Si è da poco concluso TXT Festival. Il piacere del testo (2-5 ottobre), a cura di Pier Lorenzo Pisano, Direttore artistico junior Teatro di Napoli - Teatro Nazionale.
“TXT è il formato dei file di testo. È il più semplice, la cosa più simile a una tavoletta d’argilla dell’era digitale: solo le parole. TXT è il nome di questo festival perché la parola teatrale è magica, cioè creatrice. Ciò che si scrive prima o poi prenderà corpo, si materializzerà nel senso vero del termine. I segni che tracciamo, che siano dialoghi, una sequenza di azioni per una performance o i confini di uno spazio, sono matrici. Questo è il filo che lega gli spettacoli che vedrete: la matrice, intesa come rapporto con il passato, ma anche con le nostre radici biologiche, i genitori, e soprattutto con le parole stesse, quei simboli capaci di generare mondi resistentissimi, che sopravvivono a chi li ha scritti, e che continuano ad incarnarsi e a prendere forme diverse nel loro attrito con la realtà. Se il teatro europeo è nato dalle parole scritte ad Atene, Oedipus Rex, della regista greca Sophia Antoniou, le concentra in un’unica voce e in un unico corpo d’attore. […]” (Pier Lorenzo Pisano; qui per il resto della presentazione del Festival)
Oedipus Rex, in scena al Teatro Mercadante (4 ottobre), con drammaturgia, adattamento e regia di Sofia Antoniou, è un assolo affidato all’attore Haris Charalambous-Kazepis, interprete di Edipo: “un narratore errante, un musicista viaggiatore smarrito nel vortice della città contemporanea, alla ricerca della propria verità” (https://www.teatrodinapoli.it/evento/oedipus-rex/). Per questo ruolo Charalambous-Kazepis ha ricevuto il prestigioso premio Karolos Koun (2024-25) come Best Actor in a Greek Play.
Sofia Antoniou ha scritto della sua visione di Edipo per i lettori di Visioni del tragico Webzine. A lei va il nostro ringraziamento.
Di seguito la versione inglese e quella italiana del suo intervento.

Oedipus Rex — On the Courage to Know Who We Are
What makes me who I am? My name? My family? Where I come from? My memories?
My actions, my thoughts, my feelings? The people I love? What others see when they
look at me?
And what happens when I discover that everything I thought I knew about myself is
different from the truth?
Perhaps these questions lie at the heart of Sophocles’ Oedipus Rex.
Oedipus is a man who needsto know. He searches relentlessly for the truth, convinced
that knowledge can restore order to his city and to his own life. He has escaped the
fate he believes awaits him, leaving behind the people he thinks are his parents. He
has become king of Thebes, a husband, a father, a respected ruler. He has built an
entire identity around the belief that he knows who he is.
Then the past returns. A murder must be solved. A forgotten story must be recovered.
One question leads to another, until the search for the murderer becomes a search
for the self. The man Oedipus is looking for is the man he has been all along.
His journey becomes a journey towards his memory, his body, his origins, his guilt and
finally the truth of his identity. The deeper he goes, the more dangerous knowledge
becomes.

The Chorus is there, watching, responding, fearing, hoping, trying to understand. It is
the voice of the city, the community surrounding Oedipus while his world falls apart.
This also opens a political dimension that feels deeply contemporary to me. What do
we do when we encounter a human being on the street, a homeless person, someone
whose life seems to have collapsed? Do we ever stop to wonder who that person was
a few years ago? Did they love someone? Were they loved? What were they like as a
child? What happened between then and now?
The tragedy asks us to look at the person behind the condition we see. To remember
that a ruined life once contained dreams, relationships, tenderness, ambition and
love.
These questions were at the centre of my approach to the play.
I was deeply drawn to the extraordinary musicality of Sophocles’ language. Its rhythm
carries thought, emotion and action; the words have a physical pulse.
The performance draws inspiration from the ancient rhapsodes: performers who
travelled among people, playing music and telling stories through rhythm, voice and
gesture. Before theatre became the complex form we know today, there was this
primary act: one human being standing before others and telling a story. The
performer, the voice, the rhythm and the collective imagination met in the same
space. Something extremely old still seems to operate here, something that continues
to speak to the collective unconscious.

The relationship between performer and audience is central to the performance. The
audience sits in a spiral formation, with distance between the spectators, becoming
part of the action. The actor moves among them. There is no distant, comfortable
position from which to watch. Each spectator can see the others and is also seen by
them.
The experience becomes immediate, almost ritualistic. As the actor moves through
the audience, the boundaries between performer and spectator begin to shift. The
audience can become Oedipus, Jocasta, the shepherd who brings the news, the
witnesses to the revelation.
This was a risk, and we are very happy that we succeeded in making it work. We
wanted the audience to receive the intensity, intimacy and exposure that we were
creating on stage.
At the centre of this process is the actor.
Performing Oedipus Rex in this form is an athletic achievement, physically and
psychologically. The actor needs the endurance of an athlete: concentration, strength,
precision, breath, rhythm, stamina and the ability to remain completely exposed. One
body carries many voices, memories, characters and states of consciousness. The
performer moves between narration and incarnation, between telling the story and
experiencing it.
There is also an element of self-sacrifice. The actor gives something of themselves to
the stage every night. The body becomes the place where the text is tested, where the
myth is broken open and reconstructed, where Oedipus’ journey becomes present.
Oedipus Rex is an independent production by Masterskaya. Within a challenging
system, we fight for the theatre we love: a theatre that is truthful, full of momentum,
courage and sensitivity, with deep love for these texts and for the possibilities they
still hold.
Our work stands with one foot in the past, one in the present and one in the future.
We approach ancient texts with love for their origins, allowing them to encounter the
questions, bodies and anxieties of our own time.
Oedipus continues to speak to us because his question remains ours.
Who am I?
And do I have the courage to know?

Edipo re — Sul coraggio di sapere chi siamo
Che cosa fa di me ciò che sono? Il mio nome? La mia famiglia? Il luogo da cui provengo? I miei ricordi?
Le mie azioni, i miei pensieri, i miei sentimenti? Le persone che amo? Ciò che gli altri vedono quando mi guardano?
E che cosa accade quando scopro che tutto ciò che pensavo di sapere su me stesso è diverso dalla verità?
Forse sono queste le domande che stanno al cuore dell’Edipo re di Sofocle.
Edipo è un uomo che ha bisogno di sapere. Cerca incessantemente la verità, convinto che la conoscenza possa ristabilire l’ordine nella sua città e nella sua stessa vita. È sfuggito al destino che credeva lo attendesse, lasciandosi alle spalle coloro che ritiene essere i suoi genitori. È diventato re di Tebe, marito, padre, un sovrano rispettato. Ha costruito la propria intera identità sulla convinzione di sapere chi è.
Poi il passato ritorna. Un omicidio deve essere risolto. Una storia dimenticata deve essere riportata alla luce. Una domanda conduce a un’altra, finché la ricerca dell’assassino diventa una ricerca di sé. L’uomo che Edipo sta cercando è l’uomo che Edipo è sempre stato.
Il suo viaggio diventa un viaggio verso la propria memoria, il proprio corpo, le proprie origini, la propria colpa e, infine, verso la verità della propria identità. Più procede in profondità, più la conoscenza diventa pericolosa.
Il Coro è lì: osserva, reagisce, teme, spera, cerca di comprendere. È la voce della città, della comunità che circonda Edipo mentre il suo mondo va in frantumi.
Qui si apre anche una dimensione politica che sento profondamente contemporanea. Che cosa facciamo quando incontriamo per strada un essere umano, una persona senza dimora, qualcuno la cui vita sembra essere andata in pezzi? Ci fermiamo mai a chiederci chi fosse quella persona qualche anno fa? Amava qualcuno? Era amata? Com’era da bambina? Che cosa è accaduto tra allora e adesso?
La tragedia ci chiede di guardare la persona che sta dietro alla condizione che vediamo. Di ricordare che una vita distrutta un tempo racchiudeva sogni, relazioni, tenerezza, ambizioni e amore.

Queste domande sono state al centro del mio approccio al dramma.
Sono stata profondamente attratta dalla straordinaria musicalità della lingua di Sofocle. Il suo ritmo porta con sé pensiero, emozione e azione; le parole hanno una pulsazione fisica.
Lo spettacolo trae ispirazione dagli antichi rapsodi: interpreti che viaggiavano tra la gente, suonando e raccontando storie attraverso il ritmo, la voce e il gesto. Prima che il teatro diventasse la forma complessa che conosciamo oggi, c’era questo atto primario: un essere umano che stava davanti ad altri esseri umani e raccontava una storia. L’interprete, la voce, il ritmo e l’immaginazione collettiva si incontravano nello stesso spazio. Qui sembra agire ancora qualcosa di antichissimo, qualcosa che continua a parlare all’inconscio collettivo.
Il rapporto tra interprete e pubblico è centrale nello spettacolo. Il pubblico siede disposto a spirale, con una certa distanza tra uno spettatore e l’altro, e diventa parte dell’azione. L’attore si muove tra loro. Non esiste una posizione distante e confortevole dalla quale osservare. Ogni spettatore può vedere gli altri ed è, a sua volta, visto da loro.
L’esperienza diventa immediata, quasi rituale. Mentre l’attore si muove in mezzo al pubblico, i confini tra interprete e spettatore cominciano a spostarsi. Il pubblico può diventare Edipo, Giocasta, il pastore che porta la notizia, i testimoni della rivelazione.
È stato un rischio, e siamo molto felici di essere riusciti a farlo funzionare. Volevamo che il pubblico percepisse l’intensità, l’intimità e l’esposizione che stavamo creando sulla scena.
Al centro di questo processo c’è l’attore.
Interpretare Edipo re in questa forma è un’impresa atletica, sul piano fisico e psicologico. L’attore ha bisogno della resistenza di un atleta: concentrazione, forza, precisione, respiro, ritmo, tenuta e capacità di rimanere completamente esposto. Un solo corpo porta con sé molte voci, memorie, personaggi e stati di coscienza. L’interprete si muove tra narrazione e incarnazione, tra il raccontare la storia e il viverla.
C’è anche un elemento di sacrificio di sé. Ogni sera l’attore dona alla scena qualcosa di sé. Il corpo diventa il luogo in cui il testo viene messo alla prova, in cui il mito viene aperto e ricostruito, in cui il viaggio di Edipo diventa presente.
Edipo re è una produzione indipendente di Masterskaya. All’interno di un sistema difficile, lottiamo per il teatro che amiamo: un teatro autentico, pieno di slancio, coraggio e sensibilità, animato da un amore profondo per questi testi e per le possibilità che ancora racchiudono.
Il nostro lavoro ha un piede nel passato, uno nel presente e uno nel futuro. Ci accostiamo ai testi antichi con amore per le loro origini, lasciando che incontrino le domande, i corpi e le inquietudini del nostro tempo.
Edipo continua a parlarci perché la sua domanda rimane la nostra.
Chi sono?
E ho il coraggio di saperlo?

OEDIPUS REX
Drammaturgia, adattamento e regia Sophia Antoniou
Traduzione K. H. Myris
Con Haris Charalambous-Kazepis
Scenografia e costumi Marilena Kalaitzantonaki
Musica Ecati
Sound design e mix Fotis Papatheodorou
Luci Alexandros Mavridis
Direzione di produzione Marilena Kalaitzantonaki
Foto / trailer Elisavet Kynigopoulou & Stratos Kourlis
Produzione Masterskaya AMKE
Spettacolo per un numero limitato di spettatori. In greco con sovratitoli in italiano e inglese
Le foto sono di @Ivan Nocera
