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Riaprono i teatri dopo oltre sei mesi di chiusura coatta a causa dell’emergenza pandemica.

A Milano l’Elfo Puccini ha scelto di ripartire da Antigone, proponendo La notte di Antigone, ultimo spettacolo dell’Eco di Fondo, la compagnia milanese di Giacomo Ferraù e Giulia Viana, nota per la sua vocazione per un teatro dai contenuti “etici” che punta a rielaborare miti e fiabe della tradizione proponendoli come metafore di temi attuali (tra i precedenti ricordiamo Orfeo ed Euridice, per la regia di César Brie, e Dedalo e Icaro, diretto da Giacomo Ferraù e Francesco Frongia).

Ed è stata una scelta azzeccata, non solo per il successo di pubblico (posti esauriti per tutte le repliche), ma anche per la palpabile commozione del pubblico, felice di ripopolare le sale teatrali. Un’anziana spettatrice, prima dell’inizio, mentre era in coda all’ingresso, ricordava come neppure le bombe della Seconda guerra mondiale avessero fermato così a lungo l’attività dei teatri milanesi.

Questa volta Antigone – il “genio della tragedia”, come la definì Hugo von Hofmannsthal nel suo Prologo all’Antigone di Sofocle – compare in scena nella figura di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, trentenne deceduto all’ospedale Sandro Pertini di Roma nel 2009 in seguito alle brutali percosse subite da alcuni carabinieri durante la detenzione.

Il caso Cucchi non è mai stato insabbiato grazie all’azione coraggiosa e tenace di Ilaria, che si è battuta in tutti i modi per avere giustizia. E proprio lo scorso 7 maggio è arrivata la sentenza della Corte d’Appello d’Assise di Roma che condanna i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per i pestaggi che sono costati la vita a Stefano.

Ma sbaglierebbe chi immaginasse La notte di Antigone come un’opera di esplicita denuncia politica. In fondo, i nomi di Ilaria e Stefano non vengono mai pronunciati; l’allusione è implicita, viene suggerita sì, ma sempre attraverso lo schermo della vicenda mitica. Non è teatro politico militante, ma senz’altro è teatro animato da un forte pathos civile.

La scenografia che accoglie il pubblico in sala è sobria e dominata dal nero, a creare un effetto claustrofobico di vuoto e di buio.

Quello che si intravede sul palco è una specie di caverna oscura, la prigione in cui Antigone è stata reclusa, la stanza dove Ilaria e Stefano dormivano da bambini e dove la sorella si rinchiude per placare l’angoscia abbandonandosi ai ricordi d’infanzia.

Un corpo maschile, nudo e inerte, viene deposto per terra. Con gesti di sconvolgente afflizione vediamo Antigone/Ilaria (interpretata da Giulia Viana) prima piangere in silenzio la salma di Polinice/Stefano, e poi cercare di coprirlo con un candido lenzuolo. Ma le folate improvvise di vento le impediscono ripetutamente di portare a conclusione quest’atto rituale, che solo con fatica riesce poi a concludere.

La stilizzazione della scena, che si ripeterà con moduli analoghi nella parte conclusiva dello spettacolo, colpisce il cuore e la mente dello spettatore, come non può non essere quando si mette in scena una sepoltura vietata o l’esibizione oscena di un cadavere spogliato di ogni dignità. L’idea del vento che ostacola le esequie è un ingegnoso ribaltamento della situazione dell’Antigone sofoclea, dove la tempesta improvvisa, che si scatena in pieno giorno, sollevando polvere e spezzando rami (vv. 415-421), è un prodigio divino che consente ad Antigone di avvicinarsi al corpo di Polinice eludendo la vigilanza delle guardie.

Qui, viceversa, dove non ci sono guardie, ma solo freddi infermieri dell’obitorio, le raffiche sono un impedimento (temporaneo) alle esequie.

Qui, del resto, non si tratta di un divieto di sepoltura. Il dilemma di Antigone riguarda le foto del fratello ricoperto di lividi su ogni lembo di pelle, pestato a sangue, sfigurato e irriconoscibile. Che fare di quelle immagini? Tenerle nascoste per evitare altri guai, come vorrebbero i genitori spaventati e timorosi per quello che dirà la gente («diranno che era un tossico e che se l’è cercata»)?

Oppure darle in pasto ai giornali e alle televisioni, esibire quel corpo straziato strappandolo alla cerchia ristretta dei famigliari, per farne un caso “politico”, per denunciare lo scandalo di un omicidio accaduto in un carcere ad opera delle forze dell’ordine, che le autorità vorrebbero cancellare rapidamente.

Il corpo di Stefano, martire di una incomprensibile violenza di stato, è come il corpo di Polinice, lasciato in pasto alle bestie in quanto traditore della patria. La sorella deve decidere se rintanarsi del lutto privato, oppure lottare con tenacia e forza contro il potere rivendicando verità e giustizia.

Alla fine, Antigone/Ilaria scioglie ogni dubbio e decide di dare la stura allo scandalo; ma per arrivare a questa decisione le ci vuole una lunga nottata in cui le si palesano le ombre e i fantasmi della vita famigliare passata: Stefano (Edoardo Barbone) e Ilaria che fabbricano fiori di carta per la mamma e inventano filastrocche; Stefano coi guanti da box, con il cappuccio della felpa calato sul volto, con gli amici sbagliati e le sue troppe fragilità.

E poi ancora: Stefano che ritorna dopo un periodo trascorso in una comunità di recupero e si sente estraneo in famiglia; Stefano introverso, che non parla coi genitori e si apre a fatica solo con la sorella; la madre (Ilaria Longo) spaventata e incapace di gestire la situazione; il padre (Enzo Curcurù) che asseconda il figlio, ma non riesce a capirlo.

La regia di Giacomo Ferraù mostra al pubblico varie scene la cui quotidiana banalità contrasta con la catastrofe che tutti sanno. E lo fa senza sbavature retoriche, tenendo il personaggio protagonista sempre in equilibrio tra la volontà indomita di agire e il rischio di cadere preda delle nevrosi emotive. Fra le soluzioni più accattivanti va segnalato lo sdoppiamento di Stefano in due identità che si distruggono a vicenda, con allusione alla lotta fratricida tra Eteocle e Polinice.

Antigone/Ilaria non mitizza affatto il fratello. Lo rievoca con tutte le sue debolezze e imperfezioni. Si dispera per non essere riuscita a proteggerlo, e si lacera nel senso di colpa per avere a un certo punto pensato che forse il carcere lo avrebbe aiutato ad uscire dalla droga e ritrovare sé stesso, ottenendo ciò in cui la famiglia e la comunità di recupero avevano fallito. Poi si rialza, e in una memorabile scena di enorme tensione, mentre scardina una ad una le piastrelle del pavimento, decide di lottare per la giustizia.

Ma chi è il Creonte della situazione? Non tanto lo Stato o il Potere, ma chi avrebbe voluto insabbiare tutto, nascondere lo scandalo. A sorpresa, nel finale, è proprio Enzo Curcurù, l’attore che interpreta la figura del padre a tornare in scena con una specie di uniforme e gli stivaloni neri da militare. Si propone con fare autoritario e mellifluo quale rappresentante della “legge”, una legge di convenienza che impone il silenzio sui misfatti con vantaggio reciproco dei colpevoli e delle vittime.

Lo schema classico sofocleo è ribaltato: nella tragedia del V secolo a.C. Creonte esponeva il cadavere e Antigone lo voleva nascondere nella terra; qui lui vuole insabbiare e lei lotta per esporre il cadavere, che tutti lo vedano e capiscano.

Il confronto conclusivo tra Antigone e Creonte si fa puro metateatro. «Ogni tanto qualcuno si sveglia e si mette in testa di diventare Antigone. Ma Antigone è un ruolo molto difficile. Anche il mio lo è. Ma io lo svolgo da sempre», esclama Creonte beffardo. «Credevo in te … Voglio che la verità porti giustizia» replica la ragazza.

E ancora Creonte in una lunga tirata: «È l’alba adesso. Una nuova Antigone mi guarda dritto negli occhi, con tutto il suo disprezzo, con tutta la sua rabbia. … Qui la storia si ripete. Da sempre. Con qualche piccola variazione, certo. I nostri ruoli, nei secoli, si sono invertiti. Un tempo avrei potuto esporre il corpo di un reietto davanti a tutti, a monito perenne di ciò che accade a chi trasgredisce le leggi. Ma da tempo non faccio più così. Ora mi viene chiesto di insabbiare, nascondere, far dimenticare. È un ruolo difficile il mio».

L’amore sororale s’impone su ogni altra considerazione.

Ad Antigone/Ilaria tocca il compito di custodire la memoria e salvare la dignità del suo fragile fratello. «Le Antigoni di ogni tempo e di ogni luogo sono donne che si sono battute per aprire la strada ad altre Antigoni; – si legge nelle Note di regia dello spettacolo – donne che hanno cercato la verità sfidando il sistema, forse per un senso innato di giustizia, forse per amore di un fratello tanto inafferrabile nella vita, quanto presente nella sua assenza. Forse perché Antigone non si nasce, ma ci si scopre lottando».

E con ciò, ecco che la fabula sofoclea si sovrappone senza troppe forzature a quella moderna di Ilaria e Stefano Cucchi, replicando i dilemmi della sorella che combatte per il fratello ucciso.

La notte di Antigone è stato scritto da Giacomo Ferraù e Giulia Viana, la regia dello spettacolo è di Giacomo Ferraù, le luci di Giuliano Almerighi, il sonoro di Gianluca Agostini. È una produzione della compagnia Eco di Fondo, con il sostegno di MiBAC e di “Next – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo lombardo”, oltre che con il patrocinio di Amnesty International Italia. Un’anteprima era andata in scena il 29 novembre 2019 al Campo Teatrale di Milano. Il testo della Notte di Antigone è leggibile online al link: http://www.dramma.it/dati/libreria/notte_antigone.htm

 

Le immagini son tratte da http://www.ecodifondo.it/fotografie-la-notte-di-antigone/ @Chiara Asoli