Che cosa accade quando smettiamo di fidarci della nostra esperienza?
Questa domanda è stata il punto di partenza de Il Cacciatore di Streghe.
Non la stregoneria. Non l’Inquisizione. Non il Medioevo.
Una domanda che riguarda il presente: come può una persona arrivare a dubitare di ciò che vede, sente e ricorda? E soprattutto: quali condizioni rendono possibile questo dubbio?
Siamo abituati a pensare che la perdita di fiducia in sé stessi sia un fatto privato, una fragilità individuale, una questione psicologica. Ma ciò che ci interessava indagare era un’altra ipotesi: che questa frattura non nasca soltanto dentro di noi. Che esistano assetti relazionali, culturali e politici capaci di produrla.
La storia della caccia alle streghe offre un terreno privilegiato per osservare questo meccanismo.
Awen, la protagonista dello spettacolo, non è una figura marginale. È una guaritrice. Le donne del villaggio si rivolgono a lei durante le gravidanze e i parti. I contadini le chiedono consiglio quando una malattia minaccia i raccolti. Gli allevatori si affidano alla sua esperienza quando il bestiame si ammala. Per anni questo sapere viene riconosciuto come una risorsa comune. La comunità le attribuisce una funzione all’interno del tessuto sociale.
La sua caduta comincia quando il significato delle sue azioni cambia.
Un vitello nasce malato, esattamente come lei aveva previsto. Ma ciò che prima appariva come una prova della sua competenza viene improvvisamente letto come una prova della sua colpevolezza. La domanda non è più: “Come ha fatto a capirlo?”. Diventa: “Come faceva a saperlo?”.
È una differenza minima. Eppure, è una differenza che trasforma completamente il mondo.
Lo stesso gesto, la stessa parola, la stessa capacità vengono strappati dal campo della cura e trasferiti in quello del sospetto. Non cambiano i fatti. Cambia il regime di interpretazione dei fatti.
La strega nasce in questo passaggio.
Il centro del problema, allora, non è la verità. È l’autorità. Non chi abbia ragione, ma chi venga riconosciuto come legittimato a descrivere il mondo. La tragedia di Awen comincia nel momento in cui il suo sapere smette di essere considerato una forma di conoscenza e diventa un oggetto da interpretare attraverso lo sguardo di qualcun altro.
In questo senso il Cacciatore non è soltanto un uomo. È una funzione politica. È la voce che pretende di spiegare ad Awen chi sia veramente. È l’autorità che si propone di interpretare la sua esperienza meglio di quanto lei stessa possa fare.
La domanda che attraversa lo spettacolo non è quindi come guarire una ferita individuale, ma come sottrarsi a quei dispositivi che producono la ferita e, nello stesso tempo, si candidano a curarla.
Per questa ragione Il Cacciatore di Streghe assume la forma di un rito collettivo.
La danza non è una terapia. Non è un esercizio di espressione individuale. È un gesto pubblico.
Come uno sciopero, una processione o un’assemblea, la danza produce temporaneamente un altro modo di stare insieme. Non chiede sostegno né protezione. Produce presenza. Produce riconoscimento reciproco. Produce una comunità che, almeno per un momento, sospende il giudizio e restituisce legittimità all’esperienza vissuta.
Nel finale dello spettacolo Awen non viene assolta. Compie qualcosa di più radicale.
Rifiuta la definizione che altri hanno costruito per lei e sceglie autonomamente il significato della parola “strega”.
In questo gesto non vi è soltanto una liberazione personale.
Vi è un atto politico.
Perché ogni volta che una comunità restituisce autorevolezza a un’esperienza che era stata espropriata, non si limita a riparare un’ingiustizia. Ridefinisce i confini stessi di ciò che può essere riconosciuto come vero.

Sabato 27 giugno, ore 22.30 San Donnino, Mondonico, comune di Olgiate Molgora
Il cacciatore di streghe Live dj set con performance Manifatture Teatrali Milanesi
a cura di Filippo Renda | con Rebecca Sisti | dj performer Sofia Tieri | stylist Vittoria Brachi | direzione tecnica Fulvio Melli | staff tecnico Ahmad Shalabi e Stefano Lattanzio | delegata di produzione Susanna Russo
