Nella striscia di Gaza è stato ritrovato – così sembra – il corpo dell’ultimo degli ostaggi ebrei del 7 ottobre: adesso tutti i cadaveri sono tornati a casa e può iniziare la seconda fase di un’ipocrita e ancora inesistente pace. Intanto i bombardamenti continuano e i bambini che continuano a morire non hanno nemmeno un nome, né sappiamo se ci sia qualcuno che li pianga.
Il regime iraniano ha chiesto un equivalente di mille dollari alle famiglie delle vittime degli oppositori, per riavere indietro i corpi delle persone di cui è stata fatta strage: ha chiesto, cioè, di pagare un riscatto per i cadaveri. Anche i nazisti, nel comunicare alle famiglie che qualcuno dei loro cari era morto nei campi di concentramento, spedivano un’urna con le ceneri e la fattura della cremazione. Non avveniva nel caso degli ebrei, i cui corpi erano polverizzati in massa nei forni e completamente cancellati. Ma accadeva sempre nel caso degli oppositori politici oppure delle altre minoranze perseguitate, tra cui Rom e omosessuali. Come ragione della morte era sempre addotto un incidente o un arresto cardiaco. Durante il nazismo, le spese dei funerali furono addebitate alle famiglie anche nel caso delle esecuzioni, come accadde tra il 1943 e il 1944 per i membri del gruppo berlinese spregiativamente chiamato dalla Gestapo ‘Orchestra rossa’. Il nome, che non manca d’inventiva, nacque dall’accusa, peraltro falsa, ai componenti di quella rete di resistenza, di essere delle spie che tamburellavano messaggi morse a Mosca, usando il telegrafo come la tastiera di un pianoforte. Falso era anche che quei resistenti, i quali per lo più non si conoscevano tra loro né avevano alcuna consapevolezza di far parte di un ‘gruppo’, fossero tutti ‘rossi’, ossia comunisti. I corpi di coloro che erano giustiziati, specialmente delle donne a cui era riservata la ghigliottina, venivano portati di fretta all’istituto di anatomia dell’Università e messi a disposizione come ‘materiale’ di ricerca. In quegli anni, la ginecologia berlinese fu scientificamente all’avanguardia.
Torniamo ai nostri giorni: le indagini sulla strage di Crans Montana, uno dei più dolorosi ma anche inutili stermini di giovani vite nel cuore della ricca Europa, hanno da subito avuto come scopo non tanto o solo punire le evidenti responsabilità, ma determinare l’ammontare dei risarcimenti alle famiglie, stabilire il valore di quei corpi e di quelle morti. Intanto, nella stessa località vanno avanti le gare della coppa del mondo di sci: corpi belli, quelli degli atleti, e che valgono, tanto che lo show non si può fermare nemmeno per un lutto simile. Stamattina, dopo l’annuncio roboante di una tregua in Ucraina sono stati scambiati per l’ennesima volta cadaveri tra l’esercito russo e quello ucraino. Da tempo, a proposito di questi scambi, le notizie danno cifre contrastanti: ma sembra che lo scambio non sia mai alla pari. In cambio di un cadavere ne vengono restituiti addirittura migliaia, non si capisce se dai Russi o dagli Ucraini e in quali condizioni, né chi stabilisca la proporzione tra i corpi da barattare. E nel frattempo, sulla rotta libica, vi sono centinaia di ‘dispersi’ in mare, come vengono definiti con un eufemismo che suscita ormai una malinconica pietà. Ma quei corpi non hanno valore, nessuno li reclama, e saranno presto dimenticati.
Forse più che mai, in un’epoca di esposizione continua di corpi e di culto del corpo, in un’epoca in cui parti meccaniche e robotiche vengono implementate nei corpi difettosi e mancanti, oppure inserite nella scatola cranica per permettere una trasmissione di pensieri tra uomo e computer, anche i corpi morti hanno valore. Un valore ineguale, però, stabilito spesso solo dalla legge del più forte: a Minneapolis non valgono più nulla nemmeno i corpi vivi dei cittadini americani, non solo quelli dei migranti. Non solo a Minneapolis, ma anche molto più vicino a noi.
Vi è una misura del valore di un cadavere. Una misura che non manca di crudeltà. Il corpo vale quanto l’amore di cui è circondato in vita. Senza questo, quindi per chi ha vissuto nella solitudine, nell’isolamento, nello sradicamento, nella lontananza, talora nell’anonimato, anche il corpo non vale nulla, nessuno lo reclama, può essere abbandonato o distrutto, diviene un problema. Ricordiamo tutti lo straziante film del 2013 di Uberto Pasolini, Still Life. C’è una misura del valore di un morto, si può quantificare, come accade nel film Il capitale umano di Paolo Virzì, dello stesso 2013. Ma c’è un valore che non si riesce a misurare, ed è quello sentimentale.
Il problema della differenza di valore tra corpi morti si affaccia nella letteratura occidentale con Omero. Nei primi versi dell’Iliade, il poeta descrive con orrore cadaveri abbandonati, morti di morte violenta e lasciati in pasto ai cani e agli avvoltoi. Corpi di ignoti, corpi senza nome. Per contrasto, nel primo episodio dell’Iliade, un vecchio padre, un sacerdote, arriva al campo dei Greci portando un carro pieno di oro e inestimabili ricchezze: con questi beni vuole riscattare il corpo di sua figlia, la vergine Criseide, che i Greci hanno fatto prigioniera e hanno donato come schiava al loro capo, ad Agamennone. Il vecchio padre si umilia, augura ai nemici una splendida vittoria, chiede solo che – in nome del dio che rappresenta, perché è un sacerdote – le venga ridata la figlia. Ma il re Agamennone è feroce; afferma con durezza di essere il proprietario della ragazza: perciò non intende liberarla; sarebbe invecchiata a casa sua, in Grecia, facendo avanti e indietro dal telaio al suo letto. Caccia quindi il sacerdote con tremende minacce.
Anche alla fine dell’Iliade troviamo un vecchio padre, nobile, un Re che si umilia davanti al nemico per riavere indietro il corpo del figlio: è Priamo che, rischiando, entra nel campo nemico per supplicare Achille, colui che gli ha ucciso tutti i figli maschi e soprattutto che il migliore tra tutti in guerra, Ettore. Achille, superando ogni regola di pietà e rispetto, ogni mattina, in preda ancora a rabbia e furia, prende il corpo di Ettore, lo sporca nella polvere, infierisce contro di lui. ‘Achille, la bestia’ – come lo definisce una scrittrice contemporanea. Il vecchio re Priamo va da lui, gli porta immense ricchezze per riscattare il corpo del figlio, poi lo scongiura e addirittura si piega a baciargli le mani assassine anche dei suoi figli. Achille deve restituirgli il corpo di Ettore e l’Iliade si chiude tra i pianti, i lamenti di tutta la famiglia reale e di tutti i Troiani, e poi ancora con il fuoco altissimo e splendente che si alza dalla sua pira funebre. Il corpo dunque deve essere onorato, e il corpo ha un valore immenso, non solo affettivo, ma anche concreto: Priamo non si presenta a mani vuote da Achille. Gli porta, invece, un carico di ricchezze.
Ci sono, perciò, corpi e corpi: quelli di nobili, che hanno famiglie che possono riscattarli. E corpi invece che non valgono niente, che possono persino essere lasciati insepolti, come quelli degli schiavi oppure dei criminali. Chi ha compiuto grandi imprese ha bisogno di una tomba, perché anche gli uomini futuri, passando davanti al monumento funebre, possano ricordare il valore, la gloria e la fama di chi vi è sepolto. Ma dei cattivi morti non c’è bisogno di lasciare ricordi. I poveri e gli umili non hanno diritto alla memoria in quanto singoli individui: nella stessa Iliade, i soldati, quelli che non hanno un nome che dev’essere ricordato, se cadono nel campo di battaglia vengono poi bruciati a gruppi. Non si organizzano funerali solenni o gare atletiche per i soldati, come invece accade per Patroclo, i cui funerali sono raccontati in un intero libro dell’Iliade (il ventitreesimo).
Ci sono dunque corpi che valgono più di altri, corpi liberi e corpi che invece sono possesso di altri, corpi che affrontano consapevolmente la morte in battaglia, come quelli degli eroi, oppure corpi incapaci di combattere, imperfetti, fragili, invecchiati; e ci sono corpi che non possono scegliere, che sono nelle mani di altri, come i corpi di tante donne. Ancora nell’Iliade la schiava Briseide si lega ad Achille come se lo amasse, ed invero è costretta ad amarlo, perché non ha più nessuno che possa riscattarla. Anche Ettore rappresenta per Andromaca ‘tutto’, poiché non ha più padre e fratelli: e perciò Andromaca sa che, se i Greci vinceranno, sarà deportata come schiava e nessuno più potrà riscattarla.
Ci sono corpi che continuano a valere anche dopo morti e corpi che invece perdono completamente di valore, perché erano utili solo da vivi, come soldati, ad esempio, come servi, come ancelle e come schiavi. Di quei corpi nessuno si ricorda, anche se per uno scrupolo religioso e per una precauzione igienica tutti i corpi vanno sepolti.
Cosa dà valore ad un corpo morto, dunque? In una cultura eroica e bellicistica, la fama delle imprese che ha compiuto in vita: perciò solo i maschi forti, belli, capaci di esercitare violenza. In una cultura élitaria, valgono solo i corpi nobili per nascita: la famiglia a cui appartiene il morto ne serba la memoria e il nome. Tutte cose, però, che rispetto all’eternità valgono poco: e proprio per questo uno scrittore arguto come Luciano di Samosata, nel secondo secolo dopo Cristo, si immagina che i morti, prima di salire sul battello di Caronte che li porta dell’Ade, debbano spogliarsi di tutto, non solo dei beni materiali, ma anche di quelli immateriali, dell’alterigia, dell’ira, dell’orgoglio – perché laggiù, nel regno delle ombre, si è tutti uguali, e non esiste più bellezza, non esistono più muscoli ben torniti e capelli lucenti, tutti sono uguali e indistinguibili l’uno dall’altro.
Ma allora? Se fama, gloria, stirpe e ricchezze sono tutti beni fugaci ed effimeri, cosa dà valore, un valore immenso, più di tutto l’oro del mondo, a un corpo morto? Omero risponde a questa domanda proprio nell’incontro nel ventiquattresimo libro tra Priamo e Achille; Priamo rischia la propria vita, si inoltra nell’accampamento nemico pur essendo vecchio e fragile, perché vuole indietro il corpo del figlio che gli è sottratto da Achille, il quale per giunta continua a scempiarlo. Perché il corpo di Ettore ha per lui un infinito valore affettivo.
Il corpo di Ettore ha valore per la sua famiglia, per la moglie, il padre, la madre, che vogliono piangerlo. Quel corpo vale l’amore che lega un padre, una madre, una moglie, un fratello e una sorella a quel morto, ed è un valore inestimabile. Si vuole vedere chi amiamo, per l’ultima volta, anche quando sappiamo che quel corpo non ci parlerà più, non ci guarderà più, non ci abbraccerà più, lo vogliamo vedere, gli vogliamo parlare come se potesse ascoltarci, proprio perché quel corpo per noi è unico, insostituibile, perché mai potremmo sopportare che quel corpo sia scempiato, abbandonato, lasciato all’oblio. Noi amiamo quel corpo, anche quando dobbiamo convincerci che non esiste più, perché è l’amore che ci lega a esso a dargli valore: e se fosse necessario, saremmo disposti a fare qualunque cosa per riavere quel corpo, a scavare a mani nude tra le macerie, a buttarci nel fuoco di un incendio, a pagare un riscatto inestimabile, perché quello è per noi un corpo amato. Non ha importanza cosa quel corpo rappresenti per chi non lo ha amato – può essere anche il corpo di un criminale o di un nemico. Se amiamo qualcuno, chiunque esso sia stato in vita, quel corpo vale per noi.
Il corpo morto oggetto d’amore vale quanto quel corpo vivo, forse di più, perché noi vogliamo vederlo, imprimerlo nella nostra memoria, ricordarlo così com’era, rivederlo in sogno e talora nemmeno in sogno. Che il corpo amato resti per sempre con noi, questo il massimo desiderio d’amore: restare, per sempre, con chi si ama incondizionatamente.
Omero, dunque, descrive questo sentimento d’amore che dà valore al corpo che si ama, nella figura di Priamo che riscatta il cadavere di Ettore, ma anche in Achille, che di notte vede il suo amico Patroclo morto, parla con lui e tenta di abbracciarlo, ma quello gli sfugge tra le mani, come fumo. Chi, in altro genere di poesia, destinata al teatro, ha dato voce a questo doloroso e struggente sentimento, che può apparire follia agli altri, a chi non ha amato quel corpo e non può capirne il valore per chi lo ama, chi ha dato voce a un sentimento che è un atto d’amore altissimo e coraggioso è Sofocle, nell’Antigone.
Il gesto di Antigone di seppellire il fratello, questo gesto inutile ed autolesionista, questo gesto coraggioso e insieme semplice, il gesto di prendere con le mani pugni di terra e coprire il cadavere nudo del fratello, il gesto di compiere riti con l’acqua e una brocca per dare dignità a quel corpo, il gesto di urlare, come un uccello che trova il nido vuoto, privato con la violenza di quell’amore istintivo, di quella protezione naturale che si ha verso chi amiamo, il gesto di Antigone non è o non è solo un gesto politico. Non è un gesto che affermi privilegi – del resto Antigone, in quanto donna, non può avere alcun privilegio ed essere figlia della sua disgraziata famiglia le ha già condizionato e rovinato la vita. Non è un gesto che abbia come primo scopo sovvertire il potere di Creonte.
È invece un gesto d’amore.
