmente Odisseo e Neottolemo, rispecchiano la rigidità dei sistemi gerarchici, che funzionano tutti nella stessa maniera, sia che si voglia vedere in essi un ricordo delle SS o dei non meno terribili funzionari stalinisti o di un qualsiasi Stato che controlli i cittadini, magari sulla base di uno stato d’emergenza.

 Filottete sarebbe così, pur essendo lui stesso parte dello stesso sistema,  «die Lücke in dem System», ‘il buco nel sistema’, l’anello che non tiene, la maglia nella rete statalista che si strappa. Se dunque nessuno dei tre è innocente, o non completamente, allora bisogna cercare l’innocenza in chi non compare, ossia in quei ‘mille uomini’ che i tre generali, Odisseo, Filottete, Neottolemo,  hanno portato come loro contributo alla coalizione, uomini che sono numeri e dunque  trattati alla stregua di cose: «La questione di base, adesso come prima, è – ha dichiarato Müller - che la storia non accade senza vittime e che non si può mai dire, quale vittima sia quella di troppo».

 Così  il dramma finisce per denunciare  la strumentalizzazione dei singoli da parte dello Stato, qualsiasi Stato, padrone sia dei vivi che dei morti. «Filottete è una traduzione di Sofocle nella mentalità romana, una versione statalizzata. La macchina [dello Stato] incide profondamente nei vivi e ha in pugno anche i morti» - ha dichiarato ancora Heiner Müller. Insomma il Filottete di Heiner Müller anticiperebbe quella necropolitica, di cui ha parlato in tempi recenti Achille Mbembe, che è l’espressione ultima della sovranità: ossia il potere e la capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire. [1]

 A tutte queste sostenibili osservazioni bisogna aggiungere che il dramma è stato scritto quando le ferite della seconda guerra mondiale erano ancora apertissime nella società tedesca ed europea. Odisseo, Neottolemo e Filottete sono personaggi simbolici delle varietà di un’unica sofferenza, quella del trauma post-bellico. Sono stati tutti e tre oggetti di violenza, e proprio per questo diventano facilmente soggetti di violenza. Odisseo supera la sua ferita inserendosi, suo malgrado, nel sistema, diventandone il più accanito e crudele esecutore.

 Odisseo (parlando a Neottolemo)

In questo affare non sei tu il primo

che fa quel che non vuole. Lo abbiamo fatto noi prima di te.

(…)

I capi prima cacciarono anche me

nella loro guerra: io facevo il pazzo

seminando sale nei solchi, e chiamavo ‘capi’ i

buoi aggiogati e facevo finta di non riconoscere i veri capi.

Quelli strapparono dal seno di mia moglie

il figlio e me lo buttarono davanti all’aratro.

Feci appena in tempo a trattenere le redini (…)

Così fui ricondotto alla sana ragione

E non ebbi più scampo dal compiere il mio dovere.

 La specificità di Odisseo è agire razionalmente per difendere una macchina che non ha alcun rispetto dei diritti del singolo individuo. Il funzionario trova infatti un modo per rendere utile al sistema persino il cadavere di Filottete: il morto sarà trasportato a Troia, e ai Greci sarà detto che ad ucciderlo è stata una spedizione dei Troiani che voleva impadronirsi dell’arco. Si racconterà ancora che Filottete si è opposto, con slancio patriottico, e perciò è stato ucciso, ma Odisseo e Neottolemo sono arrivati in tempo per mettere in fuga i Troiani, e recuperare l’arco. D’altronde, dice ancora Odisseo nel finale ‘aperto’ e amaro, Neottolemo avrebbe potuto uccidere anche Odisseo e trovare una giustificazione plausibile dell’omicidio.

«Scambia il tuo peso con il mio» - impone nel finale Odisseo a Neottolemo.

 (Scambio. Odisseo prende l’arco, Neottolemo prende il morto.)

   Vai avanti.

Davanti a Troia ti dirò la bugia

con la quale avresti potuto lavarti le mani

se mi avessi ucciso qui e adesso.

(Neottolemo va avanti)

Va più veloce.  Non far sbollire la tua rabbia.

A Troia ti è apparecchiata la tavola. Va più veloce.

 La ragione strumentale trova una giustificazione a tutto, e tutto, dunque, si può superare e sopportare. Neottolemo è un ragazzo segnato dalla guerra, nella quale ha perso il padre, che non sa elaborare il trauma e ragionare utilitaristicamente, come Odisseo. Diventa un assassino, pensando che l’omicidio sia una soluzione radicale dei conflitti, quando questi sembrano insolubili. Uccide, infatti, Filottete, colpendolo alle spalle, alla schiena, e questo è il suo «primo morto» (dunque ne seguiranno altri). Un idealista, dunque, che nondimeno diventa un assassino.

 La tragedia consiste nel fatto che il gesto di Neottolemo è inutile: Filottete, incapace di superare il trauma, aveva già manifestato, con versi rielaborati da Hölderlin, la volontà di morire.

 Portami al cratere, dove si leva il fumo

del sole, bruciando sotto i nostri piedi,

che è senza alba e senza tramonto

e lasciami cadere col mio stesso peso

con un piede solo, più veloce di mille piedi

attraverso il fumo che si alza, nel fuoco indiviso.

 Neottolemo uccide insomma un uomo che è già votato alla morte, «un cadavere che si nutre della sua tomba», come afferma lo stesso Filottete. Il gesto di Neottolemo pare invece  dettato dall’incomprensione e dalla rabbia verso la generazione dei padri che ha caricato i figli di una colpa insopportabile, la colpa degli orrori commessi in guerra. Per andare avanti, i padri dovrebbero sparire, ingoiati dalla storia, e invece, nella Germania post-bellica, sono restati spesso al loro posto. Eppure Neottolemo è più vicino a Filottete, che uccide, di quanto non lo sia ad Odisseo, che invece non uccide.

 Filottete ha però un nemico che è più grande e invincibile dei suoi nemici, ed è l’odio che nutre e lo acceca: «Ho acquistato l’odio a duro prezzo – dichiara- ; e dunque quest’odio mi appartiene».  Filottete diventa così il peggior nemico di sé stesso, tanto da ritornare utile, paradossalmente, anche e proprio da morto, alla comunità che pure dichiara di odiare profondamente. La ferita di Filottete rappresenta perciò anche il ricordo, la memoria e l’incapacità di considerare il passato come passato. Legato ad un passato che lo ha degradato, umiliato, offeso, Filottete non è più in grado di sognare, cioè di credere al futuro: e chi non è più capace di sognare è già morto. Come pure può già considerarsi morto chi sia stato privato della capacità di provare sentimenti positivi di pietà, amore, comprensione, sinanche perdono. La ferita più grave conseguita dalla guerra, allora, non è quella fisica, ma quella nella psiche, isterilita e resa capace solo di reazioni auto-lesioniste.  

 La ferita, perciò,  come dicevano, è la protagonista della tragedia di Heiner Müller, una ferita che è anche l’effetto, il risultato, lo scopo della parola tragica. Come scrive Hölderlin nelle note all’ Antigone, la parola tragica greca ha un effetto mortale, uccide realmente, uccide il corpo che riesce ad afferrare.[2] Müller fa esplicito riferimento a queste enigmatiche affermazioni di Hölderlin nella Lettera al regista in occasione della prima a Sofia nel 1982, ma certamente le aveva presente al momento della stesura del Filottete. La tragedia, in altri termini, non racconta, ma ferisce e questa ferita può essere mortale. Perciò gli ‘atteggiamenti’ dei tre personaggi in scena non inducono a pietà, ma a paura. Nemmeno di Filottete si ha pietà, perché egli stesso è un’arma, un animale pericoloso, per sé stesso e per gli altri.

Nessuno dei tre personaggi di Müller guarisce dalla propria ferita, anche se Odisseo e Neottolemo trovano soluzioni almeno provvisorie di sopravvivenza e non di morte. Si tratta però di una sopravvivenza precaria, perchè la guerra, nel dramma, è data come una realtà niente affatto passata e soprattutto non evitabile. Così nell’Europa della guerra fredda,  il conflitto mondiale e gli orrori nazisti non erano certo un capitolo archiviato, e non lo erano soprattutto dal punto di vista psicologico. Le ferite della guerra restavano ancora non rimarginate, e non occorreva evocare la contemporanea guerra del Vietnam per avvertire tutto il dolore della guerra.

Le ferite della guerra e la mentalità stessa della guerra erano talmente presenti che i tre personaggi sono tutt’altro che esempi anti-bellicisti: il loro stesso essere al mondo è ingiustificabile in una situazione di pace.

Ci dovremmo chiedere cosa i tre diversi ‘atteggiamenti’ dei protagonisti del dramma di Müller possano dire a noi, sessant’anni dopo la scrittura del dramma, concepito all’ombra di un muro che come tante cose non esiste più. La struttura astratta del dramma di Müller sembra adattarsi bene a porre questioni che sono attualissime: il valore dell’individuo, sia da vivo che da morto; la scelta della comunità di sacrificare i più deboli perché sono inutili; la capacità di uccidere (metaforicamente, se non realmente) chi pone un problema al funzionamento del sistema; la sua struttura verticistica, gerarchica, fondata sul potere economico; la fondamentale deprivazione delle emozioni, in questo sistema, perché gli automi senza emozioni sono più gestibili di uomini che ‘sentono’. Il finale di Müller, per quanto tetro, non manca di aspetti comici, perché comico è un cadavere che viene trattato come ‘cosa’, e non suscita alcuna reazione sentimentale, ma è solo un numero. Comica anche la figura di Neottolemo, la cui rabbia è usata e strumentalizzata, poiché anch’egli diventa, consapevolmente o meno, un burattino del sistema. Il Filottete di Müller stigmatizza una situazione di anti-umanesimo, l’esempio di un sistema per il quale l’umanità diventa un difetto, se è umanità pensante e senziente. La tragedia, perciò, priva di contenuto emotivo, diventa vuota, spazio bianco.

 Si tratta di una posizione pessimistica? A questo rispondiamo con lo stesso Heiner Müller: «Se mi si rimprovera di essere un pessimista, rispondo che si tratta del medesimo rimprovero di avere una buona memoria: l’ottimismo, infatti, si fonda sulla capacità di dimenticare e di rimuovere».

 

 Le immagini sono tratte da Philoktet, regia di   Amir Reza Koohestani, prima il 5 ottobre 2019, con  Edgard Eckert (Filottete), Jörg Pose (Odisseo), Niklas Wetzel (Neottolemo), al Deutsches Theater di Berlino. Altre informazioni qui

 

 

[1] Cfr. Achille Mbembe, Necropolitica. Con un saggio di Roberto Beneduce, Verona, Ombre Corte, 2016.

[2] «La parola greco-tragica è mortalmente fattuale, poiché il corpo di cui prende possesso uccide realmente» (traduzione di Luigi Reitani, corsivi d’autore).