'Filottete': università, lacerazione dell'individuo, emarginazione

Di: Paolo Puppa

Si pubblica qui come primo testo della rubrica 'Drammaturgie' una riscrittura di Paolo Puppa del tema di Filottete, apparsa per la prima volta nei 'Quaderni Veneti' del 2.1.2013.

Filottete, nel mito,  viene abbandonato su un'isola deserta dall'esercito greco che naviga verso Troia, perché disturba la comunità con le sue grida di dolore. Filottete è affetto da una ferita inguaribile, che lo rende diverso dagli altri e inservibile come soldato. Al decimo anno di guerra, però, quando i Greci non hanno ancora conquistato Troia, un oracolo predice loro che la città cadrà solo quando Filottete e il suo arco verranno riportati sotto le mura della città assediata.

Così l'eroe inutile, anzi dannoso, si rivela indispensabile e unica ancora di salvezza per l'esercito che lo ha lasciato solo, condannato a vivere allo stato brado, per nove lunghi anni: Filottete, infatti, non porta con sé solo una ferita insanabile, ma anche uno strumento miracoloso, divino: ossia un arco, che gli ha permesso di cacciare gli animali e dunque sopravvivere nella sua assoluta solitudine; con quello stesso arco, e solo con quell'arco, la guerra può esser vinta.

Filottete rappresenta il 'buco nel sistema', come lo definì Heiner Müller, autore di una pièce che in questo blog abbiamo già ricordato.  Se nel 'Filottete' di Müller il 'sistema' è , metaforicamente, uno stato dittatoriale, il socialismo reale, nel quale non erano dati margini di libertà all'espressione individuale, nel monologo di Paolo Puppa il sistema è quello dell'Università italiana.

Sebbene ambientato negli anni '80 del secolo scorso, il testo propone una questione ancora attualissima: racconta cioè l'emarginazione di uno studioso dall'ambiente accademico, le ragioni meschine che animano le lotte di potere universitario per attribuire i posti  nell'università, i biechi interessi personali o le invidie che decidono la carriera fulminante di alcuni e l'isolamento sempiterno di altri, spesso i migliori per produzione scientifica, entusiasmo, capacità. Questo breve apologo morale racconta anche perché il fallimento nella carriera universitaria, deciso da altri, possa davvero rovinare la vita di chi viene escluso dal sistema, eppure non smette di credere negli studi e nel progresso della conoscenza.

Negli anni, la cronaca giudiziaria ha registrato vari casi di malcostume e di abusi da parte dei cosiddetti 'baroni'; la 'fuga dei cervelli' dell'ultimo decennio testimonia anche le falle di un sistema che non funziona su base meritocratica, e comunque sta a significare un deleterio provincialismo, perché l'Italia lascia ad altri Paesi la formazione e la selezione dei migliori, come se la nostrana accademia ne fosse incapace. Molte vite sono state spezzate da questo sistema; e non pochi hanno dovuto reinventarsi, rinunciare ad anni di lavoro duro e qualificato per intraprendere un altro mestiere.

Queste situazioni di degrado sono state variamente denunciate, non solo da chi osserva il sistema accademico e universitario dall'esterno, qualche volta comprendendolo poco,  ma anche da chi ci lavora (ad esempio di chiarezza vorrei citare l'articolo di Walter Lapini sul 'Corriere della Sera' dell' 11 giugno 2019). Intanto, la macchina accademica si è ulteriormente complicata, al punto che un professore impiega mediamente più tempo con la burocrazia e con organi collegiali che con la ricerca e l'insegnamento: e tuttavia tale mole incredibile di lavoro non serve, perché tanto impegno non porta ad alcun riconoscimento, ma a ulteriore frustrazione. Da una parte, non si ha più il tempo materiale per fare quello che si vorrebbe fare e per cui si è pagati; e d'altro canto i processi burocratici sono solo subiti, è impossibile partecipare alla loro elaborazione, impossibile determinarne l'efficacia e persino gli scopi. I paragoni con gli universi kafliani sono sin troppo banali. Tutto è diventato più complicato, per chi lavora nell'Università, per chi ci studia: l'istituzione diventa ogni anno di più lontana dalle persone, dai loro bisogni, dai loro desideri. Diventa soprattutto sempre più lontana dal suo scopo: suscitare amore disinteressato per la conoscenza pura, contribuire alla formazione permanente dell'essere umano che vive in società, guidare e indirizzare le competenze tecniche, e non lasciarsi guidare da esse.  

Coloro che non sono 'strutturati',  dagli assegnisti di ricerca ai ricercatori a tempo determinato, sempre più spesso sono perciò costretti a lasciare la vita accademica, nella quale non trovano alcuna prospettiva di sopravvivenza; chi ha un posto di lavoro 'fisso', d'altro canto, vive nel malessere di non poter fare il proprio mestiere, sottoposto a ricatti di varia natura, tra cui una valutazione selvaggia e scriteriata,  dovendo spesso sacrificare i propri affetti,  spesso sull'orlo della depressione e spesso obbligato ad un esilio, anche solo metaforico, dal luogo fisico dell'Università. 

 La svolta neoliberale nell'istruzione superiore, non solo in Italia, ha insomma richiamato drammaticamente l'attenzione sulle lacerazioni della soggettività di chi lavora nell'accademia, in primo luogo i precari e le schiere di coloro che insegnano a contratto, dunque tengono in piedi i corsi universitari senza avere una collocazione lavorativa, con una retribuzione che non serve nemmeno a coprire le spese vive per recarsi nelle sedi universitarie, figuriamoci a vivere. Pagine assai significative su questo argomento sono state scritte da Francesca Coin, e vi rinviamo con la bibliografia ivi elencata.

Per quel che interessa nello specifico questo blog,  vorremmo riflettere sul mito di Filottete, su quel che racconta e può raccontare al nostro presente: il mito racconta non tanto la sconfitta dell'individuo, non tanto la sua nullificazione e riduzione a grado zero dell'esistenza,  quanto la capacità di resistenza del singolo offeso da una ferita inguaribile. Il monologo di Puppa, che andrebbe comparativamente analizzato con altre narrazioni 'accademiche',  racconta di un individuo che sa affermare la propria dignità e non rinuncia ai propri sogni, anche se deve esiliarsi dall'Università, ossia dall'istituzione in cui quei sogni avrebbe potuto realizzare.

Ma l'Università funziona oggi più che mai attraverso i meccanismi dello sfruttamento capitalistico, impone condizioni materiali umilianti a quella che è un'esigenza emotiva dell'animo umano, ossia studiare,conoscere, amare quel che si studia; l'Università è un' istituzione paradossale, che riproduce gerarchie di potere politico o amministrativo, ignorando la sua missione che è la diffusione e la produzione di conoscenza; è un'istituzione nella quale operano  crudeli meccanismi di relazioni interpersonali, lì dove invece dovrebbe valere cooperazione, sinergia, intesa. Un sistema, quello universitario, sempre più asservito a criteri economicistici e privati, per i quali l'oggetto della ricerca (ma anche della didattica) deve essere condizionato dalla produttività economica e da limitati obiettivi, spesso solo territoriali, mai scissi dal guadagno e dall'utile che se ne ottiene.

Forse la svolta imposta dalla pandemia per lo meno alle tecniche dell'insegnamento superiore, su cui qui abbiamo precocemente messo in guardia con un intervento di Guido Avezzù, avrà almeno come risultato la necessità di ripensare l'Università  (qualche idea si ha in questo intervento di Elenio Cicchini ).

Filottete, allora, nel suo rifiuto e nel suo isolamento, diventa archetipo non tanto della vittima del sistema, ma al contrario della rivolta ad esso: allontanarsi dal sistema può essere infatti una maniera di metterlo in discussione.  «Che cos’è un uomo in rivolta?», chiede Albert Camus nel libro celebre del 1956. «Un uomo che dice di no»«Cosa intende per “no”? Vuol dire, ad esempio, che “questo stato di cose si è protratto troppo a lungo”, “fino a qui sì, al di là di questo punto no”, “stai andando troppo oltre” o, ancora, “c’è un limite oltre il quale non devi andare”.»

In altre parole, il diniego dell'uomo in rivolta afferma l’esistenza di una linea di confine che non può essere valicata, afferma il valore incalcolabile della dignità e della sopravvivenza morale anche rispetto ad una collocazione accademica e a un ruolo universitario che vengono negati da un sistema ingiusto, se non corrotto. (Sotera Fornaro) 

Qua, sono qua. Attento alla testa. Devi abbassarla un po’. Ecco, bravo, così. Come? Certo che vivo qua. Scusa piuttosto se posso offrirti un caffè, solo un caffè. Ma qua dentro, c’è poca roba. Non ho più soldi ormai. Comunque, non me ne frega niente. Non c’è niente da vergognarsi a star qua, caro mio. Senti il profumo dell’aria, a quest’altezza? Non guardi il panorama? Quello là è il Civetta, lo sai vero? La sera, uno spettacolo, e l’alba, l’alba poi! Non hai idea. Non ci sono parole. Tu non puoi capire, ovvio. La sera, voi fate tardi colle chiacchiere, e magari fumate tanto (anch’io una volta), già, e la mattina alzarsi diventa difficile. Dimmi se qua tutto non ha un buon odore. Non c’è puzza da queste parti. Non c’è la puzza che c’è da voi, la puzza di Padova. Quanto zucchero? Dovrei, dovrei vergognarmi per caso, a star qua? Meglio star qua, a insegnare ai ragazzini l’italiano che fare quel che fa la banda da voi, sissignore! Tu, non ti puoi certo ricordare, ma io ti ho visto che eri un fantolino, colla moccia al naso. Tuo padre Achille ti ha portato ad un congresso e ti teneva sulle spalle. Com’eri buffo! Ah, sei dottorando, adesso? Come tuo padre. La stessa partenza. Si ricomincia, insomma. Una ruota. E mi hai scovato. Lo so benissimo perché sei qua, e chi ti ci ha mandato. Sì caro mio, quelli là sono una banda, o una mafia se vuoi. Anche se poi uccidono lo stesso, in fondo. A me, mi hanno ucciso la vita quelli là. Me l’hanno rovinata. E non sono più esistito, dopo. Come morto. Io sto qua come morto. Non so come hai fatto a scovarmi. Credevo di poter star tranquillo e invece eccoti qua. Sai, ragazzo, quello che non potrò mai perdonare alla tua banda, sì devo dirtelo, è questo: per anni, per lunghissimi anni io non ho fatto altro che pensare a lui, a Ulisse, con odio e nostalgia. Ogni mattina, il mio primo pensiero era lui, ogni notte, la prima immagine era la sua faccia. All’inizio, era solo paura, sbigottimento, orrore. Poi, a poco a poco, ogni tanto me lo rivedevo nel periodo che eravamo amici, come fratelli, io e lui alla pari, e non c’erano ancora gli altri. Perché in un’epoca tanto lontana, io e lui eravamo amici. Anzi, per qualche mese, lui mi è stato pure sotto, nel senso del potere, voglio dire. Io in effetti ho avuto l’incarico all’Istituto di italianistica prima di lui, sì prima. Risentivo la sua voce, ogni tanto, la voce di quella volta quando m’aveva chiamato per congratularsi con me. Come cambiano le cose della vita! Abitavo a Mestre, allora. La sua solita voce cantilenante, seducente, la conosci no? Ma una voce in quell’occasione anche turbata. E io non ne ho approfittato. Anzi, ho cercato di aiutarlo a raggiungermi nel mio grado. Mi pareva di tradirlo a stargli sopra, nella gerarchia. «Vedrai, vedrai che ce la faremo presto a farti avere un incarico, anche a te, anche a te, Ulisse. Tranquillo. Anche a te». Questo gli ho detto, al telefono, per rassicurarlo. Bravo scemo, no? Non è buono qua il caffè? Meglio certo che a Padova. Ti dicevo che stavo mangiando la cotoletta milanese, da sempre la mia passione. Ricordo tutto come fosse ieri. Mia moglie mi fa: «C’è Ulisse al telefono», lo chiamavamo per nome io e lei in quell’epoca.

Sono corso verso la cornetta, con una ridicola euforia. Masticavo la cotoletta, e intanto osservavo i multipli di Mondrian e di Klee alle pareti. Il fatto è che lui aveva bisogno di me. Voleva assicurarsi il mio appoggio, gli ero davvero indispensabile se voleva salire di grado. E intanto pensavo che avrei avuto presto quadri autentici, originali. Tanto la mia carriera era partita al galoppo. Sbocciata come una primavera. Non mi sarei più fermato. Me lo dicevano tutti. Specie lui. A 28 anni, ero ricercatore con incarico, ed ero il coccolo del preside di facoltà. Al telefono, la sera dopo, lui mi fa: «Quello mi incula, quello mi incula». Sapeva di essere odiato e disprezzato per la sua pigrizia intellettuale, per la sua ignoranza, per la sua non conoscenza dell’inglese! Faceva la vittima e io lo consolavo, lo rassicuravo. «Smettila di fare il pusillanime», e quello là invece ripeteva che per lui non c’era più spazio là dentro, in Istituto, che il preside non lo avrebbe mai aiutato. «Mi incula, mi incula», con una voce, ma con una voce, se solo l’avessi sentito quella sera! Ecco, vedi, se penso a quel momento là, mi viene da perdonarlo quasi. Mah! Io comunque ho difeso la sua causa col preside, per fargli avere anche a lui il benedetto incarico, perché si sdoppiasse il posto. «Bisogna moltiplicarsi, bisogna fare gruppo per la disciplina», continuavo a ripetere a tutti nell’Istituto (non c’erano ancora i vostri dipartimenti a quel tempo). Ma io intendevo così la solidarietà e l’amicizia. Mi ero impegnato in quel senso e dunque non potevo agire diversamente. Invece, il preside una mattina è morto durante un consiglio di facoltà e tutto è cambiato. È arrivato un altro ordinario, che ha legato subito con lui, non con me.

Sono rimasto così senza protettore, senza aiuti di nessun genere. Per cominciare, mi hanno tolto subito l’incarico. Ma tu queste cose, tu le sai anche troppo bene, solo che le conosci nella versione di Ulisse, non secondo la verità. Guardi questi quaderni? Sono dei bambini di qua, del paese. Li aiuto, faccio del volontariato, tutto gratis. Non prendo una lira. Tiro avanti coi soldi della liquidazione e colla piccola pensione. La pensione è poca roba, ma per la vita che faccio, basta e avanza. Diglielo, diglielo che non prendo una lira. Per lui, sarebbe una follia vero? Lavorare e non essere pagati! Ma lo senti l’odore della montagna, qua, vero? Il legno dei boschi? Ho scelto il legno dei boschi e ho lasciato perdere tutto il resto. Mi sono messo in malattia, nei primi tempi che stavo qua.

Poi, non è stato possibile continuare coi certificati. Faccio del volontariato, adesso. Vivo di aria. Prima è stata dura, tanto dura. Lui andava a dire in giro che la mia produzione era in fondo tutta di seconda mano, e che ero prolisso, ripetitivo. Che avevo scritto sempre lo stesso libro. Che i miei erano paroloni senza metodo. Non c’era rigore nei miei libri. Perché non ero né un filologo, né uno storico, e non facevo parte di nessuna scuola. Che ero un solitario, un lupo insomma. Che non ero affidabile. E, ah sì, che la testa non c’era più. «Sciopà», per dirla in dialetto. Certo, insinuava queste belle cosette un po’ a rate, non tutte in una volta, no. Ma a poco a poco è riuscito a conquistare tutti al suo giudizio su di me. Potevo rivoltarmi, reagire con violenza, non c’era niente da fare. Ad un certo punto, lo credevano tutti e così anch’io ho finito di crederci. Insomma, ho smesso davvero e gliel’ho data vinta. È difficile resistere dove tutti la pensano allo stesso modo. Buffo, no? In effetti, non sono riuscito più a scrivere una riga. Davvero. Pubblicare ancora mi dava nausea. Quando lui ha avuto l’incarico, quando dunque è arrivato al mio livello, è allora che ha cominciato a cambiare atteggiamento verso di me. Ci facciamo un altro caffettino? Sì? Passami la spugnetta, allora. Prima, ti dicevo, era tanto servizievole, cauto e piagnucoloso. Poi, all’improvviso, s’è mostrato brusco e insofferente. Alzava le spalle, ogni tanto, e se mi avvicinavo, subito si spostava altrove, sospirando oppure scuotendo la testa. Un giorno, è sbottato: «Sei tu che hai scritto questo? Proprio tu? Ma ti rendi conto cosa hai scritto?». Gli sono corso dietro per strappargli una qualche spiegazione. M’ha soffiato sul muso, e tremava tutto, che non era proprio il caso di scrivere male di un romanzetto (ne avevo pubblicato una breve recensione su di un giornale locale) perché l’autore era amico di cordata. Io non riuscivo a capire tutta quell’agitazione. E borbottavo come uno stupido: «Stai scherzando, vero, dimmi che stai scherzando?». No, lui non scherzava affatto, mentre ero io che dovevo ragionare di più, prima di scrivere. In realtà non ragionare dovevo, ma consultarmi con loro. Sempre, anche prima di pisciare. Ormai si trattava di me e di loro, contrapposti. Loro erano gli altri, i vecchi e i nuovi arrivati. Tra loro, nella banda, c’era pure tuo papà Achille. Sì, caro mio.

Anche se lui, tuo papà, era il più serio tra quelli là. Lui sì che stava sempre chiuso in archivio, e frequentava biblioteche non aeroporti ed infatti è morto così presto. Quando è andato in cattedra Ulisse, per me era proprio finita. Io ero un semplice ricercatore, e tale sarei rimasto per tutta la mia carriera. Già. Non era possibile ricordargli che avanzavo un aiuto da lui. Aveva fatto in modo che mi fosse impossibile anche il semplice pensare ad una simile richiesta. Perché era abile, abilissimo, con quella voce. Ogni tanto, gli scrivevo lettere, dove gli offrivo amicizia eterna, e arrivavo a messaggi tipo «qualsiasi cosa tu faccia, io ti vorrò sempre bene, ricordando i nostri colloqui sotto le stelle», o cose del genere. Oppure provavo a formulargli l’ipotesi che io fossi ordinario e lui semplice ricercatore, per esibirgli la gioia selvaggia per me di aiutarlo ancora. Sono quelle letterine la vergogna della mia esistenza. Temo che lui le abbia conservate. Certo che le avrà conservate! Nondimeno, siccome lui non si degnava di una risposta, a volte perdevo pure la pazienza, normale no?, e allora lo minacciavo, ma sempre firmando regolarmente le missive, di raccontare tutto agli studenti, e cioè i furti dei libri, quando era ragazzo, le note rubate dalle pubblicazioni degli altri nei primi articoletti, le giravolte politiche, dall’estrema sinistra alla Lega a Forza Italia. Alle prime, neppure rispondeva, per le seconde mi rilanciava battutine che lasciava sul mio tavolo, con brevi frasi piene di scherno, dove accennava pure al mio stato di salute mentale. Ecco, era il tono a spaventarmi. Il tono. E lo sguardo. Un giorno, un giorno mi hanno convocato. Ed è stato una specie di processo. Sì, un vero processo. Si doveva votare in quei giorni per i commissari nei nuovi concorsi nazionali. Nessuno pensava di propormi come candidato per un salto di carriera. No, dovevo solo garantire di votare, per la mia categoria subalterna, un loro portaborse, in modo da concorrere a nuove mazzette di voti, in un giro complicato che faticavo ad assimilare. M’hanno chiesto brutalmente cosa avrei fatto, precisando che avrebbero comunque controllato le schede colle preferenze e sarebbero risaliti sino a me. Quasi gridavano a turno che non potevo più barare. In quella situazione mi veniva da piangere, io, io che ero più anziano di tutti i presenti. Ma guardavo lui solo. La sera prima, per telefono, mi si era negato per l’ennesima volta. E il giorno dopo, ecco che si accarezzava la barba con una matita bene appuntita. Mi fissava senza espressione, il capo leggermente reclinato, lo sguardo mite e stanco che mi attraversava come se non mi vedesse. Io speravo, speravo in un gesto generoso, che so, che qualcuno proponesse di andar giù al bar per bere un fragolino bianco freddo, era un torrido giugno. Niente. Io potevo solo balbettare per il furore trattenuto. Così ho mormorato che avrei deciso in cabina. Allora, si sono alzati tutti insieme, come avessero concertato quella mossa, e sono usciti lasciandomi solo, nella stanza grande, e l’aiuto-segretaria che mi osservava imbarazzata. Cosa ho provato vedendoli uscire da quella stanza, senza che nessuno di loro si girasse per salutarmi, per una battuta scherzosa! Non puoi immaginare cosa ho sofferto in quel momento, notando la porta sbattere dietro le spalle dell’ultimo ricercatore, appena arrivato in istituto, e che già mi salutava con disprezzo. Se fossero tornati indietro, se avessero urlato: «Abbiamo scherzato, mona!», mi sarei gettato ai loro piedi, supplicandoli che mi spiegassero cosa c’era in me di non affidabile, chiedendo anche che cosa dovevo fare per esserlo. Che rischio ho corso quella volta! Il rischio di diventare il loro schiavo fino in fondo, e per sempre! E dicevano poi, ehm, dicevano, pazzi e criminali e crudeli, tanto crudeli, dicevano, ma sì, dicevano anche che puzzavo, che non mi lavavo, che non ero presentabile. Specialmente i piedi. Ce l’avevano coi miei piedi. Guai a stare in una stanza con me, per via delle mie scarpe. Tutto perché una volta me l’ero tolte, e quel giorno ero in effetti un po’ sudato. Sfido, avevo camminato per la città, avanti e indietro, per ore a discutere su una tesi. Ma si era tra uomini, via, e in confidenza. Ma lui, Ulisse, è andato a tirar fuori quella storia della puzza ai piedi colle colleghe dell’Istituto, che mi spiavano con occhi disgustati.

Ma non precisava però che m’ero fatto pure un’infezione sotto il calcagno, in piscina. Un fungo che avevo provato a schiacciarmi da solo. E invece s’era ingrossato. Una cosa da niente, mica contagiosa. Mi sono comprato deodoranti e pomate speciali, poi. E l’odore così, non era poi tanto, tanto. Nel frattempo, tra tutte quelle crisi, mia moglie m’aveva lasciato. Anche lei aveva messo in dubbio, una volta, quella telefonata, quella intendo di Ulisse che mi pregava dell’aiuto col preside. Secondo lei, lui non l’aveva mai fatta quella telefonata. Me l’ero inventata. Ma come? Ma cosa? Inventarmi una cosa così? Un’altra delle mie fisime. E mia moglie l’ha confermato, una sera in cucina, mentre mi passava l’olio dell’insalata. Io le accennavo appunto sull’ipocrisia e sulla poca memoria di quel bel tomo là, e lei ha sentenziato gelida che erano balle, le mie, e che era stufa di sentire sempre le solite cazzate. Allora non ci ho visto più. Cioè, non l’ho toccata, cosa credi?, no, ma non l’ho proprio più toccata da quel momento. In tutti i cinque sensi. Non potevo più. Dopo, sono rimasto senza casa, senza i multipli di poco valore. Stavo in una stanza in affitto, colla doccia che funzionava male. Peggio di qua, quasi.

Pensavo che in fondo non c’era la guerra, che non avevano lanciato una qualche bomba atomica, che il mondo non stava per scoppiare, che non eravamo in una cella in attesa di essere torturati o squartati. Ma ti giuro, era molto meglio se fosse stato così, la guerra e la tortura e la morte davanti, piuttosto che quella paura, piuttosto che quella desolazione. Perché io dipendevo da loro, e lui era diventato il direttore del dipartimento, era lui che ormai firmava missioni, permessi, e tutto il resto. A un certo punto, hanno deciso di trasferirsi in un’altra sede, con una diversa dicitura. Non c’era più posto per me. Sì, io non potevo «afferire». La mia disciplina non rientrava nel novero di quelle che appunto «afferivano». Avrei dovuto spostarmi altrove, dove riuscivo a raccattare ospitalità.

Alla fine, me ne sono andato via, non potendo «afferire». E ho portato con me l’epistolario di Fogazzaro. È per questo, vero? È per questo che sei venuto fin quassù in mezzo ai monti? Sì, lo so, l’ho letto sui giornali, che state pubblicando l’opera omnia di Fogazzaro. E vi servirebbe, vero?, questa decina di lettere inedite che ho scovato a Parigi tanto tempo fa da un antiquarietto a Saint Sulpice, quando pensavo di farne un libricino e gliene avevo anche parlato. Quando ancora ci parlavamo, io e lui. Vero che è così? Nel tempo lontanissimo in cui credevo di avere un futuro davanti a me. No, non ve le consegno. Neanche morto.

Inutile insistere. Uscirà l’opera omnia incompleta, non accurata, secondo il mio stile, no? Io resto qua, non tornerò mai più a Padova. A fare che, poi? Nessuno, nessuno mai s’è fatto vivo in questi sedici anni. Mai una cartolina. Nei primi tempi, ogni tanto, lanciavo qualche messaggio scherzoso. «Mi sto lavando i piedi. Non puzzo più». Oppure, «attenti che sto tornando». Nessuna risposta. No, a lui mai. Ma ai suoi, eh, eh, allievi, diciamo pure allievi. Sentiamo se c’è una ragione per dartele queste lettere. Dici che le cose sono cambiate in questi anni? Solo perchéavete bisogno di me, stavolta. Dovrete fare a meno di me, non c’è altroda dire. E lui come sta? Sono trascorsi sedici anni, non so più niente di lui. Quanti libri ha scritto o copiato? Quanta gente ha sistemato? Quante cattedre ha pilotate? Ha imparato l’inglese, per farsi invitare in America, a far soldi? No, non vengo giù. Con te non ce l’ho. Tuo padre è stato gentile, in fondo. E poi è morto. Dunque, è tornato innocente. Ma lui no, lui non è morto. Sai che sognavo ogni tanto che Ulisse stava male.

No, non proprio che morisse, ma che avesse qualche malattia seria, per provare davvero chi l’amava sul serio, chi gli sarebbe stato vicino, chi l’avrebbe lavato e accudito in mezzo a tanti ruffiani, a tanti leccaculi. Io, io che non ero affidabile, io che ero goffo, che sbagliavo tutto, che non sapevo scrivere libri, che non sapevo parlare bene in pubblico, io che puzzavo ai piedi, io l’avrei servito con affetto puro e disinteressato, io avrei pianto con lui. E invece sta bene, no? Per forza. Le carogne non muoiono mai. Ma io, puoi parlare quanto vuoi, io resto qua con questi ragazzini della scuola media. Faccio il don Milani laico. Quando ho visto il film televisivo, ho pianto, e ho capito che solo stando qua, nel volontariato, potevo ritrovare un po’ di senso in questa vita assurda. Ah, lui oggi dirige anche il circolo filologico? Ma bravo! Domani vorrà essere rettore, e poi ministro. Sempre più avanti, sempre più avanti. Ma mi sa che è infelice. O no? Per le lettere, niente da fare! Ma ti rendi conto cosa mi chiedete? Sarebbe bella! E poi se te le consegno, cosa succede? Se torno, cosa mi fanno quelli là? E lui cosa dice? Cosa ti ha detto veramente? Non mentire anche tu, Neottolemo, che sei così giovane, e solo un dottorando. O ti hanno già corrotto? Non mentire tanto presto, ti prego. Non fingere che in fondo non lo stimi. Tanto, sono deluso da tutto.

Se lascio i miei ragazzi, se solo ricomincio a vivere e a sperare, cosa sarà del loro doposcuola? Ho una grave malattia alla pelle, somatizzo, mi hanno spiegato, la depressione, altro che sporcizia. Malattia della pelle, che ha pure un nome difficile, psoriasi mi pare. Sono in pensione da anni, lo sai no? Potrei tornare a lavorare in Istituto? Davvero? Dici davvero, Neottolemo? Ah, stanno cambiando il sistema dei concorsi? Potrei scriverla io, allora, una noticina sulle lettere, o no? Ti ha accennato, per caso, a questa possibilità? Che io ricominci a scrivere, magari qualche riga? Una postilla? Potrebbe sempre correggermela lui, poi! Pensare vent’anni fa com’era diversa la situazione. Lui che mi cercava, lui che usava la sua voce per convincermi di qualcosa. E dormiva spesso a casa mia, con mia moglie che si faceva in quattro per preparargli i piatti che gli piacevano. Specie i dolci. E adesso manda te in avanscoperta. Un semplice dottorando. Ci sono tutti, ancora tutti all’Istituto? Al Circolo, voglio dire? Anche Diomede il rissoso? E Menelao il becco? Di me cosa si sussurra, adesso? Ancora e sempre cattiverie? Sul mio alito, sulle mie ascelle, sui miei piedi al formaggio gorgonzola? I miei libri sono cancellati dal catalogo del dipartimento, vero? No, niente da fare.

Non ce la farei più. Sono troppo vecchio per fare ancora il ricercatore, a quasi sessant’anni. Ho letto sul giornale (arrivano anche qua i giornali) che adesso i vecchi ricercatori sono ruoli a esaurimento. E chi più esaurito di me? Sai, nessuno di loro, nessuno, s’è girato quella volta, per dirmi qualcosa di scherzoso. No, sono usciti tutti dalla stanza! Io guardo le montagne, qua, davanti, se non c’è nuvolo, e provo a dimenticare. Se poi vi dono queste lettere, in cambio cosa mi fanno quelli là? Non hanno paura che a furia di stare con me queste lettere puzzino anche loro di formaggio verde? E perché non s’è degnato di venir lui stesso, quassù?

Già che c’era. Ma cosa dice di me, adesso? O mi ignora del tutto, come sempre? Io non esisto per lui. Perché mi guardi così? Cos’hai? Ti faccio paura? Ti faccio paura per caso? Oppure senti anche tu la puzza?

 

Nell'ultima foto l'autore del monologo, Paolo Puppa. Al centro, un'immagine dalle prove di  Philoktet, regia di   Amir Reza Koohestani, prima il 5 ottobre 2019, con  Edgard Eckert (Filottete), Jörg Pose (Odisseo), Niklas Wetzel (Neottolemo), al Deutsches Theater di Berlino. Altre informazioni qui. Abbiamo poi un'immagine della biblioteca di Coimbra, e di uno 'studio' medievale, nonché due rappresentazioni di Filottete. La foro in bianco e nero mostra Franco Rasetti (a sinistra) con Enrico Fermi (al centro) ed Emilio Segrè e l'abbiamo già usata per l'intervento: 'Agamben e il requiem per l'Università'. Filottete sul nostro blog è ancora qui e qui