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Tra tutte le figure della mitologia antica Medea è quella che più ha ispirato l’arte cinematografica. Oltre ai classici di Pier Paolo Pasolini e Lars von Trier, si possono ricordare i film di Arturo Ripstein, Tonino De Bernardi, Alice Diop[1]. Si aggiunge ora all’elenco Gavagai del tedesco Ulrich Köhler, pellicola prodotta nel 2025, da poco uscita in Germania, ma già presentata in vari festival cinematografici (il New York Film Festival, dove ha celebrato la premiere mondiale, la Viennale, il Festival di Zurigo e il Festival del cinema tedesco di Roma).

Esponente della cosiddetta “scuola berlinese”, che annovera tra gli altri Angela Schanelec, Christian Petzold e Thomas Arslan, Köhler ha ottenuto nel recente passato un certo successo con Schlafkrankheit (Malattia del sonno), Orso d’argento alla Berlinale del 2011, e con In My Room, presentato a Cannes nel 2018. Con Gavagai affronta il mito antico di Medea in una prospettiva particolare e per certi versi spiazzante. Non si tratta di una rappresentazione della vicenda mitica e neppure di un suo adattamento in chiave moderna con ripresa di spunti e motivi consacrati dalla tradizione antica. La storia di Medea qui è soprattutto il pretesto per una riflessione stratificata sul postcolonialismo e sulla incomunicabilità interculturale. Ma non siamo di fronte a un esercizio di stile intellettualistico e pretenzioso; attraverso una struttura metacinematografica – il racconto di un film nel film – Köhler costruisce un dispositivo critico alquanto efficace, che mette in tensione mito antico e contemporaneità postcoloniale[2].

 Gavagai Regia: Ulrich Köhler

Al centro dell’opera vi è una troupe cinematografica che sta lavorando in Senegal a un adattamento della tragedia di Euripide. La regista è una donna francese di nome Caroline Lescot (interpretata da Nathalie Richard), mentre il cast è composto da attori di varia nazionalità che si esprimono in diverse lingue (francese, inglese, tedesco e wolof, la lingua parlata in Senegal). L’idea di fondo della nuova riscrittura consiste nel presentare Medea come una donna bianca e occidentale (Maja Tervooren interpretata dalla tedesca Maren Eggert) che trova riparo nella terra del marito, un Giasone nero e africano (Nourou Cissokho, interpretato dal franco-senegalese Jean-Christophe Folly). Ma la comunità locale rifiuta d’impulso quel corpo estraneo alla propria tradizione e cultura, l’avverte come una minaccia e la costringe ad andarsene.

 Gavagai Regia: Ulrich Köhler

Come si può facilmente intuire, la tragedia di Medea diventa il prisma attraverso cui osservare le asimmetrie di potere, le frizioni identitarie e le ambiguità morali che attraversano il mondo contemporaneo. Medea è da sempre recepita come figura liminale: straniera a Corinto, barbara e maga, madre e assassina. La sua alterità radicale è un tratto costitutivo e Gavagai radicalizza questa dimensione con un’inversione delle coordinate etniche (donna bianca respinta da una comunità africana) che apparentemente appare una provocazione banale, ma in effetti si rivela uno strumento formidabile per sancire la tensione tra buone intenzioni (volontà di superare le gerarchie coloniali) ed effetti concreti (constatazione della distanza incolmabile tra sguardo europeo e contesto africano).

 Gavagai Regia: Ulrich Köhler

A parte le scene in cui gli attori recitano il copione della nuova Medea da farsi, la vicenda del film riguarda Caroline, la cineasta europea (probabile alter ego di Köhler), animata da buone intenzioni progressiste, ma incapace di sottrarsi a dinamiche neocoloniali. Lo si vede nel rapporto che si instaura tra gli attori principali e quelli minori reclutati sul posto, così come lo si vede nel rapporto passionale che si sviluppa tra Maja, l’attrice che interpreta Medea, e Nourou, l’attore che interpreta Giasone (il loro legame si concretizza proprio nel momento in cui devono preparare la scena della separazione). Anziché decostruire le gerarchie coloniali si riproduce inesorabilmente una logica di appropriazione culturale.

Gavagai Regia: Ulrich Köhler

La svolta avviene nella seconda parte del film, quando si passa dai paesaggi torridi delle spiagge di Dakar al contesto urbano di una Berlino invernale gelida e battuta dal vento. Sì, perché la pellicola su Medea di Caroline è stata selezionata per il Festival del cinema della capitale tedesca e sta per essere presentata in una di quelle serate di gala prima delle quali si stende il red carpet e si fanno sfilare gli interpreti davanti a fotografi e fan. Le sequenze berlinesi sono diverse da quelle senegalesi, ma la tematica sviluppata è la medesima. Con la differenza che ciò che nel contesto africano appariva come tensione latente, in Europa si manifesta apertamente sotto forma di razzismo quotidiano. L’episodio cruciale si verifica all’ingresso di un hotel di lusso, dove l’attore nero (il Giasone del film), che pure è cresciuto a Parigi e ha acquisito la cittadinanza francese, viene fermato dalla sicurezza senza motivo apparente se non quello di risultare inappropriato rispetto alla clientela standard. E qui si ribaltano le dinamiche del film: non è più la bianca Medea a essere esclusa, ma l’attore che interpretava Giasone. Il mito si rifrange nella realtà contemporanea, producendo una serie di specchi deformanti, con un’evoluzione ancor più interessante quando si scopre che l’addetto alla sicurezza, licenziato per il suo atteggiamento razzista, è un migrante polacco, mal pagato e mal sopportato in Germania. 

 Gavagai Regia: Ulrich Köhler

Molto efficace è la scena della conferenza stampa, in cui la regista Caroline e il suo cast dialogano con i giornalisti incontrando per lo più scetticismo e dubbi. L’accusa più cocente è quella di avere uno sguardo eurocentrico e colonialista sul mondo africano. È una scena in cui viene messo radicalmente in dubbio il senso stesso del film su Medea, in una modalità che richiama da vicino le scene di Appunti per un’Orestiade africana in cui Pasolini si confronta con studenti africani della Sapienza di Roma incassando quasi soltanto critiche e incomprensioni. Il debito di Köhler verso Pasolini è evidente e anche dichiarato, soprattutto per quanto riguarda le sequenza del film mitologico (ambientazione etnica, costumi, posture dei personaggi), quelle che vediamo alla fine proiettate su uno schermo della Berlinale. Il finale – si scopre con sorpresa – è modificato rispetto alla tradizione euripidea e segue la versione “innocentista” del mito: Medea non commette l’infanticidio e i figli si mettono in salvo scappando via mare. 

Non c’è dubbio che in Gavagai l’uso del mito di Medea è strutturale. Il film costruisce una serie di corrispondenze tra i personaggi del mito e quelli della narrazione contemporanea: abbandono, tradimento, esclusione e violenza simbolica si ripresentano in forme nuove. Tuttavia, a differenza della tragedia euripidea, Gavagai rifiuta l’atto estremo della vendetta (l’infanticidio), una rottura irreversibile e definitiva. Nel film di Köhler il conflitto rimane sospeso, irrisolto. La violenza non si consuma in un gesto definitivo, ma si disperde in microaggressioni, incomprensioni e fallimenti comunicativi. Il mito antico risuona non già come verità universale, ma come spazio di riflessione critica, come campo di conflitto interpretativo.

Resta da dire qualcosa sul titolo del film. La parola “gavagai” fa riferimento al celebre esperimento del filosofo e logico americano Willard Van Orman Quine (1908-2000), che inventò quel termine, ipotizzato in una lingua indigena inventata, per indicare l’impossibilità di stabilire il significato certo e univoco di una parola in una lingua sconosciuta[3]. Questa indeterminatezza semantica diventa la chiave interpretativa dell’intero film: non solo il linguaggio verbale, ma anche le immagini, le intenzioni artistiche e le relazioni umane risultano intrinsecamente ambigue. La vicenda tragica di Medea è essa stessa un “gavagai”, si potrebbe dire: un testo continuamente tradotto, adattato, reinterpretato, ma mai pienamente comprensibile o appropriabile.

Gavagai Regia: Ulrich Köhler, Locandina

 

Gavagai

Regia: Ulrich Köhler

Sceneggiatura: Ulrich Köhler

Fotografia: Patrick Orth

Montaggio: Lorna Hoefler Steffen

Cast: Maren Eggert, Jean-Christophe Folly, Nathalie Richard

 

[1] Sulle trasposizioni cinematografiche del mito di Medea cfr. M. Fusillo, Attualizzare/Universalizzare. Medea sullo schermo, «Engramma» 79, aprile 2010 (https://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=1688), e più recentemente M. Fusillo, Regie e allestimenti sulla scena contemporanea, in Medea di Euripide, a cura di A.C. Corradino e M. Fusillo, Carocci, Roma 2025, pp. 36-39.

[2] Sulla figura di Medea come soggetto subalterno nelle riscritture contemporanee  e sulla sua ricezione postcoloniale si veda il volume collettaneo Medea’s Long Shadow in Postcolonial Contexts, ed. by A.F. Prata e R. Verano, London 2024. Cfr. inoltre O. Kekis, Medea adapted: the Subaltern Barbarian speaks, Birmingham 2010.

[3] Cfr. W. Van Orman Quine, Word and Object, MIT Press 1960; trad. it. Parola e oggetto, Milano 1970, rist. 2008.