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La rivoluzione e la sovversione, talvolta, consiste in gesti immediati e simbolici, specialmente se a compierli sono le donne, alle quali storicamente è stata negata la possibilità di agire diversamente. Rivoluzionario è il gesto di Antigone come quello della signorina Else, la protagonista della omonima novella di Arthur Schnitzler, che nel 1924 offrì al pubblico viennese una storia narrativamente semplice, ma dirompente per lo scandalo che rappresentava.

 

Al culmine della novella si pone infatti il gesto estremo di Else, diciannovenne bellissima, che fa il suo ingresso nel salone di un lussuoso Grand Hotel dove è in vacanza, indossando un elegante cappotto nero che improvvisamente  lascia cadere, rimanendo completamente nuda davanti allo sguardo degli ospiti. In sottofondo, al pianoforte, risuona il Carnaval di Schumann; pochi istanti dopo, la giovane sviene.

Per i convitati dell’hotel, così come per i lettori dell’epoca, l’accaduto rappresenta un vero choc.  Nella novella, solo un anziano signore, von Dorsday, un facoltoso mercante d’arte, comprende il senso di quella scandalosa esibizione: Else ha a suo modo soddisfatto una sua umiliante proposta. Se Else  si fosse fatta vedere da lui nuda per quindici minuti, von Dorsday avrebbe pagato i pesanti debiti di gioco del padre di lei. La ragazza, dilaniata dal dilemma se aiutare il padre, che probabilmente si sarebbe suicidato non potendo pagare l’ingente somma, o vendere lo spettacolo del proprio corpo, trasforma l’umiliazione privata in un atto pubblico e sovversivo. Invece di esporre e usare la propria nudità in uno spazio segreto, riservarla al suo sfacciato ammiratore, sfruttandone il desiderio,  invece di cedere al ricatto, Else si offre volontariamente e inaspettatamente nuda agli occhi della società alto-borghese riunita nel salone dell’Hotel per ascoltare musica. Così Else rifiuta di vendersi, di trarre vantaggio dal godimento estetico altrui e riesce a generare, con la sua stessa bellezza, orrore, imbarazzo, disorientamento.

Si tratta, è evidente, di una delle rappresentazioni più efficaci, nella storia letteraria, dei sintomi e degli effetti di quell’emozione, la vergogna, che consiste sempre nel sentirsi esposti ad uno sguardo, di altri o anche di se stessi, nel sentirsi scrutati, giudicati e condannati da un tribunale invisibile. Un tribunale che, nello spettacolo ora in scena al teatro Out Off di Milano, è simboleggiato da grandi occhi, sospesi su gambi sottili, come fiori mostruosi, sul palcoscenico e in platea, puntati sulla protagonista.

Le scene, i costumi (Emanuela Dall’Aglio) e le luci (Javier Delle Monache) di questa messa in scena sono dominati dal colore della vergogna, che si manifesta spesso con l’arrossire. Rosso è il vestito che fascia la figura di Else (la brava Cecilia Cinardi), una figura che emerge da uno sfondo nero, metafora delle oscure profondità dell’inconscio e degli abissi  della coscienza. Rossa è l’atmosfera che circonda Else nella parte visibile del palcoscenico, rosso vivo il rossetto con cui, prima di irrompere nel salone, si sfregia le labbra disegnando un ghigno, diventando un clown impaurente e orrendo.  Così la vicenda di Else diventa anche metafora per il teatro: chi guarda assimila la vergogna del personaggio e d’altro canto, con il suo tribunale dello sguardo, la provoca. Else è giudicata dalla mentalità borghese di cui è figlia, ma anche da chi la guarda in teatro, occultando con il moralismo o con un’ipocrita pietà il desiderio erotico di vederla nuda.  

Eppure la novella di Schnitzler non nasce per essere messa in scena, sebbene l’autore vi lavorò a lungo per adattarla al teatro. Signorina Else, infatti, è un potente monologo interiore. La novella diventa un sismografo dei pensieri, delle angosce, dei dubbi, delle oscillazioni emotive di Else, offrendo al lettore  la ricostruzione di un dramma personale ed insieme un vero e proprio striptease della sua psiche. Il monologo registra il venire alla luce faticoso della consapevolezza di quali  strutture di potere invisibili governano l'esistenza di Else: la famiglia, che ruota attorno ad una figura paterna incapace e corrotta, la società perbenista, il denaro, per il quale persino la madre della ragazza la spinge a prostituirsi. La forma del monologo permette al testo di mostrare e nascondere nello stesso tempo: la nudità è evocata, ma non descritta; l’immaginazione è stimolata, ma lo sguardo voyeuristico viene osteggiato. Quando il linguaggio non basta più, Schnitzler inserisce nel testo la musica, trascrivendo tre brani del Carnaval di Schumann proprio nel punto in cui la rappresentazione rischierebbe di diventare scoperta o complice. La scena finale coincide così con un duplice silenzio: Else perde conoscenza e la parola dello scrittore si tacita, lasciando spazio a un silenzio sospeso che parla più di qualunque descrizione. E anche in questa messinscena al teatro Out Off la musica, che dà il ritmo all’altalena emotiva della protagonista, è determinante.

Per comprendere appieno Signorina Else bisogna conoscere l’autore, il luogo e il tempo: opportunamente perciò il teatro Out Off offre un ricco programma di concerti, letture e incontri che ogni sera precede lo spettacolo. La scelta di collocare una scena di nudità in un contesto come quello di un Grand Hotel intorno al 1900 non è infatti casuale. La Vienna di fine secolo viveva una trasformazione profonda nella percezione del corpo: la moda femminile si liberava del corsetto, le ballerine espressioniste rompevano i confini della danza tradizionale, il movimento a corpo libero si diffondeva nelle classi colte, e la fotografia e il cinema ridefinivano il concetto di immagine. Eppure, il nudo femminile restava, nella vita sociale, uno scandalo. Le figure iconiche della modernità — Salomé, Carmen, Lulù — potevano incarnarlo nell’arte, ma Else non appartiene a quel mondo estetizzato: è una giovane borghese, in un luogo borghese, davanti a un pubblico borghese. La sua nudità è un gesto improprio, una violazione radicale del comune senso del pudore. E per questo produce un trauma collettivo molto più profondo di qualunque spettacolo di nudo che, negli anni Venti, aveva già trovato spazio sui palcoscenici grazie a figure come Olga Desmond o Josephine Baker.

Else si spoglia una volta sola nella novella. Ma la sua immagine nuda — in bilico tra scandalo, fragilità e rivolta — continua a prendere corpo nella fantasia di tutti i lettori e di tutti gli spettatori e a riflettersi all’infinito in innumerevoli situazioni. Con Signorina Else, Schnitzler ha saputo raccontare, con delicatezza e intensità insieme, la cesura profonda segnata dal momento in cui il corpo femminile, fino ad allora oggetto passivo di rappresentazione, si fa linguaggio, protesta e verità.

Quando la novella fu pubblicata, la critica accolse Fräulein Else con entusiasmo, lodando la capacità di Schnitzler di catturare “il pensare, il sentire e il parlare esattamente nell’istante in cui accadono”, immergendo il lettore nella coscienza della protagonista senza filtri né mediazioni – come scrive un importante recensore del tempo. Per decenni, tuttavia, l’interpretazione accademica è stata dominata da una lettura psicoanalitica che ha patologizzato Else, presentandola come un caso di isteria.

Oggi queste prospettive sono state in larga parte superate: la critica contemporanea vede nel gesto finale della giovane non il sintomo clinico di una mente instabile, ma un atto di resistenza. Else non si limita a obbedire; prende il controllo di ciò che le è stato imposto e lo ribalta, mostrando come lo scandalo sia, in realtà, inscritto nelle dinamiche sociali ed economiche che cercano di usare una giovane donna come merce di scambio.

Proprio questa complessità ha reso la novella straordinariamente fertile per il mondo degli adattamenti. Sin dagli anni Venti, Fräulein Else ha ispirato film, drammi  radiofonici, opere teatrali, performance sperimentali, progetti digitali e fumetti. La prima trasposizione cinematografica, diretta da Paul Czinner (1929) aveva come protagonista Elisabeth Bergner, anche se Schnitzler non condivise appieno l’interpretazione dell’attrice. Nel dopoguerra, numerosi adattamenti radiofonici esplorarono la musicalità del monologo interiore. Nel 1987, Hans-Jürgen Syberberg trasformò la novella in un’esperienza radicale, filmando l’attrice Edith Clever che legge il testo come se fosse una partitura emotiva. Il fumetto di Manuele Fior (2009) reimmaginò invece Else secondo la sensibilità visiva dell’arte viennese tra Klimt e Schiele. Nel 2013, un film di Anna Martinetz ha ambientato la vicenda nel mondo della finanza globale e del post-colonialismo, mettendo in luce quanto le logiche di potere economico evocate da Schnitzler siano ancora attuali.

E così in questo adattamento con la drammaturgia e regia di Federico Olivetti, la vicenda di Else non risente del secolo trascorso dal momento della sua pubblicazione e nemmeno del radicale cambio di contesto culturale. La crisi di Else potrebbe essere la crisi di qualsiasi giovane donna che rifiuta di mercificare il proprio corpo, sovvertendo lo spirito esibizionistico in spirito di sacrificio, denunciando la società del consumo e del dissipamento. Else era una scandalosa eccezione nella Vienna fin de siécle ed è un’eccezione anche oggi, nell’epoca dei selfie esasperati e del surplus di corpi esposti. Else rifiuta di usare la propria bellezza, anche se per uno scopo affettivamente giustificabile, ossia per salvare il padre e la famiglia. Invece di soccombere alla vergogna, la usa come arma ed obbliga a vergognarsi chi la ricattava e la voleva costringere a rinunciare alla propria dignità. Else diventa eroica, allora, proprio perché non si adatta a tutto ciò che vogliono imporle.

E di nuovo, dopo tanto tempo, capisco perché quella figura, la sua voglia di vivere nell’aria frizzante come champagne della montagna estiva, il suo coraggio e il suo saper dire ‘no’, tanto mi innamorarono negli anni Ottanta, durante gli indimenticabili seminari di Letteratura tedesca di Giuseppe Farese, lo studioso che allora ha riscoperto Arthur Schnitzler dopo tanto silenzio, e ci raccontava di quel mondo e di tutto ciò che quel mondo aveva da dire al nostro. Il mondo di ieri, purtroppo così contemporaneo.

Perché Else non è solo una donna sull’orlo di un abisso di follia per una tragedia individuale: può essere anche intesa come metafora di una crisi sociale, della distrazione di massa da catastrofi imminenti, dell’inseguire sogni fatui di bellezza mentre il mondo si prepara ad andare in pezzi. Nella Vienna di Schnitzler e di Freud, ambedue medici interessati a sondare i labirinti della psiche, si aggirava anche un giovane con ambizioni artistiche che si chiamava Adolf Hitler. E oggi? Come faremo a dominare i mostri che nascono da una moltiplicazione abnorme dell’esposizione mediatica ma anche dalla diffusione capillare del controllo dei nostri dati, in un mondo in cui ormai abbiamo condizionato la nostra stessa esistenza alla necessità di farci guardare e di guardare?

 

Bibliografia:

Giuseppe Farese (a cura di), Arthur Schnitzler, Opere, Mondadori (I Meridiani, I ed. 1988)

Tacke, A. (2017). Schnitzlers "Fräulein Else" und die nackte Wahrheit: Novelle, Verfilmungen und Bearbeitungen. Böhlau Verlag. https://doi.org/10.7788/9783412218799

Archivi delle emozioni, I, 1 (2020), La vergogna e le sue maschere

 

LA SIGNORINA ELSE

di Arthur Schnitzler
drammaturgia e regia Federico Olivetti
coreografia Michela Lucenti
con Cecilia Cinardi
scene e costumi Emanuela Dall’Aglio
disegno luci Javier Delle Monache
Nuovo allestimento 2025

Produzione Teatro Out Off e Teatro dei naufraghi