News quotidiane da Nonberlino /13 marzo-7 aprile

Di: Mely Kiyak

Da un non-luogo che è il nostro,

di Sotera Fornaro

‘Visioni del tragico’ nasce come progetto sul teatro, redatto da chi studia il teatro, i suoi testi, i suoi spazi, e da chi fa concretamente teatro. L’emergenza sanitaria ha in un certo senso paralizzato il nostro lavoro: i teatri sono chiusi. Molti spettacoli che avevamo intenzione di vedere e commentare insieme ai loro protagonisti, non li vedremo o chissà quando li vedremo. Siamo ancora sotto choc: non abbiamo avuto il tempo di riorganizzare completamente il nostro lavoro, e lo faremo usando anche gli archivi on-line che molti teatri adesso stanno aprendo. Subito, però, ci siamo guardati intorno, per comprendere la reazione della gente di teatro a un fatto nuovo, inaspettato e di per sé oggetto non solo di azione sanitaria e riflessione politica ed economica, ma anche filosofica e letteraria. «Siamo cambiati, tutti e in profondità. È cambiata radicalmente la nostra concezione del mondo. Siamo tornati a una visione tragica dell’esistenza», ha scritto il fisico Guido Tonelli.[1] Il titolo del nostro progetto ha inaspettatamente assunto un significato pregnante, che travalica la tragedia greca, che travalica anche il teatro, che travalica - certamente - le scene italiane. 

Un legame specifico, elettivo, ci lega con il teatro tedesco e con quello berlinese in particolare. Ed è nella realtà dinamica di Berlino che abbiamo incontrato il ‘Diario della quarantena’ di Mely Kiyak. La scrittrice di origine kurda, di cui parleremo ancora e meglio, ci era nota per la sua ‘colonna’, la sua rubrica sul sito del teatro Gorki di Berlino,[2] un blog di attualità politica, culturale e in senso lato umana. La scrittura di Mely Kiyak è spesso allusiva, ironica, tagliente; spesso divertente, ma non sino al punto da mutare in farsa l’amarezza per alcuni fenomeni della società tedesca, come la xenofobia e il rimpianto per un regime forte, dal passato terribile ma non sopiti nel presente. Il progetto del teatro Gorki è chiaro: far uscire il teatro dai suoi luoghi deputati, e grazie anche al portale on-line tornare al teatro originario, al teatro cioè come luogo d’incontro e di dibattito, politico ed etico. Come sappiamo, il teatro post-drammatico si incontra, nella sua dimensione pubblica, con il teatro greco del V sec. a.C. In questo momento, questa forma particolare di teatro nel teatro e fuori del teatro, ci tocca ancora più vicino perché riesce a descrivere una tragedia comune, globale, e a raccontarci dal vivo cosa accade in un’ isola nel Nord della Germania: certo Mely Kiyak fa ‘teatro’, cioè drammatizza la sua percezione del mondo. L’isola del Nord della Germania potrebbe essere davvero il luogo dove si trova e sta lavorando, ma anche no. Adesso siamo tutti, negli strati benestanti e privilegiati della popolazione europea,[3] in un non-luogo, nota categoria sociologica che si accompagna alla globalizzazione[4].

   Mely Kiyak, insomma, forse è davvero sul mar Baltico, lontana qualche centinaio di chilometri dalla città dove vive e lavora, Berlino, e forse no: ma  quel che descrive, gli effetti psicologici dell’isolamento, il riaffiorare dal passato di odi contro chiunque venga considerato ‘straniero’, le regole di tipo autoritario che minano i diritti civili, accolte senza un rigurgito di protesta, il vivere in uno stato di ‘guerra’ che soddisfa fanatici della fine del mondo, quel che descrive, insomma, può benissimo accadere a me, che sono invece in un’isola nel Mediterraneo, ove però anche il mio accento, non precisamente isolano, ha destato sospetto e dove si va già a caccia dei trasgressori del lockdown con i droni, mandati a sorvegliare persino le case private.

Torniamo al teatro: e cioè  alla rappresentazione drammatica che Mely Kiyak vuole dare della quotidianità, come il dialogo con uno sconosciuto che si accaparra la carta igienica, il grottesco rispettare norme lesive della libertà personale e la mancanza di dispositivi di protezione,  il sospetto verso mascherine e guanti, le paure reali e quelle irrazionali, l’ossessivo ascoltare cifre di contagiati e la contemplazione di suggestive immagini colorate di virus che sembrano fiori di carta velina, le difficoltà economiche di chi non può lavorare ma deve continuare a pagare l’affitto e fare la spesa. Nella mimesi della realtà, si insinua sempre l’invenzione, il sogno, la fantasia: come in teatro, ripetiamo.  Questo diario senza spettacolo e senza maschere è una delle migliori forme di teatro che possiamo aspettarci in questi tempi bui di necessaria assenza di contatti umani. 

 

Ringraziamo l’ufficio stampa del teatro e l’autrice per aver messo a disposizione gli articoli per la traduzione italiana, che è stata sempre rivista e corretta da Monica Marotta, artistic project manager presso il Gorki.  Si tratta di un gesto di amicizia verso tutti coloro che amano il teatro,  di una maniera di sopravvivere e incontrarci almeno intellettualmente, anche se l'anima del teatro resta l'incontro di sguardo, di gesti, di respiro. Speriamo così di portare a conoscenza dei nostri lettori una voce ironica e politicamente scorretta che ci giunge da una ‘non Berlino’ lontana e vicinissima, e da uno dei più importanti e storici teatri della capitale tedesca. Una mano idealmente tesa tra Germania e Italia in un momento difficile, ma non senza sorriso. La pagina del blog è: http://kolumne.gorki.de/

Grazie Mely! Grazie Gorki!

Si è ritenuto sciogliere alcuni dati politici o d’attualità, non molto noti in Italia, per renderli comprensibili. Tutti i diritti sono riservati.

Diario della quarantena

13 marzo

Nell'entroterra di un’isola del mar Baltico,  regione del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in un supermercato, davanti allo scaffale della carta igienica. Quella ‘con decorazioni e profumata’ è esaurita. Ce n’è ancora, ma senza profumo e senza decorazioni: solo due pacchi nello scaffale. Adesso che tutti si affannano ad accaparrarsi la carta igienica, si possono studiare in maniera particolarmente efficace quali siano le preferenze nazionali a proposito. Chiaramente non è gradita la carta igienica umida. Ce n’è ancora una gran quantità: alla camomilla, al balsamo d’orchidea, alla panna e al cocktail di ciliegie: mamma mia, che roba c’è in giro!

E proprio adesso accade quel che non mi è mai accaduto in dodici anni che vengo qui. Davanti a me si palesa un autoctono dai capelli scuri, tatuato sino al mento, allenato in tutto il corpo (di solito da queste parti si pompano solo gli avambracci, il resto rimane molle e voluminoso). Con occhi scuri come l’ombelico di uno sgombro. Sorride. Credo di essermi innamorata, quasi quasi svengo tra i detergenti intimi. In dodici anni non mi ha mai sorriso nessuno. Non m’importa cosa dirà, sono già sua. L’attrazione mi sopraffà nel giro di pochi secondi.

Ma guardi, tutto finito – dice con uno sguardo rivolto agli scaffali vuoti.

Eh sì, dico io, tutto finito.

Ma guardi, da me ho la dispensa piena di carta igienica, neh...

Pazzesco – penso – un Hamster[1] così figo e pure ben fornito!

 (A proposito: “Ma guardi” si usa in Pomerania Anteriore come variante del francese Oui madame, Bien sûr madame oppure écoutez madame. Una formula di cortesia, insomma.)

Ne ho fatto scorta già quattro mesi fa.

Lo sapeva Lei, quattro mesi fa, che sarebbe scoppiato il corona virus?

Ma noooo, certamente no, io ho tutta quella carta igienica per altri motivi, neh …

E quali altri motivi, mi dirà Lei?

Ma guardi, mi sono detto, può sempre capitare qualcosa, neh …

Oddio, Mely, mi raccomando, non è che adesso ti innamori di un prepper?[2]

Ma d’altro canto: da chi si può essere meglio accuditi e protetti durante le emergenze? Il tipo non solo ha la dispensa piena di carta igienica, ma di sicuro anche armi, munizioni, bottiglie d’acqua. Magari ha da parte scatole e scatole di cetriolini, ammassate sino al soffitto. Io li amo i cetriolini. Soprattutto quelli con la salsa allo yogurt secondo la ‘ricetta della nonna’!

E poi naturalmente ci sono prepper e prepper. Qui al Nord il rimescolamento nei gruppi estremisti di destra è continuo. Per quanto, ovviamente, mi fiderei di più di un prepper alternativo, con tendenze da liberale di sinistra.

Ma Lei non apparterrà mica alle truppe della Croce del Nord[3]?, gli chiedo.

Noooo, dice quello, ma conosce alcuni, che conoscono altri, che credono di conoscere qualcuno di quelli là.

Faccio finta che sia la cosa più naturale del mondo avere contatti con qualcuno, che ha contatti con qualcun altro, il quale, armato di tutto punto, sta aspettando il ‘Giorno X’ per poter assassinare musulmani, politici, giornalisti e qualche altro nemico.

Uhm, uhm, capisco, dico annuendo, Ma guardi,  non è detto poi che bisogna ficcarci il naso, vero? dico io.

La situazione è così eccitante. Proibita. Esistenziale. I miei ormoni, a metà del mese, sono in stato di emergenza.

Mi darebbe un po’ della sua carta igienica?, gli chiedo.

Ma certo, risponde. Solo che io abito in una zona un po' isolata. Non so, si fiderebbe a venire con me?

Da quando ho visto due serie poliziesche su Netflix (Luther Marcella) so bene come si può tagliuzzare, fare a pezzi, pugnalare e far sparire una donna. Mi soffocherà in aperta campagna, tutta avvolta da carta igienica? Il mio corpo sarà ripescato mesi dopo da una chiusa vicino a Schwerin? E prima di uccidermi, mi stordirà? C’è qualcosa di tenero, in lui, quasi di riservato. È un prepper sensibile, questo è chiaro. È come se ambedue non potessimo cogliere la felicità di esserci incontrati. Tra pannolini per i neonati e detergenti per la casa ci separa solo un carrello della spesa. Ci guardiamo intensamente.

La coda di drago tatuata, la cui punta frastagliata termina poco prima della sua mascella, fa su e giù, al ritmo della carotide che pulsa forte. È lui il primo a rompere il ghiaccio:

Ma guardi, sono sicuro che la prossima settimana lo scaffale sarà di nuovo pieno.

Quindi si gira e se ne va.

E resto lì come un cesso, senza che sia stata tirata la catena.

Floscia, come un pezzo di salmone scongelato, mi trascino sino alla cassa.

 

 [3] Ala militarizzata dei Prepper, composta da ex poliziotti, pronta per un colpo di stato, di cui sono state scoperte anche liste di condannati a morte tra politici, mussulmani e altri “indesiderabili” (https://www.sueddeutsche.de/politik/prepper-tag-x-ermittlungen-elitepolizisten-munition-todeslisten-1.4485186).

 

14 marzo.

Sono in viaggio sull’ A 20. In direzione dell’isola viaggiano parecchi mezzi militari scortati. Il paese straniero più vicino è la Polonia. Sembra un’invasione e non la messa in atto di misure precauzionali per una pandemia. 

15  marzo

Da fuori entra un vento freddo, gelido; dentro spira una dolce anarchia. Fiorisco. Non mi sento male nemmeno per un secondo. Piuttosto mi sento come uno sportivo professionista che ha combattuto per anni contro un nemico immaginario e finalmente può salire sul ring, per mostrare quanto vale.

Adesso ricevo un mucchio di messaggi, tutti più o meno uguali:

AlloraMelyper te non cambia niente?

Niente, rispondo, sto persino un po’ meglio del solito.

Per la prima volta nella mia vita sento che, finalmente, è scoppiata una crisi che so affrontare, contro la quale sono armata. L’isolamento sociale (che non è mai stato davvero tale e anche oggi non lo è) fa impazzire la gente. Per me è la quotidianità. E anche per molti altri scrittori. Stavo seduta alla scrivania come sempre, scrivevo, leggevo, andavo fuori a passeggiare e quando a sera o di notte avevo finito col mio lavoro, i negozi erano chiusi già da un pezzo. Così ora. Quando mi sveglio la mattina, ci sono già i primi testi da revisionare, la casella postale colma di cose da fare e tutto ricomincia daccapo.

Scrivere è come un eterno stato d’emergenza con il coprifuoco.

Niente di nuovo in questi giorni.

 

 

 

[1] Hamster – criceto, fig. sta per un animale che incetta tutto quello che trova. Nel periodo postbellico è stato coniato il verbo hamstern, per dire appunto accumulare, incettare, anche per vie illegali.

[2] I prepper o survivalisti sono coloro che si preparano attivamente per emergenze, future o eventuali (https://it.wikipedia.org/wiki/Survivalismo). Per i casi italiani, vedi ad esempio: https://www.ilfoglio.it/cronache/2020/03/14/news/l-attesa-e-finita-il-coronavirus-sta-realizzando-il-sogno-dei-prepper-306448/) Dal 2017 nella regione del Meclemburgo-Pomerania Anteriore questi  gruppi sono stati identificati come particolarmente vicini all’estrema destra, e sono state scoperte alcune chat tra gli aderenti a tali gruppi che prospettavano una situazione di crisi o di emergenza come propizia per la presa militare del potere. Alcuni dei Prepper hanno dichiarato pubblicamente le loro posizioni neo-naziste, e sono stati scoperti veri arsenali di armi, acquistate a scopo preventivo (https://de.wikipedia.org/wiki/Prepper). Si trovano facilmente in rete shop on-line con l’indispensabile per i Prepper .

16 marzo

Come durante la guerra, mentre si va in giro per il paese si tiene tra le mani una specie di lasciapassare, da esibire in caso di controllo. Si tratta di un certificato che attesta il permesso di lavoro necessario per circolare. A partire da oggi, qui al Nord ci si può stare solo per motivi di lavoro oppure se residenti. Un berlinese, per paura di dover esser mandato via dalla sua casa di vacanze, ha fotocopiato la licenza di commercio, l’ha fatta plastificare e va in giro portandola appesa al collo. Se uno del posto gli rinfaccia che in realtà risiede a Berlino, lui gli urla contro: ‘Amico mio, ho una licenza commerciale!’ [1]

17 marzo

Chissà per quale motivo non c’è verdura oggi negli scaffali. In compenso, sembra che ieri sia arrivata sull’isola una partita gigantesca di ranuncoli. Adesso si potrebbe fare gran scorta di ranuncoli.

 

 18 marzo

Ovviamente non ci sono più manifestazioni pubbliche. Non ci sono più escursioni sull’isola, né a cavallo né a piedi, hanno annullato persino l’evento ‘sparare per tutti’, un’iniziativa molto amata qui. Nelle zone meno abitate sono ancora appese le insegne rosa a neon ‘Sagra di paese’ .[2]  Più spesso di prima, viene a mancare il campo del cellulare. Certo, anche prima non si prendeva bene, ma adesso, per spedire un sms, bisogna legare il telefonino a un gabbiano, lasciarlo volare in alto e se ritorna, la fortuna ha arriso e il messaggio è partito.

Per il resto: non si accettano stranieri. Non si distingue però più tra siriani e tedeschi, ma tra le persone della terra ferma, dell’isola e della penisola. Tra coloro che sono prima del ponte e dopo il ponte.

Nelle notizie locali viene citata ovunque, con gran zelo, una frasetta. Chi non si attiene a questa o a quella regola ‘commette un reato’. Vado a vedere se anche nei giornali locali di altri stati federali si pronunciano allo stesso modo. Ma non la trovo.

 

Fuori c’è ancora chi sta seduto all’aperto e brinda con la birra. Nel farlo sono estremamente premurosi a far toccare i bordi delle bottiglie l’uno contro l’altro. Interessante fede divina nell’immunità virale.

[1] Per aprire un’attività commerciale in Germania bisogna registrarsi presso l’equivalente delle nostre camere di commercio, e si riceve un numero identificatorio (https://www.gewerbeanmeldung.de/gewerbeschein) che vale per tutta la vita, anche se si cambia attività.

[2] In tedesco al settentrione si usa la parola gergale ‘Dorfbums’ che indica i festeggiamenti di paese di ogni tipo dalla fiera, i concerti e al club notturno: facebook.com/tanzenfeiernknutschen/videos/dorfbums-tanzen-feiern-knutschen/391926995031983/

 

 

 19 marzo

Davanti al distributore automatico di bevande, una donna litiga con la madre mentre è intenta, palesemente sfatta dalla vita, a far pieno di liquori da riempire la cantina. La figlia, invece, che vede nell’epidemia un’occasione per smettere, propone alla mamma di passare alla birra. La madre quindi ribatte irritata e con voce profonda: ‘Chiudi il becco!’.

Dopo alla cassa mi stanno proprio dietro. La figlia dispone i prodotti sul nastro. La mamma dà alla figlia, più o meno della mia età, un bacio sulla nuca. Con voce sorda dice alla figlia basita: ‘Ti voglio bene’.

20 marzo

Sto bene. Sono felice. Scrivo un messaggio alla mia famiglia, ai colleghi e ai compagni di viaggio:

Care amiche e cari amici,

domani è Nawrūz [1]- il capodanno curdo.

Nonostante la severa quarantena che stiamo vivendo in questi giorni, vi auguro che troviate luoghi luminosi e piacevoli – soprattutto in voi stessi. Penso a ciascuno di voi e vi abbraccio da lontano.

Primavera di pace, principio di pace.

Nawrūz significa nuovo giorno, nuova speranza.

Vostra Mely

 

 21 marzo

Solo le oche selvatiche si muovono ancora in gruppo.

Di recente ho incontrato di sera, durante la mia passeggiata, una specie di ronda di cittadini. Ovviamente con i cani al guinzaglio. Pattugliavano il vuoto. Quell’immagine aveva qualcosa di poetico. 

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Nawr%C5%ABz

 

22 marzo

Oggi è domenica. Il giorno del baba. È il giorno in cui io e mio padre ci sentiamo al telefono.

Di solito chiama lui, prima di andare al pazar. La domenica per un turco significa pazarPazar, o anche mercato o bazar, come si dice in Germania. Oggi mio padre non potrà andarci. Già ieri sera ho messo il cellulare sul comodino, sicura che avrebbe chiamato stamattina presto perché dalla scorsa mezzanotte, in tutta la Turchia, gli anziani sopra i 65 anni non possono più uscire di casa.

Ma non mi chiama prima delle dieci. Come sempre, parliamo prima del tempo. Ogni conversazione telefonica inizia col tempo.

Mio padre descrive il vento: un gelido, freddo vento che guaisce come un vecchio cane, ti colpisce davanti come una spada nello stomaco e ti attraversa, fischiando attraverso il fegato.

Mio padre è gravemente malato di cancro. Una parte del suo polmone è già stata asportata. E' allo stadio terminale. Comunque già da anni. Il suo secondo argomento prediletto: la sua morte imminente.

Allora papà, sei ancora vivo?

Credo di sì.

Non ho mai visto nessuno così attaccato alla vita come te.

Anni fa ho scritto un libro sulla sua malattia e su come lo accompagnassi verso la morte. All’uscita del libro, era ancora vivo. Sa bene quanto sia imbarazzante per me, che da allora i lettori continuino a scrivermi e a farmi le condoglianze. A volte incontro anche persone che mi si gettano al collo piangendo e mi dicono: "Era un padre così caro. Quanto ci manca". Non sto scherzando, non me lo sto inventando! Potere della letteratura. Per il mio vecchio è invece una cosa da sbellicarsi.

 Una volta mi ha chiesto:

 Si è venduto bene il libro? Siamo diventati milionari?

Purtroppo no, papà.

Peccato. È perché sono ancora vivo?

Forse. Quando morirai, sono sicura che le vendite aumenteranno.

Inşallah, buona fortuna!

(Risata rauca che si tramuta in tosse.)

 Gli spiego che in caso di emergenza non posso andare a prenderlo. E nei prossimi mesi non potrà andare nella sua clinica pneumologica in Germania. Ora c'è da improvvisare. Ma sappiamo anche quali sono le conseguenze di tutto ciò.

 Al telefono, gli insegno a ventilare i polmoni da seduto. Insieme facciamo esercizi di respirazione. Mi promette di ripeterli tre volte al giorno.

 È come soffiare in un palloncino sotto l'ombelico.

Come un palloncino, lo so.

Uno, due, tre … via!

 

 24 marzo

 Ricevo ultimamente chiamate o lettere da persone che non sento da anni. Oggi ho iniziato a rispondere: “Voglio ancora essere lasciata in pace. Ho bisogno di tutto il tempo per me stessa”. La maggior parte, pare, la stia prendendo bene.

 

Mi chiedevo come sarebbe se le provviste finissero di colpo. Fino a dove mi spingerei per una gomma da masticare, un pacchetto di caffè o delle calze di nylon? Se presto i militari scorrazzassero per le strade, fare gli occhi dolci e forse mi spingerei anche oltre? Credo di essere una persona flessibile, in questo senso. Guardo su YouTube come fare i boccoli ai capelli e mettere l’eyeliner. Farei qualsiasi cosa, ne sono sicura, per un buon sapone.

 

L'altro giorno pensavo che dopo ogni guerra e ogni crisi ci sono persone scaltre che ne escono milionari. Sono certa che questa volta sarò una di loro. Sento che questo è il mio momento.  Sono ancora in ottima forma e la mia carnagione migliora persino col crescere esponenziale della curva d’infezione. Non ho ancora alcun dolore, paura o preoccupazione. Mio padre mi preoccupa. Ma va bene, mi preoccupo da decenni per lui.

 

Da questa settimana, ricevo richieste urgenti da parte dei miei clienti di scrivere quello che voglio nelle mie rubriche, specificando però di non menzionare in nessun caso il virus. Capisco e accetto. Come lettrice, mi sento allo stesso modo. Leggo i miei sette giornali al giorno e salto le pagine che riportano informazioni sull’epidemia. Desidero ardentemente articoli sull'architettura o sull'arte. Qualsiasi cosa che non sia collegata al virus.

 

Come osservatrice politica so che tutti i regimi usano le crisi per imporre delle misure antidemocratiche. Lo fanno soprattutto gli stati autoritari. Approfittano del caos, per occupare militarmente dei luoghi, di nascosto, oppure per concludere affari sporchi. Ma come si comporteranno le democrazie? Non ne sono sicura, ma ho l’impressione che dovremmo arrabbiarci meno sulla mappatura dei cellulari e fare più attenzione alla politica sui rifugiati. La Germania continua a vendere ancora armi? Forse più di prima? E a chi precisamente? Non è che la sorveglianza dei cellulari non sarebbe un problema, ma il fatto è che di solito, quando scoppiano questioni del genere, dietro le quinte sta accadendo qualcosa di ancora più grave.

 

 Il Diario di Mely Kiyak è iniziato qui: https://www.visionideltragico.it/blog/covid-19/news-quotidiane-da-una-nonberlino-l-inizio

 

 

 

25 marzo

 La comunità ebraica di Francoforte mi ha inviato una registrazione della loro ultima conversazione filosofica. Leon Joskowitz aveva invitato Philipp Ruch, e insieme hanno parlato di morti, vivi e di ciò che li unisce: l'arte. Un'ottima conversazione tra due filosofi, eccitante e intelligente (https://slidesync.com/Wwvz972klE).

 Subito dopo ho chiamato Philipp. Durante l'intervista ha accennato a qualcosa che ormai mi tormenta: la delega dell'ordine pubblico nelle mani della polizia, in base a una legge sulla protezione dalle infezioni che, attualmente, viene interpretata in modo diverso in ogni Stato federale.

 Mi sentirei meglio se ci fosse stata un’ampia discussione in cui fossero stata coinvolti esperti di diritto costituzionale.

 Una Germania in cui il legislatore chiede alla polizia di procedere “secondo i propri criteri” è proprio la Germania che temo.

 Cosa si intende “secondo i propri criteri” nella Baviera, in Sassonia e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore? Che cosa intende per “propri criteri” una forza di polizia, le cui unità sono coinvolte qua e là in reti terroristiche?

 Dopotutto, è ancora la stessa polizia che occasionalmente opera, a livello politico, affianco alle frange d’estrema destra.

Non vorrei proprio  incontrare una tale forza di polizia in una situazione così tesa. Una forza di polizia che in tempi molto meno sospetti ha dato via libera alla NSU [1]  [gruppo terroristico neonazista] ogni volta che è comparsa. Una forza di polizia che prima ha legato Oury Jalloh al centro di detenzione di Dessau e poi gli ha dato fuoco.[2] Una forza di polizia che si dispiega solo dopo essere stata insistentemente pregata di soccorrere i fedeli che imploravano, durante l’assalto alla sinagoga di Halle, il 9 ottobre 2019.[3]  Una forza di polizia che conta tra i suoi ranghi, membri dell'AfD [partito di destra][4].

 Questa polizia deve riconquistare la mia fiducia.

 E la prefettura con i suoi sceriffi tedeschi ausiliari, per lo più brontoloni in uniforme, che sono raramente docili anche in tempi di non-virus. Ma qui al Nord sono come un’unità di riserva. Controllano le seconde case. Suonano il campanello, interrogano e, sotto la minaccia di accuse penali, chiedono a chi ci abita di lasciare immediatamente l'appartamento. Quanto potere per dei pubblici ufficiali.

 I politici devono legittimare le loro misure argomentando in modo chiaro e costituzionale. Devono chiedere alla popolazione la sospensione dei diritti civili. Non il contrario. Philipp mi ha detto che Jakob Augstein[5] aveva espresso su Twitter qualche dubbio sul fatto che tutti fossero al corrente di quello che sta accadendo, e che, per questo, fosse stato ammonito.

 Una parte della collettività non ha ovviamente idea della rapidità con cui gli stati di emergenza possono diventare normali. A un certo punto il virus sarà scomparso, ma i diritti civili - che nel panico sono stati sconsideratamente concessi allo Stato forte - potrebbero anche sparire. Se solo uno potesse fare incetta di diritti civili! Poi, dopo la crisi (e prima di quella successiva) si potrebbero tirare fuori dai fienili e distribuirli ai bisognosi.

 Vi è un urgente bisogno di stabilire un limite di tempo in cui praticare la distanza sociale e il coprifuoco. E quando il periodo è finito, è imperativo fornire argomentazioni e spiegazioni sul perché venga prolungato.

Il quadrilatero, costituito dal potere legislativo, giudiziario, esecutivo e dal 4° potere, cioè i media e l’opinione pubblica, deve continuare a funzionare - ora più che mai.

 Sembra anche, che io sia l'unica cittadina di questo Paese che ha trovato il discorso della Cancelliera (n.d.t. l’appello di Angela Merkel alla popolazione, in diretta il 18.03.2020) disastrosamente privo di senso e imbarazzante. Così parla un genitore, non un politico moderno ("Non si agisce in solidarietà, se ci si accaparrano provviste").

 Philipp mi ha offerto, se l'associazione Uniter[6] anticipa il giorno X e si palesa con torce infuocate davanti alla mia porta, di venire su rapidamente, armato di forcone, e portarmi  nel suo bunker anticorona. Ho rifiutato l'offerta. Rifletto ancora su come passare dall’altro lato, in caso di emergenza.

 Per il resto, mi tengo in forma.

 Mi mancano le voci degli intellettuali che portano un po' di chiarezza.

E chissà se i tedeschi usciranno da questa crisi in forte sovrappeso.

 La cosa più rilevante è la mancanza di umorismo di questi giorni. Questa santa serietà con cui le ricette di cucina e gli esercizi sportivi da fare a casa vengono trasmessi online - insomma.

 Le uniche raccomandazioni serie al momento sono di certo quelle di Arnold Schwarzenegger (“Look. I wash my hääänds. Look. Meeeek sure, you woash de bäääck”)[7].

 [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Nationalsozialistischer_Untergrund

[2] Oury Jalloh (1968-2005), originario della Sieraa Leone, è morto in un commissariato di polizia. https://de.wikipedia.org/wiki/Oury_Jalloh

[3] Da parte dell’estremista di destra Stephan Baillet; cfr. la notizia ansa: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/10/09/germania-sparatoria-davanti-a-sinagoga_7e6b3d92-fd39-4f5f-92bf-4e1586fde88d.html

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Alternativa_per_la_Germania

[5] Thomas Jakob Augstein è un giornalista, pubblicista, editorialista ed editore tedesco. È comproprietario della Spiegel-Verlag e proprietario, editore e caporedattore del settimanale der Freitag. https://de.wikipedia.org/wiki/Jakob_Augstein

[6] Uniter e. V.  è un'associazione fondata a Stoccarda nel 2016, che, secondo le sue stesse dichiarazioni, si occupa di mantenere i contatti tra ex e attivi membri delle forze di sicurezza, nonché del loro perfezionamento. Si sospetta che faccia parte della rete di estrema destra "Hannibal".  https://de.wikipedia.org/wiki/Uniter

[7] https://www.youtube.com/watch?v=4eRfvjgOkrE&feature=emb_logo

 

30 marzo

Ho cominciato il lunedì con la lettura dello Spiegel.[5] L’editoriale diceva che soppesare il valore delle vite umane in termini economici è un tabù che bisogna infrangere per questa crisi dovuta al corona virus. Mi fermo un attimo.

Di quando in qua in Germania è un tabù soppesare le vite umane sulla base di questioni economiche?

Frasi come: “Non possiamo essere gli assistenti sociali del mondo”, oppure l’osservazione, in stile di Horst Seehofer[6], che bisogna difendere “sino all’ultima cartuccia” il sistema sociale dall’irrompere dell’immigrazione, sono state per decenni – che io sappia –  espressioni dello spirito con cui qui in Germania si è affrontata la politica dei rifugiati. Forse quando parliamo di rifugiati non parliamo di vite umane?

Tutta l’Europa ha deciso (innanzitutto per motivi economici) di stare a guardare, praticamente in diretta dalla sdraio, al naufragio nel Mediterraneo di migliaia di richiedenti asilo. Non sembrava allora che fosse un tabù.

Poi ho letto un articolo sull’ipotetico scioglimento di una ‘ala’ dell’AfD [Alternativ für Deutschland – Alternativa per la Germania, partito di estrema destra]. Già due settimane fa la rivista Spiegel aveva riportato, con un tono da servizi segreti, che l’ ‘ala’ si sarebbe dissolta proprio in quel giorno. Funziona così: l’AfD fa trapelare una notizia ai giornalisti, e quelli la scrivono. Va avanti così da anni: i colleghi si rendono volontariamente strumenti della propaganda dei neofascisti. L’ ‘ala’ naturalmente non si è sciolta. Intanto però è stato detto decine di volte, e nessuno poi ha avuto il coraggio di scrivere: “Scusate, ci hanno mentito, ci abbiamo creduto e l’abbiamo stampato in esclusiva, invece di aspettare e poi dire quel che realmente sarebbe accaduto.” Ma quello che davvero disturba è che lo Spiegel crede di riconoscere due gruppi nell’AfD: i radicali e i ‘moderati’.

Moderati in che senso? Estremisti moderati? Nazisti moderati? Mi auto-cito volentieri: “Il fascismo non ha ‘ali’ moderate”. Com’è che la collega giornalista giunge a tale conclusione? L’ho già detto. Ciò accade quando si scivola sul fango della propaganda dei fascisti. Questa è l’opinione di coloro che credono che l’AfD sia un partito borghese moderato, minato da una corrente radicale.

Volevo strappare e buttar via quel giornale di merda, da cui non riesco a liberarmi da anni, solo che si trattava dell’edizione digitale che leggevo sul tablet, e questo è proprio l’aspetto più terribile della digitalizzazione, cioè non si possono compiere quei gesti spontanei che rientrerebbero nella semplice quotidianità, come appallottolare e calciare via un giornale. Naturalmente ho continuato a leggere, perché uno Spiegel non letto fino in fondo mi procura un dolore fisico. E perché ogni volta che mi arrabbio, di sicuro vien poi fuori qualcosa di imperdibile e importante. Stavolta si è trattato del saggio del professor Bernhard Pörksen, uno studioso dei media, che ha tentato di interpretare l’attuale senso della vita.[7] A questo proposito cita un testo di Iris Radisch, che gli era venuto in mente:

Anni fa la giornalista Iris Radisch ha scritto un importante saggio sullo scrittore Walter Kempowski[8] adatto a dipingere in maniera efficace la situazione attuale. “Walter Kempowski, nel 1948 sedeva, sporco e affamato, in un vagone merci, che lo doveva portare a Bautzen, condannato da un tribunale militare sovietico a 25 anni di lavori forzati – vi si legge. Ad una fermata osservò da una fessura una coppia che passeggiava spensierata al sole, lei con un vestito a fiorellini, lui con i pantaloni alla zuava. Ciò lo ha sprofondato nel trauma della contemporaneità dei fatti inconciliabili tra loro. Quanta felicità e infelicità, banalità e tragedia, minacce pericolose e situazioni idilliache si accavallano simultaneamente nel mondo, secondo per secondo!”

Che immagine, vero? Dentro un vagone merci sta il prigioniero Kempowski, che va verso la dannazione eterna, e fuori passeggiano gli amanti!

Nella mia telefonata domenicale che ho avuto ieri con mio padre, recluso in casa già da sette giorni, perché il regime turco ha proibito assolutamente a chi ha più di 65 anni di uscire di casa (andare a passeggio, uscire davanti alla porta, prendere un po’ d’aria fresca sul balcone o sul terrazzo – tutto proibito), quando gli ho chiesto come sta, mi ha risposto:

E come devo stare? Sono un innocente, condannato agli arresti domiciliari.

 Ah, papà, ho detto cercando di consolarlo, stai di nuovo esagerando. Se fossi agli arresti domiciliari potresti uscire. Tu fai solo parte dei gruppi a rischio. Rinunciando a uscire fai un investimento, dopo ti produrrà una rendita.

Papà (in tedesco, e non in turco, per sfottermi): Sono forse la Borsa di Francoforte?

Sì, lo sei, ribatto.

 

Ieri è stato un giorno inquieto. Il mare Baltico si è spinto sulle dune, è grandinato, e, contro i vetri della finestra, sono stati scagliati dal vento rami di pino.

Oggi, lunedì, è tutto così silenzioso. Mi sono versata un bicchier d’acqua e ore dopo potevo ancora sentire le bollicine di anidride carbonica gorgogliare nella bottiglia d’acqua minerale ben chiusa. 

 

31 marzo

Oggi è il primo giorno, in cui ho voluto leggere notizie sul Corona-virus. A Iena è in vigore la norma che bisogna portare la mascherina e nei centri commerciale di Prenzlau vige l’obbligo di usare i carrelli per la spesa. Quest’ultima regola ha la seguente motivazione. Da adesso in poi nel supermercato ci possono stare solo un determinato numero di clienti. L’idea è, grazie alla coda che si forma con i carrelli, di poter controllare l’affollamento dei clienti. Nel momento in cui tutti i carrelli sono in uso, allora un cliente deve aspettare che venga fuori qualcuno che gli passi il carrello per poter entrare nel supermercato. E sin qui è un po’ scomodo, ma comprensibile. Il fatto è, però, che sono stati assunti degli agenti di sicurezza, che devono controllare che la norma sia rispettata. A questo punto, sono scoppiata a ridere.

Se bisogna assumere delle persone per controllare il numero dei clienti, perché non contano, semplicemente, il numero delle persone, invece di imporre loro anche l’uso di un carrello della spesa? 

Una cliente si è lamentata per quest’obbligo di usare il carrello delle spesa, perché le maniglie non vengono disinfettate. Le sue preoccupazioni sono giuste. Le infezioni da espettorazione funzionano proprio così. Un infettato starnutisce sulla maniglia, il successivo l’afferra e poi si tocca la faccia.

Qui al Nord si ha una paura pazzesca che ‘stranieri’ provenienti dal Brandeburgo oltrepassino i confini dello stato federale e vengano nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore “trascinandosi l’epidemia”. Ma in proporzione non c’è nessuna ragionevole misura preventiva all’interno dello stato federale. Gran parte delle forze viene impiegata nei controlli ai confini degli stati oppure delle case vacanze. Ma nei drugstore e in altri tipi di negozi, i commessi non portano né la mascherina né i guanti. Anche la polizia e gli agenti del servizio d’ordine non portano né mascherina né guanti, quando suonano alle case e altre strutture “per far rispettare le regole del contenimento del virus”. 

Davanti a casa mia, ogni giorno, passano degli uomini anziani, della categoria che si definisce dei ‘semplici cittadini’, che stanno di pattuglia muniti di matita e block-notes. Fotografano le case oppure le auto. Il che va pure bene. Vecchi riflessi? Nuove nostalgie? Vista l’inflazione nel gergo ufficiale di concetti come ‘controllo’ e ‘sicurezza’ non c’è da meravigliarsi se cittadini con una minore capacità critica e un immenso deficit di formazione politica, a sera indossino il giubbotto beige, mettano sui radi capelli il berrettino da baseball e si sentano, per la durata di una passeggiata, fondamentali per il sistema. E dunque prendono diligentemente nota e “fanno rapporto”.

Per tutta la mia vita mi si viene chiesto: Ma perché vivi all’Est, se tutto “è così terribile”? Ad un certo punto, quando mi sono trasferita al Nord, di nuovo la stessa domanda. Beh, la risposta è semplice. Sono una cittadina della Repubblica federale tedesca. A nessun cittadino di questa nazione appartiene uno qualsiasi degli stati federali. Si è cittadini dappertutto, ma non se ne è proprietari. Si può sentire l’appartenenza, ma si può anche giudicare, con distanza critica, quel che ci circonda. È un affare privato. Non viviamo più nel Sacro Romano Impero della Nazione tedesca con oltre 300 staterelli, dove anche come cittadino di un ducato si aveva bisogno di un permesso per attraversare i confini dello stato. Sono cittadina di uno stato repubblicano. Tutta la Germania è ‘mia’, per dirla alla sassone, se si tratta di mettere in chiaro quali siano i rapporti di proprietà.

Inoltre, come scrittrice, sono una cronista del mio tempo. Descrivo quel che conosco.

Da domani, ricomincerò a non sentire più notizie sul Corona virus. Sino alla notizia dell’arrivo dei primi pazienti gravi dall’Italia e dalla Spagna in Germania per poter essere curati qui (il che mi rende incredibilmente felice), non ho letto nulla che fosse degno d’interesse. Aggiornare minuto per minuto il numero degli infetti mi sembra letale. Arriverà il tempo che bisognerà pensare a una strategica uscita redazionale: quando sarà di nuovo possibile, che due notizie su tre, in una pagina, non parlino di Covid-19. Altrimenti la gente comincerà a impazzire.

Non ho idea di cosa sia accaduto alle cornacchie. Da ieri nevica, e non stanno più sulle grondaie e non beccano più sulla latta, ma attraversano nervose e di fretta la strada. Avanti e indietro. Volano in alto e tornano di nuovo indietro. Ci sarà una spiegazione ornitologica? Oppure è un capriccio?

 

Primo aprile

 Ho parlato con la mia agente. Mi ha raccontato che la grande libreria Dussmann di Berlino nella Friedrichstraße ha chiuso. Sebbene potesse rimanere aperta, perché a Berlino e in Sassonia le librerie possono restare aperte. Friedrichstraße senza Dussmann – verosimilmente è diventata un vero e proprio cimitero. Io ci andavo sempre volentieri, soprattutto a tarda sera, quasi di notte.

Sono proprio felice di aver fatto incetta, tre giorni fa, di penne e matite nel reparto cartoleria. Ho sempre bisogno di un preciso numero di penne, con un deciso spessore nel tratto e di un colore speciale. Ed inoltre di un block-notes. Uno specifico, con la carta non troppo sottile. Guardo tutte queste cose, sulla mia scrivania. Mi tranquillizzano.

Un tempo, quando ancora abitavo a casa mia, sedevo per ore alla scrivania e contemplavo tutto il mio apparato per scrivere. Qualche volta ero instancabile nel fare i buchi ai bordi della carta da lettera. E disegnavo una piccola immagine sulla carta. Una volta ho visto un vecchio film, in cui c’era un cancelliere. Uno della vecchia scuola. Con la matita e i proteggi-braccia. Il timbro e la risma di carta. Fare un mestiere del genere, m’immagino, sarebbe il massimo che si possa desiderare nella vita.

Oggi mi sono permessa di fare un paio di piccoli pesci d’aprile. Tra l’altro mi è venuto in mente di raccontare che Sigmar Gabriel[9] ha chiesto alla mia agenzia se posso scrivere la sua biografia come ghost writer. Titolo provvisorio: “Perché ho scelto la politica invece del successo”. Sottotitolo: “Abitante di Goslar per passione”.

Avrei chiesto agli amici: Voi lo fareste? In cambio di un ricco compenso. 45.000 euro, ma senza diritti d’autore. Lo faccio? Sono già stati venduti i diritti cinematografici a Nico Hofmann[10], il film sarà trasmesso in due parti sul canale ARD, probabilmente col titolo: “Compagni da Goslar – Sogni distrutti”. Sigmar Gabriel verrà interpretato da Adnan Mart e Andrea Nahles[11] da Natalia Wörner.

Ma appena accennavo il nome di Sigmar Gabriel, scoppiavano a ridere. Non ci è cascato nessuno.

 Ogni giorno esco.

Passeggio per un’ora.

Troppo poco, per le mie abitudini.

Ma in questo momento di più non è possibile.

Ho troppo da fare.

Sono molto turbata, perché ancora non mi va male.

Affronto le stesse limitazioni, incertezze, problemi, come tutti gli altri. Non sento né pausa né interruzione. Penso, è proprio la vita normale, come anche prima era una vita normale. Appunto, è proprio la mia solita vita.

Chi almeno una volta nella vita abbia sperimentato l’interruzione della quotidianità per una malattia mortale, per la disperazione durata mesi e per una snervante incertezza, non può assolutamente considerare eccezionale quel che sta accadendo in questo momento. Io ne ho avuto esperienza più di un decennio fa. Quando si è avuta quell’esperienza, si è spezzati e scoraggiati per sempre.

Non posso e non voglio partecipare alle continue lamentele di questi giorni, che trovo talora davvero oscene. Ma come ci si può presentare, anche solo col pensiero, avendo un tale atteggiamento davanti a gente che si trova nei campi profughi di Moria o Idlib? O davanti a persone che da anni sono tenute in Libia in campi di tortura? O davanti ai genitori nello Yemen, i cui bambini muoiono di fame dinnanzi ai loro occhi? La risposta è: assolutamente no. Non ci si può presentare.

Lo confermo! Non mi manca niente.

 

2 aprile

Rifletto spesso sul rapporto tra dentro e fuori.

In turco per qualcuno che sta in una stanza – per esempio in cucina oppure nel soggiorno – si usa la stessa parola che si usa per chi è in prigione: İçerde. Tradotto letteralmente significa: sta dentro.  Se qualcuno viene catturato o messo in prigione, nella lingua corrente non si dice che è stato imprigionato, ma che lo ‘si è messo dentro’. Di conseguenza in turco sono le circostanze a rendere una stanza, una prigione o quattro mura sicure. Il fatto di stare dentro, di per sé, è insignificante. Solo se si conosce il contesto si capisce se si tratta di un obbligo, oppure no.

In tedesco si mette l’accento sul motivo per cui si sta dentro. Si è in prigione, in casa dopo il lavoro, in quarantena … e si toglie allo ‘stare dentro’ il significato neutro.

E’ interessante come, durante la crisi, le persone si distinguano nei loro desideri. Mentre uno aspetta soprattutto che tutto ridiventi ‘normale’ per continuare a fare quel che faceva prima, altri cercano delle possibilità per intraprendere un nuovo corso.

Alcuni sperano che un potere autoritario porti le cose di nuovo in ordine per loro, mentre gli altri pensano di poter salvare la loro vita solo se non stanno fermi, ma si danno da fare.

Perché uno diventa stupido e cupo? E un altro, invece, acquista grandezza e forza?

Stanotte ho sentito in casa dei rumori non abituali. Ho subito chiamato aiuto. Il soccorritore assonnato indossava ciabatte da bagno e impugnava come arma un lungo calzascarpe in metallo. Io ero a piedi nudi, con un kimono in seta. Insieme abbiamo percorso l’edificio, dotato di una sofisticato congegno d’allarme, tanto che, se qualcuno avesse davvero fatto irruzione, la sirena sarebbe già suonata da un pezzo. Io avevo in mano il cellulare, con già pronto il numero del più vicino posto di polizia. Per tre piani, dalla cantina sino all’ultimo, quasi sul tetto, abbiamo camminato nel buio, per cogliere sul fatto i criminali e se necessario ammazzarli.

Tranne un gatto, che ha attivato il rilevatore di movimento, e una gigantesca caldaia, che gorgogliava e sembrava una grancassa, abbiamo potuto identificare un paio di cornacchie sul tetto e distinguere il rumore di un cantiere stradale notturno in lontananza. 

Devo assolutamente smetterla di guardare su Netflix questa robaccia poliziesca. Da quando ieri ho visto come un cadavere è stato murato in una parete del bagno, sono quasi sicura che è solo una questione di tempo e sarò piastrellata.

Ieri per la prima volta ho partecipato a un incontro con delle mie amiche in Zoom. La prima videoconferenza della mia vita. Una delle amiche era distesa su un letto molto raffinato, lussurioso, con atteggiamenti da diva pari a una principessa ereditaria della Lituania. L’altra aveva sulla faccia una maschera d’argilla, beveva un costoso vino rosso e sembrava una versione felice di Shrek. Ed io, povera creatura di campagna, cercavo di mostrare la mia parte mondana con una connessione internet instabile e l’i-Pad su una catasta di libri (Floria Illies, tutti e due i volumi di 1913 e una bella edizione di Francis Scott Fitzgerald). Intanto mi versavo un sorso di acqua minerale della zona.

 

3 aprile

Il servizio d’ordine è stato di nuovo qui. L’auto. La targa. Ah, dunque tutto registrato? Sfoglia i documenti, Ecco, è scritto qui, a pagina due. Scusi, ricevute, numero, indirizzo, tutto pronto da tempo, sì, allora tutto a posto, stia bene. Grazie. Anche lei, ciao. Ciao.

A metà strada, si girano di nuovo. Vada a prendere l’etichetta gialla al comune da mettere sulla macchina - dicono. - Stanno graffiando tutte le macchine che hanno una targa straniera. Chiedo: E chi? I residenti, mi risponde una guardia. Per inciso: la mia “targa straniera” porta una B che sta per Berlino.

Ieri sera sono andata in bicicletta al supermercato. Due persone anziane ammoniscono un cliente che sta in fila alla cassa dietro di loro: Tenere la distanza, ohhhh!  - Si, certo, non c’è problema, dice il tipo in pantaloni da jogging e indietreggia ancora un centimetro. Tornando a casa mi sono perduta e sono andata a finire nel giardino di uno.

Ci siamo guardati confusi.

 Io: Selam![12]
Lui: Moin![13]

 

 

 7 aprile

Per la prima volta da anni non ho lavorato per tre giorni di seguito. Non avevo nessun incarico, niente che dovesse essere scritto con urgenza, niente da finire di scrivere o almeno da rielaborare. Ho vissuto un lungo week end, come lo vivono gli impiegati Werner e Corinna[14], tipo «lasciar vagare l’anima» e «rilassarsi per davvero»

Per l’intero week end ho passeggiato seguendo gli uccelli. Lunghe passeggiate sono sempre il mio programma abituale. Ma stavolta ho camminato talmente tanto, che domenica sera mi sono addormentata su una torta di prugne. Ho fatto appena in tempo a togliermi il cucchiaio dalla bocca, che ho cominciato a sognare. Durante la notte, ho pensato di avere un infarto, i muscoli delle braccia e delle gambe pulsavano talmente tanto che non mi facevano acquietare. Il mattino dopo, avevo il corpo rigido e quasi esanime come una tartaruga rovesciata, e avevo perso anche il senso dell’orientamento. 

La testa era completamente vuota. Un vuoto, che non vivevo da tempo. I messaggi sul cellulare, le mail, i giornali, tutto quel che normalmente tiene occupati la mente e lo spirito durante il week end, era divenuto miracolosamente senza importanza. Non avevo niente a che fare con tutto questo. E perciò non avevo idea se fosse accaduto qualcosa che bisognava assolutamente sapere. Un paio di pipistrelli avevano di nuovo infettato una persona in un mercato del bestiame al centro della Cina con un virus misterioso?

Martedì, quanto la giornata lavorativa era già cominciata da un pezzo, non stavo più in me dalla felicità. Un paio di giorni prima, in una cesta sotto la cassa al supermercato, avevo pescato un paio di mazzi di narcisi. Stavano lì gettati, senza che nessuno li considerasse, come ci si permette di fare solo con i narcisi. Nessuno oserebbe farlo con le orrende rose da vivaio, dal pungente gambo sottile. Sono troppo importanti nel sistema, dal punto di vista della psicologia dei rapporti amorosi.

 

Una volta - sono passati anni e lo facevo solo per divertirmi - ho dato una mano per un paio di mesi nel fioraio della leggendaria signora Yadigar, a Berlino, sotto la stazione della metropolitana di Kottbusser Tor. Da allora so bene a cosa servono questo schifo di rose da vivaio[15]. Il pomeriggio, dopo il lavoro, arrivavano i Werner che avevano litigato con le loro Corinna[16], e portavano alle mogli per riconciliarsi queste miserevoli rose con il loro gambi sottili e il loro fiore, pesante come un ravanello, in un certo senso come gesto di pace prima di un atto sessuale. Questa creatura di laboratorio super-disseminata è stata inventata solo perché maschi con la coscienza sporca, combinata con la mancanza di qualità retoriche, possano impedire all’ultimo momento che le mogli cambino definitivamente la serratura di casa. Rose Tea, rose Austin, rose a cespuglio, costose, buone, nobili, vere rose non saranno mai portate da uomini del genere. In fondo è questione solo di una riconciliazione momentanea, e non di amore eterno.

Ho messo i miei narcisi nei vasi. Di regola, una volta che stanno nel calore della stanza, spuntano in due-tre ore con un fruscio. Questi hanno avuto bisogno di tre giorni per spuntare. Insomma, incredibilmente tanto. Ora sono in piena fioritura e si rivelano narcisi profumati! Il loro fiore consiste in una corona con cinque punte con foglie dal colore giallo chiaro e scuro, quindi ancora una corona con cinque punte, e poi ancora … Sembrano lussureggianti fiori pon pon, che si ricavano con la carta velina. Talvolta, in alcune profumerie esclusive di Zurigo o di Parigi, mettono questi fiori di carta, che prima sono stati profumati, nel sacchetto degli acquisti e quando uno torna a casa e apre il pacchetto, si trova tra le mani questi pon-pon profumati, così fragili che si sfasciano subito se li si lascia sul bordo bagnato della vasca da bagno.

Ad ogni modo, i miei narcisi sono incredibilmente belli. E poi quel profumo! Quel profumo!

 

 

 

[1] https://www.corriere.it/opinioni/20_aprile_09/non-saremo-mai-piu-stessi-5a105a28-7a75-11ea-880f-c93e42aa5d4e.shtml?refresh_ce

[2]  Su questo e altri teatri di Berlino: https://www.cuepress.com/catalogo?author=Sotera+Fornaro#autori 

[3] Vedi sulla nostra pagina, incisivamente, Salvatore Nicosia: https://www.visionideltragico.it/blog/covid-19/la-nostra-privilegiata-quarantena?highlight=WyJuaWNvc2lhIl0=

[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/non-luogo_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

[5] Il settimanale tedesco con la maggior tiratura nazionale. Dovrebbe esprimere una posizione di centro-sinistra.

[6] Ministro dell’interno tedesco, noto per le sue campagne contro l’immigrazione.

[7] https://www.spiegel.de/kultur/corona-pandemie-die-verletzliche-zivilisation-a-00000000-0002-0001-0000-000170213671

[8] Considerato fra i maggiori scrittori tedeschi contemporanei, Kempowski ha acquisito grande notorietà con il ciclo di romanzi fortemente autobiografici ambientati nella Germania degli anni ‘70’ e ‘80. https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Kempowski

[9] Politico tedesco della SPD, è stato anche vicecancelliere: https://de.wikipedia.org/wiki/Sigmar_Gabriel E’ nato a Goslar, storica cittadina della Bassa Sassonia.

[10] Importante regista e produttore tedesco, autore tra l’altro anche di film satirici o documentari su uomini politici: https://de.wikipedia.org/wiki/Nico_Hofmann

[11] Politica tedesca della SPD, si é dimessa dall’incarico di capo del partito dopo le elezioni europee del 2019 https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Nahles

[12] Saluto turco

[13] Saluto della Germania del Nord: https://de.wikipedia.org/wiki/Moin

[14] Due personaggi della soap-opera Sturm der Liebe, Tempesta d’amore

[15] Nella parola tedesca composta Ramschrosen c’è probabilmente allusione al gruppo musicale austriaco Ramsch & Roses.

[16] Il riferimento è a due protagonisti della soap-opera tedesca Strum der Liebe, Tempesta d’amore, trasmessa anche in  Italia da Mediaset: https://www.mediasetplay.mediaset.it/fiction/tempestadamore_b2170866 Corinna è detta ‘Cora’  nel corso della serie.