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Archiviozeta al Passo della Futa

In questo agosto di fuoco per gli effetti dell’annunciata crisi climatica, contro cui non si fa nulla, per i costi dei carburanti, per le guerre che continuano a colpire innocenti e indifesi, per la situazione orrenda dei migranti abbandonati su una spiaggia o trattati da pacchi postali, per le centinaia di migliaia di inascoltate grida d’aiuto, ci raggiunge una piccola notizia che esprime bene lo spirito dei tempi: dopo 23 anni di spettacoli estivi nel maggiore sacrario germanico in Italia, dove sono seppelliti più di 30.000 giovani soldati tedeschi al confine tra Toscana e Emilia-Romagna, alla compagnia archiviozeta, fondata da Gianluca Guidotti e da Enrica Sangiovanni, è stata recapitata una lettera dall’associazione tedesca che gestisce il cimitero, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge (https://www.volksbund.de/), letteralmente ‘associazione popolare tedesca per la cura delle sepolture di guerra’,  che chiede la fine delle rappresentazioni in quel luogo. Attualmente, archiviozeta sta rappresentando il Processo di Kafka e con il 23 agosto la sua attività nel cimitero della Futa dovrebbe tacere definitivamente.  La decisione è stata motivata con una richiesta pervenuta da parte di alcuni parenti dei soldati tedeschi sepolti alla Futa.

Credere alle maschere di RomeoCastellucci, Triennale Milano 2026

Prima di entrare nello spazio della performance di Romeo Castellucci, c’è l’obbligo di indossare una maschera. Non la scegliamo noi, ci viene data. Questo si rivela il gesto decisivo di tutta l’esperienza: dobbiamo accettare la maschera, senza discutere, oppure non siamo ammessi in sala.

Roberto Trifirò in Cemento di Thomas Bernhard, 2026

C’è un gesto, nei personaggi di Thomas Bernhard, che ritorna ostinatamente: mettersi a scrivere. O meglio, tentare di scrivere. E fallire. Non si tratta però di un semplice blocco creativo, né di un tratto psicologico.

Elena Arvigo, Appunti per il futuro, 2026

Una delle convenzioni sceniche del teatro tragico greco è non rappresentare gli atti di sangue in scena. Orazio nell’ Arte poetica prescrive che ‘Medea non uccida i figli sul palcoscenico’ (v. 186), e il poeta latino ci dice anche perché: si deve sottrarre agli occhi ciò che si può raccontare efficacemente. Anzi, far vedere un assassinio potrebbe indurre al disgusto e al rifiuto, aggiungiamo noi, mentre invece lasciarlo immaginare ha un effetto molto più potente su chi ascolta.