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Dal 27 giugno al 5 luglio avrà luogo la XXII Edizione de Il Giardino delle Esperidi Festival, spettacoli, concerti e cammini dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba, per un giorno e sette notti attraverso comuni e parchi del Monte di Brianza in provincia di Lecco (https://www.ilgiardinodelleesperidifestival.it/).

Il titolo del Festival evoca subito un viaggio metaforico sino agli estremi confini del mondo conosciuto dove le Esperidi (le ‘Figlie della Sera’), cantando, custodiscono un giardino di meraviglie, dove fioriscono pomi dorati e scorrono i ruscelli eterni degli dèi. Lì si spengono le speranze umane di andare oltre il buio della conoscenza e della morte, ma si aprono anche infiniti orizzonti di speranza e si nutre l’immaginazione di altri, nuovi, sconosciuti mondi.

Visioni del tragico accompagnerà il Festival condividendo con i lettori della Webzine testi inediti, note, riflessioni, idee che registi e interpreti hanno appositamente scritto per noi. I pensieri degli artisti varranno come viatico per chi avrà la ventura di condividere il viaggio verso Il Giardino delle Esperidi, un viaggio al centro della notte, ma alla scoperta della luce.

Al direttore artistico del Festival Michele Losi, agli artisti, a Giulia Castelnovo (Ufficio Stampa del Festival) va la gratitudine nostra e certamente dei nostri lettori.

 

Sotera Fornaro e Raffaella Viccei

 

 

 

Sbagliare strada ti permette di godere di paesaggi che altrimenti non avresti visto

 Michele Losi

Cuore di Esperidi 2026 e della sua sperimentazione sono le pratiche legate al teatro delle fonti, al teatro in natura e nel paesaggio, al teatro immersivo con le sue innovazioni anche tecnologiche, alla danza e alla musica. Quello che ci interessa è l’indagine verso una sospensione delle tecniche del corpo abituali, non dimenticando tutto ciò che è non-corporeo e che è profondamente presente in questo festival. Lavoriamo su pratiche estremamente semplici mettendoci in relazione con il naturale per scoprire l’originario che è in ciascuno di noi. Praticando il silenzio, l’ascolto, il camminare, lo stare, l’orientarsi, nella sua relazione con opere performative ospitate o create ad hoc per il festival e nell’ambito delle residenze artistiche, coltiviamo l’ambizione di offrire al pubblico una pratica complessa e trasformativa.

Dovremo sostare a lungo tra le pietre e gli alberi, di fronte a un ruscello, sul binario di una stazione e captarne le frequenze, trasformandole in movimento, suono e azione. Esistono tempi differenti di una sorta di orologio del mondo, fatto di ingranaggi meccanici, per cui le acque, le pietre, la luna, gli animali e le presenze sottili si manifestano, così come anche il vento, specialmente nella relazione con il performativo. Che cosa ci racconterebbero le pietre se parlassimo la stessa lingua?

Esiste una sostanza pneumatica o spirituale che ha una funzione del tutto particolare. È la sede della phantasía o dell’immaginazione, intermedia tra materiale e immateriale, tra sensibile e intelligibile. Riceve i dati dai sensi e insieme le rifrazioni degli archetipi ideali e li trasforma sulla sua superficie in immagini e rappresentazioni. Ed è proprio questa sostanza che andiamo a ricercare. Lo spirito fantastico che avvolge l’anima individuale è analogo a quello spiritus universale con cui l’anima del mondo crea e porta alla luce le forme della natura. Spiriti che tra loro comunicano e sottilmente interagiscono. Tuttavia, perché ciò avvenga, occorre che l’immaginazione sia una pratica attiva, coltivata e guidata, nella consapevole tensione a cogliere la sorgente da cui le immagini scaturiscono, tenendo l’anima sgombra dalle inquietudini e dagli attaccamenti che la affollano, come durante l’incedere del walking o delle camminate notturne, ad esempio. Solo in questo modo riusciremo a co-creare quelle sottili increspature sulla superficie, regno e forma dell’immaginazione.

 Esercitare l’immaginazione implica, come termine ultimo, togliere ogni figura, tangendo l’infigurabile. Lavoro paziente e sottile che muove dall’esterno all’interno e dall’interno nella direzione dell’oltre. Allora accade, vedendo senza più vedere, di toccare ciò da cui l’immagine si origina, di percepire le forze con cui essa comunica.

Il teatro, dal greco théatron (il luogo dello sguardo), è quindi fatto di punti di vista ecoinvolge, oltre agli attori e agli spettatori, anche la natura, l’organico e l’inorganico, i nostri corpi come corpi climatici, al pari di una tempesta, di un fulmine e di una montagna. Il teatro è fatto di profondità e divertimento, di relazione, ritmo ed energia ,di trasformazione allegorica e creazione artistica, di incanto e visione. Questo è il teatro che cerchiamo di attivare, in una relazione complessa con le sincronicità del tempo, degli spazi e degli accadimenti performativi che li abitano.

Foto ©: Alvise Alessandro Crovato