C’è un gesto, nei personaggi di Thomas Bernhard, che ritorna ostinatamente: mettersi a scrivere. O meglio, tentare di scrivere. E fallire. Non si tratta però di un semplice blocco creativo, né di un tratto psicologico.
Nei suoi romanzi la pagina bianca non è un ostacolo accidentale: è il vero centro dell’opera. Lo spettacolo tratto dal racconto lungo o romanzo breve Cemento (1982), che è in cartellone (dal 10 febbraio al 1° marzo 2026) al Teatro Out Off di Milano, mette in scena proprio questo paradosso. Il protagonista, che domina quasi completamente il palcoscenico con il suo lungo monologo, è il musicologo Rudolf, magistralmente interpretato da Roberto Trifirò, che firma anche l’adattamento drammaturgico sulla base della traduzione di Claudio Groff, edita in Italia da SE nel 1990.
Il protagonista, il musicologo Rudolf, dovrebbe finalmente dedicarsi al suo grande progetto: un saggio definitivo sulla musica di Felix Mendelssohn Bartholdy. Da anni lo prepara, lo pensa, lo perfeziona mentalmente. Eppure, nonostante i vari tentativi, non riesce a iniziarlo. Ogni condizione è sbagliata: la casa, il clima, la sorella, i rumori, il freddo, poi il caldo, poi ancora il silenzio. La sua vita diventa una lunga, implacabile requisitoria contro tutto ciò che gli impedisce di cominciare.
La messinscena insiste proprio su questa immobilità: la scena si ripete, le frasi si rincorrono, i gesti si ripetono quasi identici. Lo spettatore ha l’impressione di assistere sempre allo stesso momento, leggermente modificato. La struttura ricorda quella di una composizione musicale per variazioni – come nelle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach, che dominano l’arco narrativo del capolavoro Il soccombente (1983). Come sempre in Bernhard, non si assiste a un vero sviluppo narrativo, ma a un continuo riprendere lo stesso tema, ogni volta con uno scarto minimo.
A prima vista sembra un monologo nevrotico, quasi comico. Ma Bernhard non racconta la storia di un intellettuale incapace di lavorare: racconta qualcosa di più radicale. Rudolf non riesce a scrivere non perché non sappia farlo, ma perché vuole scrivere un’opera perfetta. E l’opera perfetta, semplicemente, non può esistere, come non esiste il senso.
Come una spirale, il discorso ritorna continuamente sullo stesso punto: il momento impossibile dell’inizio. Il protagonista è bloccato prima ancora di scrivere la prima riga, e tutto il monologo è il tentativo infinito di avvicinarsi a quell’incipit.
A impedirgli di scrivere, però, non sono davvero le condizioni esterne. Al centro della sua ossessione c’è la sorella, con la quale vive in un rapporto di dipendenza reciproca, fatto di assistenza, irritazione e rancore. Bernhard mostra qui qualcosa di tipico della sua opera: l’origine familiare non è un semplice sfondo biografico, ma un vincolo. La scrittura dovrebbe produrre senso, ordine, forma; la famiglia invece riporta continuamente il protagonista a un ambito in cui senso e non-senso si confondono. Rudolf non può iniziare il libro perché non riesce a separarsi davvero da quel legame originario, perché è cementato in esso.

Il teatro rende questa condizione particolarmente evidente. In scena non accade quasi nulla: un uomo parla. Eppure, mentre racconta le ragioni del proprio fallimento, si produce una strana inversione. Il saggio su Mendelssohn non viene scritto – ma il monologo che stiamo ascoltando è già un’opera compiuta, che qui viene letta prima dell’imprimatur dell’autore. Il fallimento della scrittura genera la scrittura stessa. Il titolo stesso allude a questo paradosso. In tedesco Beton significa certo “cemento”, la materia pesante e compatta della modernità, ma richiama anche il B-Ton, il si bemolle nella notazione musicale in uso nei paesi germanofoni. Nel titolo del romanzo convivono così musica e materia, armonia e opacità. Rudolf vorrebbe scrivere sulla musica, cioè su una forma pura, ma si trova immerso nel peso inerte del mondo contemporaneo.
Per sfuggire alla paralisi, il protagonista di Cemento – che in questo ricalca la biografia di Thomas Bernhard – lascia l’Austria e si trasferisce a Palma di Maiorca, convinto che un clima più mite possa finalmente liberarlo dal blocco. Naturalmente non funziona: la fuga in Bernhard non è mai una soluzione, perché ci si porta dietro il peso dell’origine. Gli alberghi, i condomini turistici, l’anonima modernità balneare attanagliata dal turismo di massa appaiono come una negazione della spiritualità musicale.
In questo contesto alienante avviene l’incontro decisivo: quello con Anna Härdtl, interpretata dall’attrice Priscilla Cornacchia. La vicenda drammatica della giovane donna, culminata nel suicidio, irrompe nella perfetta immobilità del monologo. All’improvviso entra la realtà – non più l’astrazione del pensiero, ma la concretezza tragica dell’esistenza. E qualcosa cambia: Rudolf non riesce ancora a scrivere il suo saggio, ma comincia a raccontare la storia della mancata scrittura del romanzo, facendosi portavoce anche della disgrazia di Anna Härdtl. Il cemento ha qui a che fare con l’hotel in cui il marito (per incidente o suicidio) ha perso la vita, ma anche con il cemento dei loculi del cimitero di Palma di Maiorca in cui la coppia riposa. Bernhard oppone così due forme di tragicità: quella eccentrica e intellettuale di Rudolf e quella ordinaria, quasi invisibile, di Anna (che infatti nella rappresentazione teatrale è un’ombra, sullo sfondo del monologo di Rudolf).
Il progetto estetico del protagonista – scrivere su Mendelssohn – si infrange contro un mondo che non è più armonizzabile, e nel quale risulta sempre più difficile lasciare una traccia (il cemento è anche questo, come ricorda un bel saggio di Walter Benjamin sulla cultura architettonica del progresso). E proprio per questo il suo monologo diventa necessario. L’opera che voleva scrivere era impossibile; quella che nasce dal fallimento, invece, è inevitabile: una voce ininterrotta, ossessiva, ironica e disperata.

di Thomas Bernhard
traduzione Claudio Groff
adattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò | con Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia
scene, luci e costumi Gianni Carluccio | assistente alla regia Alessio Boccuni
collaborazione ai movimenti Franco Reffo | voce narrante Marta Lucini
tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri | fotografo Angelo Redaelli
produzione Teatro Out Off
Prima nazionale
Foto: Angelo Redaelli
