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Lo scoppio della pandemia ha obbligato ad un ampliamento dei contenuti di questo blog in cui la parola ‘teatro’ è intesa anche nel senso etimologico del ‘luogo dove si guarda’:

lo abbiamo scritto nella pagina introduttiva, lo abbiamo ampiamente trattato nei mesi del primo lockdown nella rubrica Covid 19, continuiamo a farlo,  ad esempio qui, riflettendo sulla metafora tragica della ‘nave dello Stato’, oppure qui, in un post sull’affacciarsi di un nuovo concetto di eroismo ancora cercando di sensibilizzare sulle tragedie di oggi, le cui conseguenze si sono acuite con la diffusione del virus, dall’Amazzonia alla Bielorussia. Vi insisteremo ancora e ancora. Pubblichiamo oggi un commento sul 54 rapporto Censis, e su come i numeri rivelino il crescere di tragiche emozioni collettive, nonché un preoccupante deteriorarsi del valore attribuito alla vita umana: una nuova barbarie? (S.F.)

 

«Una ruota quadrata che non gira», così definisce l'Italia il 54° Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese.

Dopo un 2019 definito anno dell'incertezza e della sfiducia, l'immagine che ci fornisce il Censis per il 2020 è quello di un sistema che avanza a fatica, nel quale anzi crescono la paura, l'incertezza e la povertà, anche di spirito. L'iniziale formula (ottimistica) ‘andrà tutto bene’ è passata di moda, spazzata via dalla seconda ondata: solo il 20,5% degli intervistati ritiene che l'esperienza ci renderà migliori, per il 44,8% usciremo peggiorati dalla pandemia, il resto nemmeno risponde.

Il sentimento dominante, nelle risposte ai quesiti, è la rabbia, che nasce magari dalla frustrazione, dalla sfiducia, dai cattivi esempi, e non si trasforma (come pure sarebbe possibile: la rabbia di per sé infatti non è un sentimento negativo) in azioni positive e di coesione sociale, ma in uno spiccato individualismo, in un puro egoismo.

Emblematico il dato per il quale il 38,5% si è rivelato pronto, in nome di un maggiore benessere economico, ad accettare limitazioni al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscrizione a sindacati e associazioni.

 

 Ma sono i dati relativi all' inasprimento delle pene che dimostrano una (non nuova) acredine sociale: il 77,1% chiede pene più severe per chi non indossa le mascherine di protezione, non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento, e ove questi soggetti si ammalino per tali condotte irresponsabili ritiene non debbano essere curati o curati comunque per ultimi (per il 31,2%); per il 76,9%, è giusto che quanti nell’emergenza hanno sbagliato, tra politici e dirigenti sanitari, paghino per quegli errori; più della metà degli italiani (il 56,6%) chiede il carcere per i contagiati che non rispettano in modo rigoroso le regole della quarantena; segnale di scontro generazionale è poi il dato per cui il 49,3% dei giovani ritiene giusto che gli anziani siano assistiti soltanto dopo di loro.

Da giuristi, e da cittadini, colpisce questa continua tensione verso il carcere, proprio quando i penalisti si sono impegnati in uno sciopero della fame per segnalare le storture di un sistema carcerario inadeguato, talora inutile e spesso inumano. Ma ciò che sconcerta è la riscoperta addirittura della pena di morte: quasi la metà degli italiani (il 43,7%) si dice favorevole alla sua introduzione nel nostro ordinamento; il dato sale al 44,7% nei giovani compresi tra i 18 e i 34 anni. Nel rapporto Censis si parla di “un rimosso in cui pulsano risentimenti antichi e recentissimi di diversa origine, intensità, cause”: a noi preoccupa il dato anche perché non si tratta di una reazione diretta e immediata a comportamenti legati alla pandemia, quanto piuttosto di una pulsione indifferenziata, di una espressione in negativo e generalizzata di quella "rabbia" di cui abbiamo parlato all'inizio.

Proprio nel momento in cui assistiamo con sdegno alla condanna a morte in Iran di un giornalista dissidente, Ruhollah Zam,  a nuove esecuzioni negli U.S.A. e all'emblematico caso di un condannato all'ergastolo (Walter Forbes) prosciolto dopo 37 anni di carcere, che si torni solo a ipotizzare la pena di morte in Italia ci sembra un paradosso.

Sono brutti segnali che non vanno sottovalutati, non per il rischio che si concretizzino (la nostra Costituzione recita all'art. 27 comma 4 che «Non è ammessa la pena di morte»), ma per la carenza educativa, spirituale e sociale che dimostrano.

La minaccia della pena di morte non comporta una diminuzione della criminalità, ma ha solo un senso retributivo, o meglio vendicativo, inaccettabile in uno Stato di Diritto. Proprio dall'Italia era partito un richiamo ai principi di civiltà con Cesare Beccaria nel 1764, subito seguito nel Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'abolizione della pena di morte.

Tra i tanti assunti di Beccaria, citiamo solo quello per il quale la minaccia della pena di morte, lungi dal sensibilizzare al rispetto del bene della vita, lo svaluta, per l'intrinseca, palese contraddizione che intercorre tra il divieto di uccidere e la pena di morte.

Cerchiamo di non svilire, nemmeno con un dato statistico, un modello di civiltà che abbiamo esportato nel mondo.

 

Gian Paolo Demuro è ordinario di Diritto penale all'Università di Sassari