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- Jens Roselt / Ulf Otto
- Visioni e re/visioni
Si traduce, con qualche didascalia, parte dell’introduzione di Jens Roselt e Ulf Otto alla raccolta di saggi Theater als Zeitmaschine. Zur performativen Praxis des Reenactments. Theater- und kulturwissenschaftliche Perspektiven (Teatro come macchina del tempo. Sulla prassi performativa del re-enactment. Prospettive degli studi teatrali e culturali), transcript verlag, Bielefeld, 2012. Tra gli autori, Erika Fischer-Lichte e Milo Rau. (S.F.)
Quando nel 2001 a Orgreave, nello Yorkshire sud, i minatori si scontrarono nuovamente con la polizia, come era accaduto nel 1984, non solo si ripeté la storia, ma la si riscrisse. La riproduzione del violento conflitto, con centinaia di minatori e di poliziotti a cavallo, proprio nel luogo originario degli scontri, si ricollegava sì ai reportages dell’epoca, ma diventava essa stessa un evento mediatico, influenzando da allora in poi in maniera determinante e nuova lo sguardo sugli avvenimenti dello sciopero del 1984. La riproduzione di fatti storici da parte di attori non professionisti nei luoghi storici dell’accaduto, definita reenactment, tecnica usata dall’artista inglese Jeremy Deller per confrontarsi con la storia britannica, non era però, nel 2001, una novità.[1]
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- Sotera Fornaro
- Visioni e re/visioni
Nell’ambito dei Salzburger Festspiele, che festeggiano il loro primo secolo di vita, Milo Rau porta in scena una rivisitazione del classico di Hugo von Hofmannstahl Jedermann (Ognuno). Scritto nel 1911, rielaborato nel corso della prima guerra mondiale, il dramma inaugurò il Festival nell'agosto 1920, con una memorabile rappresentazione nella barocca piazza del Duomo, regista Max Reinhardt, e da allora è stato rappresentato ad ogni edizione (se si eccettuano gli anni tra il 1922-1925 e il 1938-1945).
Leggi tutto: Milo Rau al Festival di Salisburgo con una riflessione sulla morte
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- Raffaella Viccei
- Visioni e re/visioni
I riflessi drammaturgici e letterari della Alcesti di Euripide, rappresentata ad Atene nel 438 a.C., sono stati molteplici e giungono sino a oggi. Nel lungo e sfaccettato iter di riscritture e messe in scena del dramma euripideo, intessuto di enigmaticità e antinomie, si pone un testo poetico latino del IV sec. d.C., il Carmen de Alcestide, più noto come Alcestis Barcinonensis (Alcesti di Barcellona). Questo libro si propone di interrogare l’Alcesti tardoantica sulla sua teatralità e ne offre una nuova traduzione italiana, accompagnata da un commento, in cui il testo viene analizzato secondo illuminanti prospettive letterarie, teatrali e di storia della cultura antica. Conclude un capitolo sulle componenti performative della Alcesti di Barcellona nell’ambito delle forme spettacolari del tardoantico e sulla sua vita teatrale nella contemporaneità: una Alcesti ‘redux’ sulle scene del XXI secolo e stimolo drammaturgico per nuove.
Per altre informazioni vedi qui. Per la collana 'Antichi riflessi' a cura di Sotera Fornaro, Maria Pia Pattoni, Gherardo Ugolini vedi qui.

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- Enrica Gnemmi
- Visioni e re/visioni

Previdenza privata. Deserto del Sahara. La vespa punge il
ragno, lo paralizza, lo trascina nel buco vicino alla larva.
A suo tempo, questa se ne ciberà, attingendo vita dal terrore
impotente del disgraziato.
Cupidi di soldi
di regali preziosi
di regali poco preziosi
di idee
di sogni
di passioni
di te, universo pieno di stelle –
di te, dolore aperto sull’infinito.
Ritirata in casa; solitudine totale; clausura senza chiostro;
montagna senza deserto. Questa è penitenza che disossa
ogni volontà.
Dio dovrebbe tenerne conto.
Eppure la vita è bella e ti riempie di frenesia che succhia
il midollo, mostra le cose nel loro mistero.
Baccante dell’insondabile, mi stendo timida sullo stelo
che apre l’universo.
Vergognosa prostituta sei tu, Parola, e sordida mezzana
che offri al niente l’alibi mistificatore.
Foreste distrutte, alberi rinsecchiti, foglie incancrenite.
Ahimè, mi si rompe il cuore e piango l’inutile mio
pianto.
Quando fra te e la Morte si pone la gran risata, allora sei
vecchio e vincitore.

Nessuna spina può trattenere la mia libertà che, pur ferita
da voi, punte di destino sollecitatore, s’esprime cioè si-
spreme, goccia di nettare offerta al dio niente.
E tu, Ulisse, mi dirai che il nepente calma ogni dolore.
Ma il cane Argo morto ai tuoi piedi?...
Poso le dita sulla tua pietra, Micene antica, e godo la mia
eternità così concreta, così frantumata.
Bisogna sempre sacrificare l’innocente per rendere pietoso
Dio?
Pioggia di sangue sulla zolla inaridita dalla follia dell’uomo.
Perché tagliare la gola al capretto?
L’uomo deve tagliarsela, scomparire, liberare la Terra
dea mater.
e la terra geme croste d’arsura, si sbriciola, si adagia in
caverne dove, se volgi le spalle, non c’è proprio luce.
Rimane nudo lo spavento.
Ma Dio conosce pietà?

Enrica Gnemmi (Sesto Calende, 1922-2004) è stata insegnante, musicista, scrittrice di teatro, narrativa, poesia (www.enricagnemmi.it).
La pubblicazione di parte delle sue opere si deve al rigoroso e appassionato lavoro di Paolo Zoboli, docente e studioso di Letteratura italiana contemporanea (https://independent.academia.edu/PaoloZoboli).
I Pensierini qui pubblicati (Enrica Gnemmi, Pensierini, in Opere, IV: Scritti varii, 2, pp. 5, 7, 8, 14, 15, 16, 20, 22, 23, 24, 28, 29, 30) risalgono, probabilmente, al periodo «tra la fine di gennaio e l’inizio di aprile del 1992 » (Nota al testo di Paolo Zoboli, ibidem, p. V).
Ringraziamo Paolo Zoboli per aver messo generosamente a disposizione di Visioni del tragico questi testi ancora inediti.

