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Raccontano le fonti antiche che Eschilo, qualche anno dopo la première ateniese dei Persiani alle Grandi Dionisie del 472 a.C., con cui ottenne la vittoria, mise in scena una replica della stessa tragedia a Siracusa sotto gli auspici del tiranno Ierone[1]. E a distanza di due millenni e mezzo il dramma è tornato al Teatro Greco siracusano, per la regia di Àlex Ollé, tra i fondatori e direttori della compagnia catalana Fura dels Baus.

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026Non è frequente la messinscena di quest’opera, che costituisce la più antica tra quelle che ci sono giunte integralmente, nonché l’unica che non attinga al patrimonio mitico, ma a un evento storico contemporaneo all’autore, ovvero la sconfitta persiana di Salamina e il ritorno in patria dell’esercito sconfitto di Serse. A Siracusa si ricordano allestimenti memorabili dei Persiani. In quello del 1950 (regia di Guido Salvini, traduzione di Ettore Bignone) recitò nella parte del messaggero il ventottenne Vittorio Gassman, agli inizi di una carriera straordinaria. Nel 1990 la regia toccò a Mario Martone, le musiche furono composte da Franco Battiato e Giusto Pio, e un giovane Toni Servillo compariva come corifeo. Ne ha parlato Raffaella Viccei su questa webzine: https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/i-persiani-di-franco-battiato-e-i-cantori-di-hafez. L’ultima edizione prima di quest’anno risale al 2003, regia di Antonio Calenda e nel cast, tra gli altri, i nomi di Piera Degli Espositi come regina e di Roberto Herlitzka come messaggero[2]. Sulla ricezione di questa tragedia nel XXI secolo vedi l'ottimo articolo di Raffaella Viccei Teatro di ombre e di guerra. I Persiani nel XXI secolo sulla rivista Visioni del Tragico, 4, 2024: https://www.visionideltragico.it/index.php/rivista/article/view/74

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026La messinscena di Ollé, al debutto lo scorso 13 giugno, non è da meno delle precedenti ed entrerà sicuramente anch’essa nella memoria del pubblico siracusano come una delle rappresentazioni di maggior impatto. La regia punta sulla possibilità che può offrire un testo antico come quello di Eschilo per interrogare il presente attraverso temi quanto mai attuali: la guerra, la gestione del potere, la responsabilità della politica. È un approccio molto praticato negli ultimi tempi dai registi nelle produzioni dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, ed è la strada maestra – verrebbe da dire l’unica strada sensata – per dare significato e vitalità ai classici del teatro antico, con buona pace di quanti vorrebbero vedere le tragedie del V secolo “come erano allora”, mummificate nel tempo come pezzi di museo. La politica, la storia, l’attualità c’entrano eccome con i Persiani di Eschilo, tanto più in un momento storico in cui la Persia e l’Occidente sono tornate a scontrarsi. E se la Teheran di oggi ha poco a che vedere con la Susa degli Achemenidi, la sofferenza e il lutto causati dalle guerre sono sempre gli stessi.

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

La prima grande trovata scenica del regista e del suo scenografo Alfons Flores consiste nel mettere al centro della grande orchestra del teatro siracusano un tavolone di legno massiccio, lungo almeno una decina di metri, con seggiole disposte sui due lati lunghi e microfoni pronti all’uso. È il Consiglio degli anziani che compongono il coro, i fedeli della monarchia di Dario e Serse, ma potrebbe essere la sala riunioni di un moderno parlamento, o meglio ancora la “war room” dove i ministri prendono decisioni fatali. I dignitari di corte entrano alla spicciolata, con in mano cartellette e valigette piene di documenti. Sono vestiti in abiti moderni, sembrano politici, diplomatici, alcuni in uniforme militare con tante stellette appuntate sul petto. Sono tutti uomini a parte una sola donna (Elena Polic Greco). Li assistono degli inservienti che portano bevande e bicchieri. Dei cameramen riprendono la scena e le immagini, in bianco e nero, sono proiettate in diretta su un grande schermo che consente al pubblico di cogliere in primo piano i tratti del volto preoccupati di questi potenti consiglieri che ostentano arroganza, ma anche preoccupazione. Tutta questa scena, che funge da prologo, si svolge sostanzialmente in silenzio, salvo le grida che riecheggiano fuoriscena: si sentono slogan di protesta, manifestazioni di oppositori che chiedono pace, che sperano di poter riabbracciare i loro cari dispersi al fronte. Si sente anche il suono di volanti della polizia con fumogeni e rumori di repressione.

 Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

 L’idea che vi sia un dissenso all’interno della politica persiana non è esplicitata nel testo di Eschilo, ma è geniale. Senza alterare le parole del coro (rese magistralmente da Walter Lapini, ormai collaudato traduttore per la scena siracusana), basta un’intonazione o una smorfia dell’attore per tramutare una banale osservazione in una critica alla gestione della guerra. E così Ollé trasforma gli interventi del coro in una sequenza di discorsi dei vari consiglieri, tra i quali non c’è affatto identità di vedute. Non tutti sono proni al volere del Gran Re: c’è chi appoggia l’operato di Serse confidando in un esito positivo della conquista grazie alla sproporzione delle forze militari in campo a vantaggio dell’esercito e della flotta persiani, ma c’è anche chi esprime critiche e dissenso, visto che le notizie dal fronte greco non sembrano affatto rassicuranti. Ogni intervento è scandito da applausi di consenso più o meno convinti. La trovata di rompere l’unità del coro configurandolo come uno spazio attraversato da tensioni e dissensi interni, quasi una moderna assemblea politica, è una soluzione che restituisce dinamismo a un testo fondato sulla riflessione collettiva e permette di cogliere con chiarezza la fragilità dei sistemi politici quando vengono confrontati con il fallimento.

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

Atossa, la regina vedova di Dario e apprensiva madre di Serse è interpretata da un’ottima Anna Buonaiuto: entra in scena indossando un tailleur rosso, occhiali neri, una spilla d’oro sulla giacca e un’espressione addolorata. È una figura carismatica, quasi ieratica. L’interpretazione che ne dà l’attrice evita ogni cedimento melodrammatico e restituisce una sovrana ben consapevole del fatto che la sopravvivenza della dinastia coincide con la sopravvivenza dell’impero stesso. Di grande rilievo è anche il Dario di Alessio Boni, al debutto nel teatro siracusano. La sua apparizione spettrale, amplificata dall’uso delle videoproiezioni, restituisce alla tragedia la dimensione rituale che le è propria, pur all’interno di una cornice fortemente contemporanea. L’immagine del fantasma che il pubblico vede amplificata sullo schermo è completamente sgranata, così da rendere i tratti del viso quasi irriconoscibili. Bellissimo il rituale del coro per invocare l’epifania del vecchio re, un inno religioso eseguito da coreuti in abito rosso con ceri in mano e allusione alla liturgia cristiana.

 Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

Ma la prova attoriale che segna maggiormente lo spettacolo è senz’altro quella di Giuseppe Sartori nel ruolo del Messaggero. In una tragedia spesso definita “statica”, fondata più sul racconto che sull’azione, il lungo resoconto della sconfitta, articolato in vari monologhi, rappresenta il vero motore drammatico. Sartori ne fa un momento di straordinaria intensità teatrale: il corpo, la voce e la progressione emotiva trasformano la sua rhesis in un’esperienza quasi fisica per lo spettatore. Verso la fine sembra bloccarsi e trema palesando al pubblico una ferita al costato da cui sgorga sangue. Non sorprende che proprio il suo intervento abbia raccolto gli applausi più convinti del pubblico.

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

Uno degli aspetti più innovativi dell’allestimento siracusano è l’inserimento di tre figure estranee al testo eschileo: una vedova di guerra, una madre che ha perso il figlio, un reduce incapace di convivere con gli orrori cui ha dovuto assistere. All’improvviso, in momenti distinti, emergono dalla platea portando testimonianze ispirate a esperienze reali di guerra. Qualcuno obietterà che si tratta di inserzioni indebite nel testo di Eschilo, ma è noto che le interpolazioni teatrali erano diffuse già nel V secolo a.C. Inoltre, la scelta risponde all’intenzione dichiarata del regista di collegare la tragedia alle urgenze del presente e di dare voce alle vittime invisibili dei conflitti contemporanei. In altre parole, queste aggiunte risultano perfettamente coerenti con il progetto politico dello spettacolo, anche se possono apparire ridondanti, nel senso che il testo di Eschilo e le modalità della messinscena già comunicano con straordinaria efficacia il messaggio anti-bellicistico.

 Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

Il grande tavolo rimane l’oggetto scenico dominante per tutta la durata dello spettacolo mutando di funzione e di significato simbolico. All’inizio rappresenta il luogo del potere; poi si trasforma nella tomba del vecchio re Dario, quindi, al ritorno di Serse (Massimo Nicolini), in una mappa strategica del mondo, e infine in tavola per il banchetto conclusivo, quando la regina e il figlio consumano la cena come se niente fosse accaduto. Se le trasformazioni del tavolo accompagnano l’evoluzione drammatica e rendono visibile la continuità del potere oltre la catastrofe, la sequenza finale sintetizza efficacemente il senso complessivo della messinscena. Mentre il dolore dei sopravvissuti e delle vittime continua a risuonare nello spazio teatrale, Atossa e Serse siedono nuovamente al tavolo del potere in un paradossale “lieto fine”. La guerra ha prodotto distruzione e lutto, ma l’apparato che l’ha generata rimane sostanzialmente intatto. In questa immagine conclusiva Ollé concentra la propria interpretazione dell’opera: la tragedia non racconta soltanto la rovina di un impero, ma l’inquietante capacità del potere di perpetuarsi anche attraverso i propri fallimenti.

Persiani, regia di Alex Ollé, Siracusa 2026

Due considerazioni in chiusura: la presenza delle telecamere in scena e il grande schermo LED che amplifica i volti dei protagonisti conferiscono all’allestimento una dimensione quasi cinematografica, evocando anche il rapporto tra potere e rappresentazione mediatica, un elemento centrale nelle democrazie e nelle autocrazie del XXI secolo. Inoltre, al successo dello spettacolo, contribuisce non poco la traduzione di Walter Lapini che rende il greco di Eschilo con soluzioni tanto efficaci quanto comprensibili, con anche il pregio di ridurre al minimo le sequenze interminabili di interiezioni lamentose, che nella tragedia antica hanno un senso perché collegate all’accompagnamento musicale, ma che in una traduzione per la scena moderna risultano indecifrabili e ridondanti.

Non c’è dubbio, i Persiani di Eschilo, lungi dall’essere una celebrazione compiaciuta della vittoria greco-ateniese contro il nemico persiano, esprimono una profonda riflessione sul rapporto tra potere e responsabilità e sul prezzo umano delle decisioni politiche, con una incredibile capacità di manifestare empatia per il nemico sconfitto. Eschilo ha saputo raccontare la guerra mettendosi nell’ottica dell’avversario, una prospettiva che oggigiorno quasi nessuno vuole praticare. La regia di Ollé ha colto precisamente questo nucleo centrale della tragedia e ne ha sviluppato una lettura di grande efficacia ricordandoci che ogni impero, nel momento stesso in cui si crede invincibile ed eterno, ha già iniziato il proprio declino.

 

 

I Persiani di Eschilo

Regia: Alex Ollé

Traduzione: Walter Lapini

Scenografia: Alfons Flores

Costumi: Lluc Castells

Musiche: Josep Sanou

Disegno luci: Marco Filibeck

Video: Joan Rodon

Assistente alla regia: Simo Ramon Vines

Assistente scenografo: Sarah Bernardy

Interpretui: Anna Bonaiuto (Atossa), Giuseppe Sartori (Messaggero). Alessio Boni (Spettro di Dario), Marco Maria Casazza (Capo coro), Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello Cossia, Michele Cipriani, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò (Coreuti).

 

In scena al Teatro Greco di Siracusa dal 13 al 28 giugno 2026. Lo spettacolo sarà presentato inoltre al Teatro Grande di Pompei dal 10 al 12 luglio 2026.

 

[1] La notizia è attestata nello scolio al v. 1028 delle Rane di Aristofane con rimando a Eratostene di Cirene.

[2] Per approfondimenti cfr. M. Boscarino, La ricezione dei Persiani di Eschilo nei moderni spettacoli di Siracusa: il dramma e la guerra tra storia e interpretazione, Testo, autore, pubblico. Forme di ricezione dall'antichità alla modernità, a cura di A. Arena, L. Buffatti, S. Caiola, F. Carnazzi, I. Menin, G. Meriani, M. Nimis, Verona 2024, pp. 41-57.