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Al Teatro Greco di Siracusa è tornata Antigone. Mancava da 13 anni (allora la regia fu affidata e Cristina Pezzoli) ed è la settima volta, nell’arco di un centinaio d’anni di rappresentazioni che vi viene messa in scena.

A Siracusa Antigone ha avuto tra gli altri il volto di Maria Laetitia Celli (1924, direzione artistica di Ettore Romagnoli), di Lilla Brignone (1954, regia di Guido Salvini), di Edmonda Aldini (1966, regia di Mario Ferrero), di Galatea Ranzi (2005, regia di Irene Papas). Adesso è toccato alla giovane e minuta Camilla Semino Favro interpretare la principessa tebana che sfida il potere della legge per affermare un principio per lei irrinunciabile. L’attrice campana, formatasi al Piccolo di Milano, riesce a mantenere costantemente il tono giusto, mai troppo spavaldo e urlato e mai troppo sommesso e lamentoso, così come ci immaginiamo debba essere la protagonista del dramma di Sofocle. È stato bravo Robert Carsen anche nella scelta dell’attrice protagonista, ma il tocco magico del regista canadese, beniamino dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico e del pubblico siracusano (a lui è stato conferito il premio “Eschilo d’oro” 2026), lo si vede in tanti altri dettagli che fanno di questa messinscena un vero capolavoro artistico, capace di attirare l’attenzione degli spettatori per due ore senza un attimo di pausa e di suscitare alla fine ovazioni scroscianti.

Alla terza regia siracusana – dopo l’Edipo re del 2022 e l’Edipo a Colono del 2025 – Carsen conclude il suo personale trittico tebano confermando un talento visionario tutt’altro che comune nel reinterpretare e riproporre in scena i drammi del teatro greco antico. Anche questa volta non poteva mancare la grande scalinata verticale (concepita con lo scenografo Radu Boruzescu) che si erge di fronte alle gradinate della cavea creando allusivamente nello spettatore uno straniante effetto di specchio, tale per cui, prima ancora che lo spettacolo abbia inizio, ci si riflette nello spazio della rappresentazione, con la sensazione di essere al tempo stesso osservatori e partecipi dell’azione drammaturgica. Per la serie: de te fabula narratur. In Edipo re la scalinata di Carsen rappresentava il luogo del potere, la reggia di Tebe, stilizzata nella sua verticalità assoluta, su cui si sale e da cui si precipita, con la rapidità con cui Edipo da sovrano saggio e stimato si trasforma in esecrabile portatore di contagio. In Edipo a Colono la scalinata era una foresta di cipressi, verde e tenebrosa, dove le sacre Eumenidi accolgono alla fine lo sventurato eroe di Tebe. In Antigone la scala si presenta ingrigita e screpolata, un po’ più bassa (27 gradini) rispetto ai drammi precedenti, e crivellata da colpi di proiettile. Come le pareti del Reichstag di Berlino nel 1945, è un residuo bellico che reca i segni delle raffiche, è quello che resta dopo il prolungato assedio dell’esercito argivo a Tebe e dopo la conclusione di un’efferata guerra tra città, che è stata anche una guerra civile nonché fratricida.

 Le ostilità sono finite, ma a Tebe non si fa festa. Diversamente dal modello antico, non troviamo un coro che inneggia al nuovo giorno di speranza (la parodo sofoclea, in effetti, non è soppressa, ma spostata in avanti). Carsen vuole focalizzare l’attenzione sulla dimensione della guerra e del lutto e si inventa una sorta di magico prologo nel quale, nell’arco di alcuni minuti, in un silenzio assordante che viene rotto solo da rulli di tamburo, due semicori di soldati in uniforme mimetica, con casco protettivo e giubbotto antiproiettile, a passo di marcia si dispongono nello spazio circolare dell’orchestra trasportando e depositando sacchi neri che contengono corpi di caduti. Non sono solo Eteocle e Polinice, non sono solo i sette eroi caduti da una parte e dall’altra. Qui sono decine di sacchi che i soldati poggiano sul terreno per le dovute onoranze funebri. Il lutto è collettivo e quando i soldati se ne vanno, un altro coro irrompe mestamente sulla scena: sono i parenti – madri, padri, fratelli e sorelle – che piangono sui corpi dei loro cari mimando i gesti canonici della disperazione rituale.

 

Al centro, tra i tanti sacchi neri, vi è quello di Eteocle, il sovrano di Tebe, morto da eroe in difesa della sua città. Le esequie nel suo caso sono solenni: un battaglione di quattro soldati trasporta la salma per poi calarla nella botola che funge da tomba. Un picchetto d’onore, vistose ghirlande di fiori e il suono della tromba accompagnano la cerimonia. Dall’alto della scala scende il nuovo rappresentante del potere, Creonte (Paolo Mazzarelli), in elegante completo scuro con giacca e gilet: uno dei tanti premier di uno dei tanti governi di oggi e di ieri. Lo accompagnano mestamente il figlio Emone (Gabriele Rametta) e la moglie Euridice (Ilaria Genatiempo), anche lei luttuosamente di nero vestita. I servitori tengono tra le mani ghirlande di fiori e vasi per le libagioni. Tutta questa scena avviene senza un solo scambio di parole, salvo qualche comando militare. È una scena che riesce a suscitare – per la sobrietà elegante dei movimenti, per il ritmo scarno dei gesti, per il gioco dei cromatismi – uno straordinario impatto emotivo. È una scena che colpisce al cuore perché evoca tanti funerali pubblici, seguiti a un’azione bellica, ai quali abbiamo assistito così di frequente negli ultimi anni. È una scena che non si trova nell’Antigone di Sofocle, come già ricordato, ma che Sofocle avrebbe sicuramente apprezzato, perché perfettamente in sintonia con le corde emotive del tragediografo ateniese. Il dovere di onorare sempre e comunque i morti è del resto un punto essenziale del dramma che mise in scena nel 442 a.C.

È solo dopo questo intensissimo prologo che ha inizio la rappresentazione vera e propria secondo il copione antico: Antigone e Ismene (Mersila Sokoli) si incontrano nella penombra, anch’esse vestite completamente in nero (come del resto tutti i personaggi di questa messinscena). L’incontro, che presto si trasforma in litigio, si svolge proprio di fronte al sepolcro dove è stato deposto il corpo di Eteocle, e si chiude con l’uscita di scena delle due sorelle: l’una (Ismene) diretta in alto nella reggia, e l’altra (Antigone) verso il campo di battaglia, nello spazio extrascenico dove giace insepolto il fratello Polinice, a compiere il «crimine santo» che ha scelto come missione di vita. Il celebre “discorso del buon governo” con cui Creonte illustra ai cittadini il programma del suo governo è pronunciato dall’altro della scala. Paolo Mazzarelli è l’unico attore presente nello stesso ruolo in tutti i tre drammi tebani allestiti da Carsen a Siracusa; il suo Creonte non è affatto un tiranno malvagio e violento. Si presenta, se mai, come un burocrate un po’ cinico e pedante, che parla con calma e razionalità rassicurante e in vari passaggi è applaudito dai suoi concittadini-sudditi. Con accanto il figlio e la moglie (cui porge la mano nello scendere gli scalini), appare come un leader moderno il giorno dopo le elezioni. L’elogio di Eteocle e il vituperio di Polinice, traditore della patria, sono pronunciati davanti alla tomba del re caduto dalla parte giusta, una circostanza che conferisce maggior enfasi alle argomentazioni presentate per giustificare il nuovo decreto sul divieto di sepoltura per Polinice.

Le armi, in particolare i fucili, hanno un ruolo simbolico importante in questo allestimento. Ne porta uno la Guardia (Pasquale Di Filippo), che arriva trafelata e balbettante ad avvertire il sovrano del tentativo di sepoltura. Lo scatto di rabbia di Creonte si traduce nel gesto di strappare l’arma dalle mani del soldato, quasi a volerlo destituire della sua funzione. E tengono i fucili puntati i cinque soldati che conducono Antigone prigioniera al cospetto del re. La scena dell’interrogatorio, uno dei passi cruciali del teatro mondiale, è tanto più efficace quanti più Carsen e i suoi attori rinunciano all’enfasi retorica, alla contrapposizione di slogan urlati. Creonte, seduto su una poltrona e dando le spalle al pubblico, rivolge le domande con apparente pacatezza. E Antigone spiega il senso delle sue leggi sacre e non scritte rivolgendosi ai cittadini del coro più che al sovrano stesso. Alla battuta «Tutti loro mi approverebbero se la paura non li obbligasse a tacere» molti coreuti si alzano e si allontanano intimoriti, mentre i soldati osservano la scena fumando e sghignazzando.

Notevole anche l’esecuzione degli stasimi, con un accompagnamento musicale (curato da Cosmin Nicolae) minimalista e rarefatto, e un’attenzione accurata alla gestualità e al ritmo dei movimenti: il celeberrimo primo stasimo (quello che attacca con Πολλὰ τὰ δεινὰ, qui reso nella versione di Francesco Morosi con «Sono molte le cose tremende, nessuna è più tremenda dell’uomo») è recitato dai coreuti disposti a cerchio al centro dell’orchestra che si tengono per mano e con movimenti progressivi disegnando girotondi concentrici. Quando la glorificazione del progresso umano lascia il posto all’amara constatazione che alla morte non si può sfuggire, i coreuti alzano le mani in alto incrociandole sopra la testa. Il secondo stasimo, quello che rievoca le sventure della stirpe labdacide, è preceduto dal rumore di bombardamenti e dallo spargersi di fumo; un singolo soldato scandisce i versi, mentre i coreuti mimano combattimenti feroci. L’abilità di Carsen nel dirigere con geometrica precisione masse corali consistenti (più di 90 unità) è davvero sorprendente.

Condannata definitivamente a morte, Antigone esce di scena dopo essere stata denudata e avvolta in una veste bianca chiusa con una cintura nera e una fibbia. È l’abito che indossava la madre Giocasta nell’Edipo re del 2022, così come la cintura è quella con cui la madre si era impiccata, e la fibbia quella con cui il padre si era cavato gli occhi. Queste reminiscenze, e il contrasto stridente rispetto a un universo cromatico in cui tutte le figure sono nere o grigie, segnalano che la sua sorte è segnata. Tocca all’indovino Tiresia portare una parola di verità. Il ruolo è interpretato da Graziano Piazza specializzato nel ruolo del vate tebano sulla scena siracusana. Con una pellicola sugli occhi che gli impedisce veramente di vedere e dunque con la necessità di orientarsi sulla scena contando mentalmente i passi e battendo il bastone a terra, il vecchio e inquietante indovino prima urta la calma di Creonte rivelandogli i segni disturbati che gli dèi comunicano a causa della contaminazione in atto, e poi, dopo le ingiurie e le accuse del sovrano, prorompe nella nefasta profezia sulla imminente morte di Emone, una profezia pronunciata tutta d’un fiato come una filastrocca con parole che si accavallano e rischiano di restare incomprese. I coreuti mimano il volo sconvolto degli uccelli e alla fine, sgomenti, si tappano le orecchie con le mani e si lasciano cadere a terra. È l’inizio della fine. Il pentimento tardivo di Creonte non può correggere gli errori commessi. La sua catastrofe si completa con il suicidio della moglie e del figlio e l’ultima immagine è quella dell’autorevole sovrano inginocchiato accanto ai corpi di Emone e di Euridice, ridotto alla paralisi dell’azione e della voce.

 

Carsen ha lavorato sul testo di Sofocle invertendo in un caso l’ordine dei canti corali e tagliando alcune parti (per esempio mancano i versi 909-912 del celebre “calcolo” di Antigone, in cui la protagonista afferma che mai avrebbe fatto lo stesso per un marito o per un figlio essendo soltanto il fratello un famigliare insostituibile, versi che già Goethe auspicava risultassero spuri). Sono operazioni che possono piacere o no, ma del tutto giustificabili in una strategia registica con non mira ad attualizzare banalmente il dramma antico, bensì a proiettarlo in una dimensione universale e assoluta trovando la strada giusta per far gustare lo spettacolo a tutti intersecando diversi livelli di comprensione. Carsen non si lascia guidare da interpretazioni specifiche, non si pone l’annosa questione se abbia ragione Antigone o Creonte o forse entrambi. Non è questa la domanda giusta da porre oggi all’opera. Non enfatizza il dispotismo tirannico di Creonte e neppure la resistenza coraggiosa di Antigone. La chiave di lettura offerta da Carsen è se mai quella dell’antimilitarismo: sono le guerre, sono gli scenari bellici segnati dalla violenza e dalla morte, gli elementi che sconvolgono le norme di convivenza creando distorsioni estreme perfino all’interno della stessa famiglia. Finché ci saranno guerre, ci saranno anche dei Creonti convinti che le loro regole siano quelle giuste e delle Antigoni disposte al sacrificio per affermare i propri principi.

 Chiudiamo questa mota riportando le parole del regista che si leggono in una sua nota nel programma di sala: «Da quando Antigone è stata rappresentata per la prima volta, quasi 2500 anni fa, ogni generazione legge in modo diverso il conflitto tra moralità e autorità statale, che è al centro dell’opera. Continuiamo a incontrare politici deboli e dittatoriali come Creonte, politici che cercano di governare attraverso la paura. Ossessionati da sé stessi e dai propri interessi, timorosi di perdere il potere ma senza alcun progetto particolare per il bene degli altri, sono pronti a distruggere chiunque non sia d’accordo con loro. I Greci, attraverso la loro filosofia e il loro teatro, ci insegnano ancora e ancora che possiamo spezzare i cicli di odio e incomprensione solo attraverso l’amore e la comprensione. In un mondo in cui i leader hanno deciso che la forza fa da padrona, quei valori diventano molto difficili da trovare e abbracciarli richiede sempre più convinzione e coraggio. Antigone ha sempre riguardato il presente, forse ora più che mai… »[1].

Antigone di Sofocle

Regia: Robert Carsen

Traduzione: Francesco Morosi

Scena: Radu Boruzescu

Costumi: Luis Carvalho

Musiche: Cosmin Nicolae

Luci: Robert Carsen, Giuseppe Di Iorio

Movimenti: Marco Berriel

Disegno luci: Giuseppe Di Iorio, Robert Carsen

Assistente alla regia: Stefano Simone Pintor

Assistente scenografo: Alison Isabel Walker

Assistente costumista: Giorgia Tomatis

Cast: Camilla Semino Favro (Antigone), Mersila Sokoli (Ismene), Paolo Mazzarelli (Creonte), Pasquale Di Filippo (Guardia), Gabriele Rametta (Emone), Ilaria Genatiempo (Euridice), Graziano Piazza (Tiresia), Dario Battaglia (Messaggero), Elena Polic Greco (Corifea), Maddalena Serratore (Corifea), Rosario Tedesco (Corifeo).

Le foto: @Ballarino e @Le Pera

 

In scena al Teatro Greco di Siracusa dal 9 maggio al 5 giugno 2026

 

[1] R. Carsen, Il conflitto tra moralità e autorità dello stato, in Sofocle, Antigone, Fondazione INDA, Siracusa 2026, p. 16.