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Lo spettatore viene coinvolto, nel buio totale che intervalla i dialoghi dei soli due attori in scena (Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni), in una rappresentazione essenziale, che riporta all’origine del male di una stirpe e di un uomo, un’anima nuda.

La scarna scenografia è paradigmatica, simbolica, evocativa: il lambda rappresentato al suolo significa il ‘percorso’ di Edipo, il trivio fatale, la zona limite. Il pianto di un bambino in fasce, come una litania che è presagio di future sciagure, echeggia su uno sfondo spoglio ad esordio del dramma.

La scelta del dialogo a due per l’Edipo re diretto e interpretato da Archivio Zeta alla loro prima volta a Napoli al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo[1], focalizza l’attenzione sui contrasti e le dissonanze dell’animo di Edipo. Enrica Sangiovanni (nei ruoli della Sfinge, di Giocasta, Tiresia, Messo di Corinto, Pastore e coro) si esprime in toni cangianti, amplificati dalle melodie acute, sinistre e a tratti barocche di Patrizio Barontini, che intervallano i dialoghi e le urla graffianti di un Edipo disperato. Voci che si affollano anche quando non sono pronunciate, ma si odono soltanto, mentre gli occhi dello spettatore vengono captati dal volto allucinato dei protagonisti; memoria onirica e tempo passato emergono in suoni e ricordi inquietanti. L’accompagnamento musicale potenzia e amplia il valore delle parole, nella chiara traduzione di Federico Condello: parola è logos, logos è anche ragione, ma la ragione è sconfitta, o meglio, come per paradosso, è strumento di distruzione. E così, la musica dilata il livello emotivo, crea trepidazione, esprime inquietudine e straniamento, potenziando la polisemia di un testo straordinario e fagocitante.

La dimensione del colore e della luce gioca un ruolo paradigmatico, quasi magnetico, in questa rappresentazione icastica, che taglia l’anima come una lama sottile. Dal buio si staglia il rosso dei due manti regali: così, il nero e il rosso, due colori essenziali e opposti, diventano simboli. Il buio è la profondità dei meandri della coscienza, è l’oscurità degli oracoli; il rosso è sì la regalità, ma, ancora, l’evidenza della realtà, il sangue, l’eros.

Edipo Redi Sofocle allestimento teatrale 2015 - foto di Franco Guardascione

Alla fine del dramma, il manto rosso di Giocasta, appeso sullo sfondo, rappresenta la morte che ancora una volta segna la maledizione della stirpe di Labdaco e la rovina di un’intera città. Di questa Giocasta, tuttavia, non si capta la disperazione, ma un’ironia sinistra e dissonante sottesa a ogni sua parola, un gioco di tranelli verbali, sospensioni, scherzi stranianti: un complemento della ricerca conoscitiva e dei sospetti di Edipo.

Parlare di Edipo vuol dire parlare di un grande ‘giallo’, di una trama complessa, che a mano a mano si dirime fino a diventare di una chiarezza schiacciante. Ma vuol dire anche parlare di una sorta di anomalia del giallo stesso, perché detective e assassino coincidono. Il dubbio di identità, una realtà che si confonde con l’incubo, che prende corpo in ricordi e voci, la voglia quasi ossessiva di sapere, l’enigma, sono i caratteri di questo Edipo sconvolto, rabbioso e inquieto: un personaggio senza tempo, emblema sia della razionalità che dell’assurdo.

La complessità spiazzante dei livelli di conoscenza, abilmente rivelati in successione e sovrapposizione, gioco drammatico prediletto da Sofocle, sostanzia il giudizio di Aristotele, secondo cui nell’Edipo re il riconoscimento è ottimo in quanto avviene insieme alla peripezia[2]. Tutto è lucido e concatenato, ma in un vortice a spirale.

Edipo Redi Sofocle allestimento teatrale 2015 - foto di Franco Guardascione

Nel V secolo a.C., sulle scene del teatro di Dioniso ad Atene, il coro, composto da anziani di Tebe, cantava, sgomento, la devastazione che travolgeva la loro città, e poi la punizione degli dèi verso coloro che eccedono la misura, che peccano di hybris: un re, amato dal suo popolo, da sua moglie, viene investito del ruolo di liberare la sua città da una terribile pestilenza, che rende sterili le donne e le mandrie, “un gorgo sanguinoso che la soffoca” (v. 24 nella traduzione di Condello), che uccide, e viene a sapere, lo dice un oracolo, di una contaminazione, un mìasma (v. 97), per la presenza dell’assassino del precedente re Laio. Edipo è così investito di un ruolo di responsabilità civica, ma anche religiosa. È premuroso verso i suoi sudditi, manda il cognato Creonte a consultare l’oracolo di Apollo. Ma Tebe è distrutta da una famiglia sciagurata. Archivio Zeta scendono tra il pubblico che diviene la comunità che assiste allo spettacolo ed è parte di una polis. Lo spazio, dunque, sembra non avere più confini netti, tutti sono ingabbiati insieme ad Edipo in una rete familiare assassina. Questa dimensione è esattamente còlta nel gioco poliedrico di un’atmosfera scenica in cui la voce, il colore, la musica, e il colloquio di Edipo con se stesso alla ricerca della verità e del proprio io costituiscono la materializzazione dell’inchiesta, della paura, e della ossessione.

Questo Edipo esprime, nell’orrore del volto, nella potenza della sua voce, nel sudore che gli riga le tempie, una profonda destabilizzazione emotiva, segno di ogni precarietà umana, che diviene incubo. La potenza sonora delle voci e della musica, i chiaroscuri, la espressività di Edipo, sono anche segno della forza della violenza che è alle radici di questo mito. Edipo è concepito in seguito alla violenza di un padre ubriaco che si unisce a sua moglie; esposto dai genitori perché morisse e non fosse pericolo per il padre, al quale l’oracolo aveva predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio, viene salvato da un pastore pietoso e portato a Corinto, dove è adottato dalla coppia reale. Ma divenuto adulto, durante un simposio viene accusato di essere un bastardo. Comincia allora la sua ricerca di verità: si reca dall’oracolo, per chiedere quale fosse la sua origine. Ne ricava una profezia ancora più oscura: che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Non gli resta che fuggire da Corinto e da quelli che crede i suoi veri genitori. Ma nel viaggio si imbatte a un crocevia nel suo vero padre, Laio, e lo uccide[3]. Si realizza così la prima parte dell’oracolo. Dopo l’omicidio, Edipo continua la sua fuga e giunge alle porte di Tebe, che libera del flagello della Sfinge, mostro che uccide chiunque passi per quella via e tiene la città in ostaggio. Per riconoscenza, i Tebani lo fanno Re e gli danno in sposa la Regina, Giocasta, rimasta vedova, perché nel frattempo è arrivata la notizia, portata dall’unico superstite, che il Re e la sua scorta sono stati uccisi mentre erano in viaggio. Edipo sposa Giocasta, che non può riconoscere in lui quel bambino abbandonato ‘con i piedi forati’ (questo il significato del nome ‘Edipo’) e genera con lui quattro figli: Antigone e Ismene, Polinice ed Eteocle. L’Edipo Re racconta proprio la progressiva scoperta, da parte di Edipo, della tremenda verità.

Un atto di violenza, il parricidio, all’origine della personale storia di Edipo, che perpetua un’eredità di violenza e di passioni indominate. Violenza sarà quella che Giocasta infliggerà a se stessa, dopo aver capito lo svolgersi dei fatti, con l’impiccagione, e Edipo a se stesso col trafiggersi gli occhi. E la violenza non terminerà con queste due morti, ma si contagerà alla generazione successiva, quella dei figli nati dall’incesto.

Edipo Redi Sofocle allestimento teatrale 2015 - foto di Franco Guardascione

Nell’Edipo Re, il conflitto interiore di Edipo, costante e crescente, la sua lacerazione, fa trasudare una sofferenza profonda, mista a rabbia: Edipo ha spezzato, con i suoi orrendi crimini, le sue stesse radici. Il suo essere vittima, ma colpevole, inconsapevole, al contempo, lo lascia schiacciato dall’atrocità del dolore generato dalle sue stesse azioni che portano, attorno a lui, solo vuoto e devastazione. Il buio e l’atmosfera quasi rarefatta cristallizzano la dimensione del tempo. Il tempo come essenza della vita, non chronos, ma aiòn. Il tempo di Edipo, quello attuale, è prosperità e ricchezza, amore (di sua moglie e dei suoi sudditi). Ma questo tempo felice viene stroncato da una lunga catena di eventi, che affiorano dal passato a poco a poco e lo perseguitano. Quel tempo parallelo che finisce per intrecciarsi al tempo attuale e per sostituirsi ad esso, riportandolo in un passato che è straniante, ingombrante, e lacerante.

Qual è il senso dell’esistenza futura di questo personaggio? Se riflettiamo, Edipo non si uccide (secondo il modulo di molti personaggi tragici, in specie sofoclei). Edipo si acceca, vale a dire, compie un gesto disperato, che però non è definitivo, in quanto egli continuerà a vivere, accompagnato, nella sua successiva, errabonda esistenza, dalla pietà di Antigone. Cambia per quest’uomo il senso del tempo. Edipo, come Filottete, è un personaggio affetto da menomazione fisica, che è anche la malattia dell’anima, è il segno della sofferenza dell’individuo, è il marchio del suo essere vittima in un certo senso, è il timbro della sua solitudine e del suo isolamento.

Questo Edipo di Archivio Zeta è uomo forte e aggressivo, ma al contempo vulnerabile. Vuole sapere la verità sentendosene attratto come una calamita dal ferro, ma al tempo stesso rifiutando di conoscere chi fosse veramente. Fa ricorso ai suoi ‘mezzi intellettuali’, alla sua razionalità, alla sua capacità logica, quegli stessi mezzi che gli avevano consentito di risolvere l’indovinello della Sfinge. Vuole aiutare Tebe, ma non riesce, e in lui si innesca un vero e proprio stillicidio, in un crescendo di paura, che sarà però l’emozione più aderente alla realtà dei fatti: “Subito la coscienza vigile si mescola col sogno, con la memoria nebbiosa, con la paura” (Massimo Marino).

Il sistema dicotomico della luce, che fascia i corpi dei due attori, e del buio, che improvvisamente e di continuo avvolge platea e scena, evoca la razionalità, la conoscenza, la verità, sempre al confine dell’irrazionalità, dell’ignoranza e della menzogna. In mezzo c’è quello strumento di ricerca e conoscenza che è sotteso a tutto: il dubbio. Pochi, essenziali gli oggetti scenici. L’impiccagione di Giocasta è rappresentata con la veste rossa appesa, ma è come già prevista e anticipata, perché in scena c’è un gancio da macellaio sin dall’inizio; Edipo, cieco e ramingo, con un vecchio zaino in spalla, si mette in cammino, quasi preludio dell’Edipo a Colono. Appare alla fine una figura femminile vestita di nero, una madre del lutto e del compianto, un’ombra di Antigone. Il bastone del vate, una sedia che è di ospedale, non un trono, una sagoma di porta, che segna un limite, un passaggio, sul fondo. Il bastone regale di Edipo è un oggetto arcaico, esagerato, che ha la forma di un chiodo gigante, metafora del tarlo della mente e di uno strumento di morte.

La rappresentazione scarnificata valorizza il linguaggio complesso e continuamente e costantemente allusivo: Sofocle gioca con le parole, le sfuma, le rende icastiche e indefinite allo stesso tempo. Questa recitazione restituisce valore alla semantica, alla potenzialità espressiva del linguaggio, che è tutt’uno con la vicenda, ne è trama intrinseca e imprescindibile. Enrica Sangiovanni modula abilmente toni e livelli nel rivestire i ruoli del deuteragonista che perseguita Edipo: si gioca con i lapsus, le omissioni, i particolari, una lingua che vuole ingannare, ma che ingannando rivela.

Si ha come la sensazione di un solo, lungo atto, di una lunga esperienza onirica. La sconsolata riflessione del coro nel quarto stasimo dell’Edipo re[4] viene recitata nella platea, dove l’attrice/corifea percorre un semicerchio e torna sulla scena, come se disegnasse l’orchestra, ancora una volta a unire simbolicamente pubblico e protagonisti in una esperienza totalizzante e comune.

Edipo è l’uomo che, nel ricercare se stesso, rifugge al contempo proprio da se stesso; è l’uomo che per difendere le proprie radici le spezza, che fa i conti con una esistenza assurda e incomprensibile e con i ‘mostri’ che a ognuno di noi capita di dover combattere. È un personaggio irrisolto, volutamente irrisolto, che si avvia verso il cammino della sopportazione e della sofferenza, lasciando con una sensazione di sgomento o, forse, inconsciamente, di speranza di riscatto, con la nuova dignità frutto della dolorosa consapevolezza.

Edipo Redi Sofocle allestimento teatrale 2015 - foto di Franco Guardascione

 

[1] Una diversa messa in scena della stessa tragedia fu rappresentata al Teatro Romano di Fiesole (2011), e poi allo Spazio Tebe, Firenzuola (2012), e riallestita per la rassegna Homo sum – Permanenza del Classico, Aula Magna Santa Lucia, Alma Mater, Bologna (2015).

[2] Aristotele, Poetica, 1452a, 11, 32-33.

[3] La ricerca delle pulsioni che spingono un essere umano alla violenza si era concretizzata già nel dittico sull’essere umano L’uomo e le cose e l’Edipo re (vd. www.archiviozeta.eu), in cui gli Archivio Zeta avevano indagato “la possibilità che ognuno di noi ha quotidianamente di fare del male, di operare violenza” (Enrica Sangiovanni). 

[4] Cfr. in particolare vv. 1186-1195, sulla considerazione della vita dei mortali pari al nulla e l’esempio paradigmatico del destino infelice di Edipo.

 

EDIPO RE di Sofocle
PRODUZIONE archiviozeta  
TRADUZIONE Federico Condello 
DIRETTO E INTERPRETATO 
DA Enrica Sangiovanni, Gianluca Guidotti 
MUSICA Patrizio Barontini 
SARTORIA Made in Tina TECNICA Vincenzo Scorza

Prossima data: BUTI 17 aprile

Foto di Franco Guardascione dall'allestimento teatrale del 2015