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«Mia madre mi ha messo al mondo insieme a migliaia di altri bambini. Era un’ostetrica. MAMI è un inno a tutte le donne che ci hanno cresciuti. Quando avevo circa un anno, mia madre dovette lasciarmi con mia nonna in Albania e andarsene. Fino a tredici anni, ho chiamato mia nonna “mami”. Quando mia madre mi portò con sé ad Atene, sono cresciuto nell’appartamento sopra il forno dove lavorava, con l’odore del pane appena sfornato. Sono cresciuto circondato da molte donne. Sono cresciuto tra giovani donne e donne anziane. Sono cresciuto con più di una madre. Questo spettacolo è per loro: un desiderio, una preghiera per il peso che la parola “mamma” porta sia ​​per chi la sente sia per chi la pronuncia. Chi si prende cura di chi – non ho mai capito questa relazione complicata. E non la capirò mai. Ma sto cercando di districarla come un cordone ombelicale, come le viscere che collegano la vita alle sue radici».

Mario Banushi

FOG Triennale Performing Arts Festival, in corso a Milano, si è aperto con due artisti di assoluto rilievo, Romeo Castellucci, con la première di Credere alle maschere, e Mario Banushi, giovane regista greco-albanese insignito del Leone d’Argento della Biennale Teatro 2026, che ha diretto, in prima nazionale a FOG, Mami. Dai pensieri di Banushi, con cui abbiamo voluto introdurre le nostre riflessioni, emergono chiare le ragioni e la natura dello spettacolo, che è stato concepito e realizzato come un attraversamento immaginifico nelle geografie emozionali tracciate da una parola ineludibile nella vita di ogni essere umano. Banushi parte da vicende personali senza cadere nella trappola del compiacimento autobiografico. Coglie dal proprio vissuto storie e atmosfere emotive in grado di risuonare nelle vite degli altri e affida entrambe a una potente drammaturgia visiva (Banushi, Stephanos Droussiotis) e musicale (Jeph Vanger), nella quale si riconoscono riferimenti e omaggi a indiscussi protagonisti della scena del XXI secolo, in particolare Castellucci e il regista, coreografo, performer e artista visivo ateniese Dimitris Papaioannou, del quale ci sembrano presenti in Mami soprattutto echi dell’acclamato Ink.

In un testo intenzionalmente non verbale, ma concepito per quadri sonori che evocano ricordi, i corpi dei versatili performer scelti da Banushi si fanno carico della forza misteriosa della parola mami. Cominciano raccontando, in modo per nulla didascalico, gli istanti che accompagnano la nascita, quando i respiri di gioia e dolore di una madre che partorisce, le sue grida si confondono con il respiro e il pianto di un bimbo appena nato. Lo spazio del racconto dei diversi volti della maternità è una casa, ideata da Sotiris Melanos come un’architettura di scena essenziale e duttile, che può essere letta anche seguendo percorsi ermeneutici psicanalitici. Quasi a voler custodire intimità e segreti familiari, l’interno di una semplice dimora viene interdetto alla vista degli spettatori, schermato da pareti e porte socchiuse, per poi rivelarsi d’un tratto, a sorpresa: le pareti scompaiono e corpi e oggetti, che erano nella casa, invadono lo spazio scenico immaginato come cortile, campagna, natura, luogo aperto ad altra vita. Tra i vari modi di abitare la casa dei ricordi da parte dei performer e di osservare, da parte del pubblico, è particolarmente originale la modalità caratterizzata da un posizionamento in bilico di gran parte dell’architettura domestica. Una parete diventa perno dell’intera struttura, che viene staccata da terra per tre quarti e quanto basta a mostrare il gruppo di famiglia in un interno, il suo mutare nel corso di una vita e le sue relazioni con un oggetto più di altri simbolo di amore, nascita e morte: il letto.

In Mami, gesti e movimenti dei performer comunicano dunque in assenza di parole. Il silenzio verbale permette l’esplorazione di altri linguaggi, tra i quali occupa un posto di rilievo il lessico della luce (Droussiotis) che contribuisce in misura determinante a dare ritmo al racconto poetico di Mami. Specialmente calda e dorata, simile alla luminosità delle albe e dei tramonti mediterranei ben noti a Banushi, e in costante dialogo con il buio, la luce restituisce le atmosfere sospese dei ricordi che rappresentano il principale spazio d’azione dei protagonisti. Ugualmente incisivo è il linguaggio sonoro e musicale (Vanger) che si fa portatore di sonorità rurali – frinire di cicale, abbaiare di cani, rintocchi di campane di piccole chiese – e musiche balcaniche, travolgenti, gioiose e malinconiche. Musiche e sonorità scrivono variazioni sul tema sonoro della parola mami, vale a dire di un suono pieno, semplice, breve come un soffio. Il suono di questa parola ha in sé inizio e fine, proprio come la vita; abbraccia la parola figlio e molto racchiude, per questo può non essere riducibile a una sola ‘mami’. Qui si tocca uno dei punti più interessanti del lavoro di Banushi. Lo spettacolo induce a interrogarsi non solo sulle donne che hanno messo al mondo un figlio ma anche su quante sono state madri senza partorire ma prendendosi cura maternamente di un bambino. Tra queste per Banushi c’è stata anche la seconda moglie del padre, protagonista dello struggente Goodbye, Lindita: spettacolo sulla morte e sul ricordare un’altra madre amata.

 

MAMI

ideazione e regia: Mario Banushi

con: Vasiliki Driva / Katerina Kristo, Dimitris Lagos / NontasDamopoulos, Eftychia Stefanou / Ilia Koukouzeli, Angeliki Stellatou, Fotis Stratigos, PanagiotaΥiagli

scenografia e costumi: Sotiris Melanos

musica originale e sound design: Jeph Vanger

progettazione luci e dramaturg associato: Stephanos Droussiotis

collaboratori artistici: Aimilios Arapoglou, ThanasisDeligiannis

assistente alla regia: Theodora Patiti

commissariato e prodotto da: Onassis Stegi [GR] / co-prodottoda: Berliner Festspiele [DE], Odéon–Théâtre de l’Europe [FR], Triennale Milano Teatro [IT], Espoo Theatre [FI], Festival d’Avignon [FR], Grec Festival Barcelona [ES], Théâtre de Liège[BE], Noorderzon Festival / Grand Theatre Groningen [NL]

durata: 70’

Prima italiana Triennale Milano 27-28 febbraio 2026

 

 

Le foto sono di Lorenza Daverio e di Andreas Simopoulos.

La citazione delle parole di Mario Banushi è tratta dal programma di sala Triennale Milano FOG – MAMI Mario Banushi.

Il tema affrontato da Banushi in Mami è oggetto, in tempi recenti, di molteplici esplorazioni nel teatro, nel cinema, nella letteratura, nell’arte. Mi limito qui a ricordare il film (e lo spettacolo teatrale) Misericordia di Emma Dante, Leone d’Oro alla carriera della Biennale Teatro 2026.

Su Misericordia: Raffaella Viccei, I corpi e i luoghi delle emozioni in Misericordia (2023) di Emma Dante, «Archivi delle Emozioni. Ricerche sulle componenti emotive nella letteratura, nell’arte, nella cultura materiale», 3(2), 2023, pp. 67-81. https://www.archivi-emozioni.it/index.php/rivista/article/view/134; https://doi.org/10.53235/2036-5624/104.

Su Emma Dante, da ultimo: Anna Barsotti, Le metamorfosi del teatro di Emma Dante, Cue Press, Imola 2025 (recensione: https://www.fatamorganaweb.it/le-metamorfosi-del-teatro-di-emma-dante-di-anna-barsotti/).