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È disponibile in open access per Bologna University Press il volume Antigone. Oltre la rabbia, a cura di Lucia Floridi, Rossella Mazzaglia e Filippo Milani (Bologna 2026), nato dall’incontro tra la riflessione sull’Antigone di Sofocle e l’esperienza teatrale di Puntozero all’Istituto Penale per i Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano.

Il volume raccoglie e sviluppa i risultati di un progetto promosso dall’Università di Bologna nell’ambito della rassegna «Classici antichi e nuovi: i saperi dell’Alma Mater»: un percorso interdisciplinare che, attraverso incontri seminariali, attività laboratoriali e pratica teatrale, ha coinvolto studiosi e studenti di diversi Dipartimenti dell’Ateneo insieme alla compagnia Puntozero, fino alla rappresentazione di Antigone al DAMSLab nel maggio 2025.

Visioni del Tragico aveva già dedicato all’Antigone di Puntozero il saggio di Giacomo Scavello, L’Antigone corale di Puntozero: un Sofocle politico dal carcere minorile Cesare Beccaria, pubblicata nel dicembre 2023: https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/l-antigone-corale-di-puntozero-un-sofocle-politico-dal-carcere-minorile-cesare-beccaria

Come anticipazione del volume, pubblichiamo il § 2, Complesse antinomie del contributo di Federico Condello, Stereotipi e antidoti, con cui si apre la prima sezione, Intorno ad Antigone. Il testo è qui riprodotto senza le note.

Il volume completo può essere scaricato gratuitamente dal sito di Bologna University Press: https://buponline.com/prodotto/antigone-oltre-la-rabbia/

Antigone di Puntozero Teatro, regia di Giuseppe Scutellà. Foto di Francesca Somaini.

 

Complesse antinomie

Le leggi scritte, e le non scritte; la ragion di Stato, e le ragioni della coscienza; il potere ‒ tetro e tetragono ‒ e l’individuo che al potere si ribella; il maschile, votato alla polis, e il femminile, votato alla famiglia; e via dividendo, via opponendo. Sono queste alcune delle antinomie su cui si fondano le principali riletture moderne del dramma. Alla prova dell’Antigone sofoclea ben poche reggono.

Leggi scritte e non scritte? Antigone merita applausi a scena aperta per il celebre monologo degli ágrapta nómima (vv. 450-470), ma vale la pena rimarcare che quelle di Creonte non sono leggi scritte: Sofocle non ha valorizzato in nessun modo questa polarità. Del resto, le “leggi non scritte” non sono un’invenzione di Sofocle, che si limita a magnificare un cliché del senso comune coevo. Tipicamente sofoclea, semmai, è l’insistenza sul carattere sacrale di tali norme, ciò che ne rincara, alla luce del diritto attico, la valenza castale e aristocratica.

Ragion di Stato e ragioni di coscienza? Assolutismo dispotico e ribellione individuale? Ma né Creonte né Antigone si lasciano ridurre ad allegoriche incarnazioni di valori contrapposti fra i quali Sofocle predicherebbe temperante “equilibrio”.

Creonte non è «un cattivo da palcoscenico», ammette anche chi non lo ama. Egli, nell’Antigone, è tecnicamente il protagonistés (lo si dimentica spesso), è un re nuovo (anche questo dettaglio si dimentica), ed è un individuo solitario e statuario non meno di Antigone; ma è un individuo che lucidamente teorizza la necessità di misurare il singolo alla prova dell’impegno pubblico (vv. 175-177):

di un uomo non potrai capire mai, fino in fondo,
il cuore, l’animo, il pensiero, prima
di saggiarlo alla prova del potere
e delle leggi.

Il suo “discorso della corona” (vv. 162-210) dichiara la superiorità della polis sui suoi singoli membri: sono versi che Demostene, ancora un secolo più tardi, citerà come encomiabile esempio di civismo (Sulla falsa ambasceria, 246-247). E l’umiliazione dell’ataphía che Creonte infligge a Polinice non ha nulla d’inaudito alle orecchie degli Ateniesi; è la pena ovvia per i traditori, ed è la legge attica (cfr. e.g. Tucidide, I 138,6; Senofonte, Elleniche, I 7,22). Altrettanto ovvio doveva suonare, al pubblico di Atene, l’esibito maschilismo del sovrano, che urta noi ma che certo non dispiaceva alla sensibilità dominante; e si noti, di passaggio, che mai nella tragedia la pietas di Antigone è caratterizzata come peculiarmente femminile: l’insistenza sul punto è ben più hegeliana che sofoclea.

Quanto ad Antigone e alla sua testarda philía – un termine che ha, «in apparenza, una significazione esclusivamente sentimentale» – è quasi superfluo ricordare che l’eroina parla il linguaggio del più schietto familismo aristocratico. Il suo “noi” è un “noi” castale, e fin dal primo verso – che sottolinea con inquietante ridondanza la parentela di Antigone e Ismene – Sofocle ha messo al servizio di questa caratterizzazione anche i temi più propri della saga edipica: gli abnormi legami d’amore (l’incesto) e d’odio (il parricidio, il fratricidio) diventano strumenti per enfatizzare, dei Labdacidi, i tratti di morbosa clausura clanica. E se il “noi” castale dell’eroina diviene, già nel dialogo con Ismene, un “io” ossessivamente ribadito, è perché Antigone si avvia al fallimento: ne daranno cospicua prova il suo sfogo contro Polinice (vv. 869-871) e i suoi finali dubbi sul sostegno degli dèi (vv. 922-924). Il congedo dell’eroina segna una profonda «crisi di Antigone» che toglie fondamento a ogni sua oleografica incensazione. Il suo “individualismo” non è marca di superiorità, ma stigma di sconfitta. Come lo è, del resto, per Creonte.

Figure tutt’altro che statiche, i due antagonisti disegnano due parallele traiettorie d’implosione: e già questo li sottrae al ruolo di frigide prosopopee. Creonte non è né lo Stato, né il despota, né l’emblema di un impersonale autoritarismo. Antigone non è la coscienza individuale, né l’eroica révoltée, né l’amorevole custode degli affetti familiari.

Peccato che anche le traduzioni spesso s’intonino alle loro più vulgate e didascaliche caratterizzazioni. Pochi esempi. Antigone dichiara liricamente di essere votata all’amore? Così parrebbe, stando alle rese del v. 523 (οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν). «Parole bellissime», chiosava estatico Perrotta; e anche un filosofo poco tenero come Žižek – che ha recentemente definito Antigone «a true bitch» – si contenta di rendere: «my nature is to love. I cannot hate». Interpretazioni che fanno somigliare Antigone alla Marlene Dietrich dell’Angelo azzurro. Ma Antigone dice synéchthein e symphileîn: due audaci hapax. Potremmo intendere: “stringere patti di comune odio”, “stringere patti di comune alleanza”. In altri termini: “non sono fatta per odiare insieme a voi, ma per amare insieme ai miei”. Ad Antigone non interessa il nemico pubblico che compatta, nell’odio, la pólis: interessa il legame che unisce lei ai fratelli in partigiana philía.

Quanto a Creonte, egli dichiara con spavalderia i propri empiti dispotici? Così parrebbe anche in tal caso, stando a certe rese dei vv. 737 (ἄλλῳ γὰρ ἢ ’μοὶ χρή με τῆσδ’ ἄρχειν χθονός;) e 744 (ἁμαρτάνω γὰρ τὰς ἐμὰς ἀρχὰς σέβων;). Ma nel primo caso quella di Creonte suona come una decisa assunzione di responsabilità: «occorre che io governi questa terra» – egli chiede – «in base al mio giudizio o a quello d’altri?». Nel secondo, l’espressione archàs sébein non implica vacuo culto della (propria) personalità, ma pieno ossequio per il ruolo assunto («io rispetto la carica che copro»): risuona qui il discorso del suo ingresso in scena, dove il binomio archái e nómoi – “esercizio legale del potere” – è descritto non come privilegiato agio, ma come onerosa prova (vv. 176-177); risuona la certezza, enunciata pochi versi sopra, che «chi sa ben comandare» saprà anche «obbedire bene» (v. 680).

Non certo fortuitamente, in questi e in altri strategici snodi, Sofocle ha scelto parole ardue, calibrate fino all’ambiguità. Creonte rasenta il baratro della tirannide, ma non vi precipita con la grossolana goffaggine di altri pupi tragici. Antigone muore sola dopo aver «perpetrato atti sacri» (v. 74 ὅσια πανουργήσασ’), ma senza che ci sia consentito appianare l’ossimoro di questo santo crimine, o criminosa santità. Senza dire che la stessa opposizione fra Antigone e Creonte, che impropriamente riduce il dramma a un duetto di personalità in contrasto, non regge. Se non altro perché fra loro c’è almeno un terzo, invisibile comprimario, occulto ma onnipresente, che trapela fin dall’esordio negli anonimi “si dice, corre voce” (cfr. vv. 7, 23, 27, 31), ed è evocato a più riprese da Creonte (vv. 289-292), da Antigone (vv. 508s.) e da Emone (vv. 687-700): è «l’opinione pubblica», «nuovo personaggio […] entrato di prepotenza nel contesto agonale della politica»; è il popolo di Tebe, sempre sullo sfondo, immagine del popolo di Atene che siede di fronte alla scena; un popolo che poco per volta si trova a prendere le parti di un’eroina come Antigone, il cui timbro ideologico doveva suonare stridente per l’audience democratica; e ad abbandonare Creonte, che – entrato sulla scena come leader di granitici princìpi – vi conclude la sua vicenda come individuo annichilito nei suoi affetti di padre e marito. Questa è l’astuzia del grande – e certo non filodemocratico – Sofocle: convertire a poco a poco il pubblico e costringerlo a tifare Antigone. Un gioco sottile, a tratti subdolo, dalle cui insidie conviene guardarsi.

Antigone di Puntozero Teatro, regia di Giuseppe Scutellà. Foto di Francesca Somaini.